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Il valore aggiunto dei film dei Marvel Studios, più degli standalone che dei capitoli d’ensemble, sono le diverse chiavi di lettura che emergono a seconda delle interpretazioni. Ognuna risulta sempre efficace, coerente con la narrativa seriale impostata da Iron Man ad oggi e fruibile da qualsiasi tipo di pubblico. Tanto per fare degli esempi: la serie su Captain America sapeva essere un’acuta disamina delle contraddizioni politiche americane e un appassionante thriller di spionaggio; Thor: Ragnarok riusciva a riflettere sul tema dell’immigrazione con divertimento scanzonato e un’estetica camp da b-movie; Captain Marvel parlava di emancipazione femminile e ricerca dell’identità tra le pieghe di una classica space opera. Allo stesso modo, il riavvio di Spider-Man favorito dall’accordo con Sony (che ne detiene i diritti di sfruttamento) colpisce per il perfetto incontro tra la grammatica del teen movie anni ’80 e le esigenze del cinecomic moderno già nel riuscito Homecoming e ancora di più in questo Far From Home, dove l’arrampicamuri viene portato fuori dalla sua consona ambientazione come già fece John Hughes con Ferris Bueller in Una pazza giornata di vacanza o con la famiglia Griswold di National Lampoon European Vacation.

Senza spostarsi minimamente dal tono del primo capitolo, anzi consolidando il taglio da commedia adolescenziale e la prospettiva adeguata all’età del protagonista, il film ribadisce una certa distanza dalla trilogia di Sam Raimi e il dittico Amazing di Marc Webb, oltre che il bisogno di voltare pagina rispetto alle premesse; vuole infatti essere qualcosa di diverso da un semplice sequel di Avengers: Endgame, lavorando proprio sul superamento di quell’evento ormai generazionale creando i presupposti per il futuro del franchise e flirtando con il concetto di eredità (Spider-Man sarà il prossimo Iron Man?). Lo fa con la solita astuzia e semplicità disarmanti, assumendo lo sguardo di quel Peter Parker che ha già avuto un assaggio dei grandi palcoscenici – Civil War, Infinity War, Endgame – con tutta la fretta di crescere che comporta questa responsabilità, ma che al contrario dei suoi predecessori sente più forte l’urgenza di godersi la giovinezza di un normale teenager che preferisce uscire con MJ invece che salvare il mondo.

Il lungo processo di umanizzazione iniziato con lo Spider-Man del 2002 sembra concretizzarsi in Far From Home nel tentativo di evitare qualsiasi deriva filosofica-esistenzialista: non sono più le responsabilità a muovere Peter, quindicenne dal cuore buono, ma un potere che deve imparare a gestire nel miglior modo possibile e le domande sul suo futuro. Non più “chi sono”, come recitava il dilemma shakesperiano di Amleto, ma “chi voglio diventare”. Un’esperienza condivisibile da ogni ragazzino di quell’età e dalle persone che quella fase l’hanno attraversata, e se per Raimi la maschera bloccava questa maturazione ed era una chiamata precipitosa alla vita adulta, nell’universo cinematografico Marvel Spider-Man affronta una sfida diversa: essere se stesso nonostante il costume, far coincidere l’uomo e il suo alter-ego in un’unica immagine positiva.

Ma in che mondo vive questo Peter Parker? Una società dominata dalle promesse e dall’illusione del successo, dall’auto-affermazione e dall’individualismo, tutti valori ereditati dal mentore e padrino Tony Stark che ha trovato la redenzione soltanto prima di morire. Ed è qui che entra in gioco Mysterio, con gli occhi schizzati di Jake Gyllenhaal e il fascino dei classici antagonisti: una figura esclusa dal quadro, ostinata e malata di attenzione, il cui scopo è discutere il sistema. Le sue illusioni sono frutto di un lavoro collettivo al servizio del leader-immagine che inganna lo spettatore come il cinema, o i media, spacciando per realtà eventi e notizie false; perché oggi «le persone credono a qualsiasi cosa e vedono ciò che vogliono vedere», dirà il personaggio all’apice delle sue convinzioni, e non c’è conflitto più attuale nell’epoca dei nativi digitali, proprio quella di Spidey e dei coetanei. Ancora una volta la capacità di far confluire riflessioni sul presente, cinema di genere e spettacolo ribadisce lo stato di forma dei Marvel Studios, unico nel panorama, destinato a durare a lungo e oltre lo schermo della finzione.

9 Luglio 2019
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