Watchmen per nuove generazioni – “The Boys” – 1×01/02

Viviamo nell’era dei cinecomic. L’ultimo esempio di questo delirio di massa è rintracciabile nella foga con cui il pubblico mondiale (e non più il solo presente a San Diego) ha accolto il gigantesco annuncio del programma della Fase 4 dell’Universo Cinematografico Marvel all’ultima edizione del Comic-Con, quasi si trattasse di una svolta epocale per il mondo dell’intrattenimento e non dell’ennesima zampata manageriale di una multinazionale che non conosce la parola crisi e non la intravede nemmeno all’orizzonte. Se anche Spider-Man: Far From Home è capace di raggiungere il miliardo di dollari di incasso, è chiaro che sky isn’t the limit anymore… e non lo è già da un bel po’ di tempo.

Ecco allora che dopo poco più di un decennio di gestazione (Paramount e Columbia hanno provato entrambe a farlo arrivare al cinema), la serie a fumetti The Boys, di Garth Ennis e Darick Robertson, approda sul piccolo schermo grazie agli sforzi congiunti di Amazon Prime Video da una parte e del trio composto da Seth Rogen, Evan Goldberg e Eric Kripke dall’altra, e la scelta dei nomi a uno sguardo informato non può che apparire la più naturale possibile; Goldberg e Rogen sono già artefici del successo per AMC di Preacher, altra serie a firma Ennis e dotata della consueta vena dissacrante del proprio autore, le cui armi predilette sono quelle della satira pungente, lo spiccato humour nero, una certa attenzione alle idiosincrasie umane e alla ipocrisia delle istituzioni (politiche e religiose su tutte) e una violenza espressiva di base molto marcata.

La base narrativa di partenza è di per sé molto semplice: il giovane e inetto “Wee” Hughie Campbell (Jack Quaid) assiste alla tragica morte della propria compagna per mano di uno dei tanti supereroi che popolano la società. Si tratta di A-Train, un giovane dotato del potere della supervelocità, il quale non riesce a fermarsi in tempo finendo per dilaniare il corpo della giovane malcapitata, proprio sotto gli occhi di Hughie. Ovviamente scosso, per la prima volta nella sua vita quest’ultimo inizia a prendere il controllo della propria esistenza e acquista una consapevolezza della realtà circostante fino ad allora data per scontata, anche grazie alla tempestiva intrusione di Billy Butcher, un fuorilegge che un tempo era al soldo di FBI e CIA e che adesso ha come unica missione di vita quella di mettere in riga i supereroi fuori controllo che dominano il mondo sprezzanti delle conseguenze delle loro azioni. Dopo aver reclutato Hughie, questi introduce il giovane all’altra facciata del supereroe, quella dedita a ogni tipo di nefandezze e perversioni, mascherate dietro una coltre di ingannevole pubblicità alimentata dal gioco controllato dei social media e dal lavoro di una fitta squadra di social manager abilmente piazzati al loro servizio. I supereroi, infatti, non sono affatto agenti indipendenti di giustizia e verità, ma sono al soldo della compagnia Vought, che controlla appunto le azioni del team denominato I Sette (negli albi di Ennis e Robertson ne esistono anche altri) e formato da Homelander, The Deep, Queen Maeve, Black Noir, A-Train, Translucent, ai quali si aggiunge la giovane e idealista Starlight, reclutata attraverso una selezione molto simile agli odierni talent show.

Il nostro sguardo è dunque filtrato dai due personaggi alle “prime armi” nei rispettivi schieramenti: appunto Hughie per i Boys e Starlight/Annie January per I Sette. Quest’ultima ha un arco narrativo più vicino alle giovane generazioni, cresciute con il sogno dei talent e con la promessa illusoria di fama e fortuna alimentata dallo strapotere mediatico delle multinazionali che estendono il loro giogo sulla popolazione a suon di click, like e follower. Dan Trachtenberg, classe 1981 e già alla regia del buon 10 Cloverfield Lane (nonché dell’episodio Playtest per Black Mirror), è abile nella presentazione dei personaggi e ad inserirli gradualmente all’interno di un mondo molto riconoscibile e per questo ancora più allarmante; le linee narrative di Hughie e Annie si accarezzano, dialogano in maniera extra-diegetica per poi sfiorarsi e abbracciarsi inconsapevolmente, conducendo metaforicamente lo spettatore all’interno di un percorso di autoconsapevolezza che poi era il fine ultimo del lavoro di Ennis e Robertson. Già da questo sguardo ai primi due episodi della serie – a fronte degli otto complessivi – si intuisce il potenziale esplosivo di una serie che già è una candidata a diventare la decostruzione odierna della mitologia del supereroe “mediaticamente assimilato negli ultimi vent’anni” al pari di quanto fatto dal Watchmen di Alan Moore nella metà degli anni Ottanta. Un’esplosione di senso che acquista caratteri ancora più inquietanti proprio perché ci si rende subito conto che The Boys non crea nessun universo distopico, ma semplicemente descrive la realtà in cui già viviamo. Speriamo solo che – al contrario di quanto affermava il Dr. Manhattan nel capolavoro di Moore – non sia “troppo tardi” per la nostra specie.

22 Luglio 2019
22 Luglio 2019
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