Westworld

Welcome to the brave new world – “Westworld” – 3×01

[ATTENZIONE: questo articolo contiene spoiler]

Parce, Domine, parce populo tuo: ne in aeternum irascaris nobis. Allude alla rabbia feroce di Dio, il titolo del primo episodio di questa terza stagione di Westworld in cui, per alludere a un’altra citazione, tutto cambia per rimanere immutato. Se questo sarà un bene o un male ce lo diranno meglio gli episodi a venire, intanto basti sapere che la promessa di trasportare tutte le idiosincrasie degli autori (Jonathan Nolan e Lisa Joy al massimo della forma, sia di scrittura che visiva) e tutti i simbolismi di una serie che ha fatto della sua natura allusiva una cifra stilistica importante rimane tale, e così il gusto per il racconto dotato del solito e indistinguibile fascino. In questo Parce Domine è ben evidente l’intenzione di portare la serie ai fasti della prima stagione, dotata di una struttura a orologeria e che raggiungeva il suo culmine nell’esplosivo finale, e distanziarsi (vedremo quanto) dal loop infinito in cui era piombata con la seconda stagione (di cui in questa sede abbiamo potuto apprezzare più i pregi che additare i difetti, seppur innegabili).

If you’re stuck in a loop, try walking in a straight line. Ovvero smettere di girare a vuoto. L’episodio parte infatti pochi mesi dopo il finale di The Passenger, riprendendone quasi tutti i personaggi significativi (eccetto Maeve, che comparirà solo dopo i titoli di coda, e l’Uomo in nero), e ritroviamo Dolores in piena furia vendicativa; solo che la sua non è una semplice vendetta verso chi in passato si è approfittato di lei nel parco, mentre il mondo intero guardava dall’altra parte compiacente (in un incipit carico di riferimenti espliciti al #MeToo), quello che ci troviamo dinanzi è un personaggio che ha ormai raggiunto il suo pieno potenziale e comincia ad attuare il suo piano di conquista del mondo reale, annunciandosi da subito come divinità in grado di regnare sugli umani. Se da una parte abbiamo Dolores, che ha pienamente abbracciato la sua natura dis-umana, dall’altra c’è Bernard Lowe, il quale nel frattempo è stato “ingiustamente” accusato della strage a Westworld ed è costretto a nascondersi in un piccolo villaggio dell’Asia (il suo alias, è Armand Delgado, un curioso anagramma di Damaged Arnold); egli è da sempre una figura di mezzo, un arbitro imparziale tra le forze in campo, che si serve della sua natura meccanica solo quando estremamente necessaria (come ad esempio la legittima difesa, anche se con qualche danno collaterale); non ci troviamo davanti al contraltare di Dolores, perché quel ruolo spetta a Maeve, di cui non vediamo l’ora di scoprire quale destino l’attende (a fine episodio la ritroviamo “risvegliata” in un contesto nazista, probabilmente un altro parco a tema).

E poi c’è Caleb. Si tratta del più vistoso cambio di rotta dell’intera serie, che per la prima volta apre le porte del racconto non a qualche industriale dotato di ogni benessere pecuniario per accedere al parco o a ogni altra forma di benessere, ma un semplice umano escluso da tutto, da ciò che conta, perfino dalla sua precedente realtà (scopriamo che in passato era un soldato). Interpretato da un Aaron Paul perfetto per questo tipo di personaggio (in lui vediamo quasi lo stesso tipo di stress post-traumatico che affliggeva Jesse Pinkman in El Camino), il suo è il personaggio che più di tutti finora permette l’identificazione con uno spettatore immaginario, che può intercettare quei sentimenti di rivalsa sociale oggi sempre più attuali o alimentare quell’odio per il prestabilito, per il sistema corrotto e gestito a tavolino (qui ben rappresentato da un oscuro sistema di elaborazione dati denominato Rehoboam capace di tracciare il destino di chiunque) da potenti che si nascondono dietro un’intelligenza artificiale, tutt’altro che consolatoria.

Sebbene il discorso tra realtà e finzione rimanga sempre ben pulsante (è dopotutto il fulcro del discorso nolaniano), questo incipit di terza stagione sembra strizzare più l’occhio a una certa logica carpenteriana, una logica che prevede lo scatenarsi non solo di una guerra tra uomini e macchine ma dell’ennesima guerra tra uomini, tra razze, tra classi, in un eterno loop che attende solo di essere spezzato. Singolare il finale: Caleb, nome il cui significato biblico indica appunto qualcuno che si aggrappa al Signore, finirà per soccorrere l’unico personaggio “divino” del racconto.

P.S.: Come sempre è ineccepibile la selezione musicale che segue l’episodio, con brani di Death Grips (Bubbles Buried in This Jungle), Massive Attack (Dissolved Girl), Sevdaliza (Human), Pulp (Common People), Nena (99 Red Ballons), Emphatriot (Dazed & Confused), Giuseppe Verdi (Di Quella Pira).