Yo La Tengo. Long Distance Runners

1986. Il sottobosco americano è in pieno fermento: il Paisley Underground sembra arrivato a un punto di non ritorno, dopo le ultime zampate di classe di gente come Feelies (a pubblicare il secondo album dopo un gap di ben cinque anni) e Giant Sand (alle prese con un manifesto come Ballad Of A Thin Line Man), e con gruppi storici come Green On Red e Dream Syndicate giunti alla canna del gas; nel frattempo gente come R.E.M., Sonic Youth, Hüsker Dü e Replacements sono all’apice del gradimento del sempre più folto pubblico “indie”, prima vera ondata di un fenomeno che esploderà pienamente nel decennio successivo.

Chissà in quanti allora avrebbero scommesso su una band di Hoboken, New Jersey, che debuttava quasi in sordina proprio quell’anno con un LP per la Coyote Records (la stessa dei Feelies). Scriveva in tempo reale il nostro Rockerilla: “Sarà arduo dimenticarci di questa band e non soltanto per il suo nome davvero poco usuale”. Già, il nome. Una frase spagnola che traduce il grido “I’ve got it” (“ho la palla”), usato nel baseball dal center-fieldper indicare la sua posizione agli altri giocatori dopo un lancio; un nome scelto perché, a sentire i fondatori Ira Kaplan e Georgia Hubley, suonasse volutamente “straniero”, per evitare implicazioni o associazioni di ogni tipo (e, intuiamo, per restare fisso nella memoria).

Un nome che, pur suonando ai più ancora esotico e misterioso, oggi indica una delle band indie più amate e rispettate dagli appassionati e dalla critica. Un successo e una stima riconducibili in primo luogo alla qualità – quasi sempre medio-alta – dei tanti lavori sinora pubblicati (le vicende biografiche sono da sempre in totale secondo piano), unita a una solida reputazione costruita in maniera credibile anno dopo anno, disco dopo disco, concerto dopo concerto; il tutto con la naturale consapevolezza di chi sa di compiere ogni volta la mossa giusta. Come qualcuno ha già detto, il trascorso di giornalista musicale di Ira Kaplan potrebbe avere avuto il suo peso: chi meglio di un critico sa cosa piace ai critici? Ma ridurre l’intera vicenda di questa band a un calcolo cinico sarebbe semplicistico, se non ingiusto.

Vista con gli occhi della contemporaneità, la parabola dei Yo La Tengo appare piuttosto come una crescita sempre più compiuta nei confini di un territorio ben preciso, attraverso album che hanno di volta in volta definito e cristallizzato una formula basata su sintesi del passato (quando non del presente) e ricerca sonora, all’insegna di un’etica fortemente e fieramente indipendente. Detto altrimenti, i Nostri sono probabilmente tra i più efficaci interpreti di quello che chiamiamo indie rock. Non i primi, certo, tanto meno i più famosi, relegati anzi al perenne status di band di culto. Intellettuali snob o ferventi appassionati a seconda dei punti di vista, ma in ogni caso lontani da poser ultra-hipcome i Sonic Youth, slacker impenitenti come i Pavement o nerd insoddisfatti come i Sebadoh. Sia come sia, in ogni corsa c’è chi punta a tagliare il traguardo per primo e chi invece svela il suo valore sulla lunga distanza. Se oggi ci ritroviamo ad accogliere l’undicesimo album in studio I Am Not Afraid Of You And I Will Beat Your Ass come uno degli strike più poderosi di una carriera ormai ventennale, un motivo sicuramente dev’esserci.

The Evil That Men Do

Come nel celebre caso della coppia Thurston Moore / Kim Gordon nei Sonic Youth, anche la storia dei Yo La Tengo poggia le sue fondamenta su una stabile e duratura relazione coniugale. Il connubio sentimentale e artistico tra Ira Kaplan e Georgia Hubley è la scintilla da cui tutto è partito nel 1984, quando entrambi cominciano a improvvisare insieme su cover di Velvet Underground, Mission Of Burma e Soft Boys dopo essersi incontrati tante volte tra negozi di dischi, concerti, partite di baseball dei New York Mets.

Già tecnico del suono e roadie al Maxwell’s di Hoboken, Ira allora aveva intrapreso una rispettabile carriera di giornalista musicale all’interno della scena di New York, ma – fedele al più classico stereotipo secondo cui dietro ogni critico si nasconde un musicista frustrato – non aveva rinunciato al suo sogno e alla sua passione più grande, nata dagli ascolti giovanili legati ai sixties – Beatles, Velvet Underground, Kinks e di tutto un po’- e dall’amore in seguito sviluppato per tutta la new wave americana e inglese di quegli anni (un range che si sarebbe rivelato negli anni incredibilmente ampio, arrivando ad includere indie, garage, pop, jazz, elettronica e segnando di conseguenza il percorso della sua band). Proprio lui, che da sempre nutriva una venerazione per Lou Reed, non poteva quindi trovare una partner migliore nella minuta Georgia, che con il suo set di pelli e la sua battuta precisa e potente era decisamente un tipo à la Moe Tucker (curioso come nel 1996 la band si troverà ad impersonare proprio i V.U. nella pellicola I Shot Andy Warhol).

Passioni ed interessi comuni portano quindi il chitarrista / cantante e la batterista alla ricerca di altri due musicisti per completare l’organico in vista di un progetto stabile; a rispondere all’appello arrivano presto il chitarrista solista Dave Schramm e il bassista Dave Rick. Ecco quindi che l’anno successivo vede la luce il singolo The River Of Water (Egon, 1985), un country rock melodico senza troppi fronzoli accompagnato sul retro da una diligente cover di A House Is Not A Motel dei Love.

Nient’altro che una prova generale in vista del debutto Ride The Tiger (Coyote, 1986 / Matador, 1996), per il quale viene reclutato Mike Lewis al basso e Clint Conley dei Mission Of Burma alla console. Le sonorità dell’album sono immediatamente riconducibili a tutte quelle band dell’epoca immerse fino al collo nel revival rock-folk dei sixties, innamorate tanto di certe tonalità desertiche quanto dei cari vecchi Velvets, meglio conosciute sotto la sigla Paisley Underground. Nonostante questo, gli Yo La Tengo dell’esordio non sono propriamente una band Paisley: l’amalgama è sì dominato dalle chitarre squillanti in stile Tom Verlaine / Richard Lloyd / Robert Quine di Dave Schramm – tanto che Ira si troverà anni dopo ad ammettere la predominanza del chitarrista nella miscela sonora -, ed è tutto un susseguirsi di arpeggi nervosi, arabeschi, pulsanti figure di basso, ritmi ora sostenuti (The Empty Pool) ora più rilassati (Alrock’s Bells) ma sempre urgenti. Eppure ci sono dei momenti che, col senno di poi, lasciano intuire una personalità destinata ad emergere di lì a qualche album: vedi The Evil That Men Do, incendiaria e dissonante performance vocale e chitarristica di Kaplan per uno dei brani cardine dei primi Yo La Tengo, cui fa eco la conclusiva Screaming Lead Balloon; e che dire poi dell’interpretazione puramente Reed-iana di Big Sky dei Kinks, seguita dal velluto sotterraneo The Pain Of Pain (gingillo degno anche dei coevi R.E.M.)? Il resto scorre tra il piacevole e il già sentito (la byrdsiana Five Years, o The Forest Green, tra Green On Red e Love), ma una cosa è chiara sin dall’inizio: questi musicisti sanno bene come tenere in piedi la baracca anche se il terreno è ancora malfermo. (6.7/10)

Poco più di un anno e siamo al secondo disco, ironicamente titolato New Wave Hot Dogs (Coyote, 1987), per il quale la formula viene sostanzialmente ripetuta, seppur con qualche variazione. Se House Fall Down aggiorna lo standard al vetriolo di The Evil That Men Do con innesti punk e Lewis è quasi un’altra River Of Water, Let’s Compromise e The Story Of Jazz sfoderano un suono graffiante che sa già di ’90, mentre qua e là troviamo accenni di ricerca come folk strumentali in odore di Felt (Lost In Bessemer) o rigurgiti wave-garage à la DevoB52’s (Serpentine).

Non manca neanche l’operazione filologica da intenditore, ovvero la riproposizione di un oscuro inedito dei Velvets, It’s All Right (The Way That You Live); dal canto suo, Did I Tell You pare uscita dal Live 1969, con No Water a ricordare i R.E.M. più sognanti (6.5/10). Scrittura leggermente più varia e ricerca di diverse soluzioni sonore quindi, in un progresso che porta dritti al mini President Yo La Tengo (Coyote, 1989). A fare da raccordo tra i lavori c’è il singolo The Asparagus Song che in alcune intuizioni anticipa Barnaby Hardly Working, brano di apertura del dischetto: strumming di chitarra à la Sonic Youth (circa Evol), produzione secca, uso di feedback in loop a costituire il tappeto sonoro per un pregevole effetto trance. I Yo La Tengo targati ’90 partono da qui, così come la futura verve sperimentale: dalle delicatezze tutte acustiche di Alyda e I Threw It All Away (puro Lou Reed circa 1968) alle asperità della scatenata e rabbiosissima Orange Song(furia hardcore alle spalle, con il grunge dietro l’angolo), è un provare stili e soluzioni diverse, anche in fase di arrangiamento. Menzione particolare merita il debutto di Georgia ai cori, particolarmente efficace nel quasi duetto di Drug Test, brano epico non troppo lontano da certe soluzioni dei Pixies di lì a venire, per non tacere della parentesi autoreferenziale delle due versioni di The Evil That Men Do (una strumentale, quasi surf, che non avrebbe sfigurato sull’immediatamente successivo Fakebookcome auto-cover, e una live di 10 minuti, a dir poco animalesca); tutti elementi che messi insieme fanno uno dei lavori cruciali della band, se non altro in quanto culla di numerosi sviluppi futuri. (7.1/10)

Swing For Life

Il passaggio tra ’80 e ’90 è segnato da cambiamenti che porteranno nel giro di un paio d’anni all’assetto definitivo dei Yo La Tengo, nell’organico e nell’impostazione sonora. Ben presto infatti Dave Schramm si troverà a lasciare definitivamente a Kaplan il ruolo di chitarrista; prima di questo però la band realizza Fakebook (Bar None, 1990), sorta di lavaggio purificatore in cui viene sfogata tutta la vocazione filologica del progetto. Un album interamente semi-acustico, costituito in prevalenza da cover country e folk di autori oscuri come The Scene Is Now, Rex Garvin & The Mighty Cravers, The Escorts, The Flamin’ Groovies, accanto a classici come Cat Stevens, Kinks e Flying Burrito Brothers per finire a nomi di culto come Pastels, John Cale e Daniel Johnston ( la Speeding Motorcyclequi presente è, di fatto, uno dei primi riconoscimenti del mondo indie verso l’outsider texano). Completano il quadro un paio di auto-cover (Barnaby, Hardly Working e Did I Tell You) e un inedito – The Summer– che lascia intravedere le nuove alchimie in corso, per un episodio nient’affatto marginale (oltre che godibilissimo) che mette in luce l’eclettismo e la capacità interpretativa di musicisti il cui potenziale si rivela sempre più ampio. (6.9/10)

E così, nel 1991 tutte le tessere del puzzle finalmente prendono il loro posto: dopo l’avvicendarsi di una serie di bassisti che andava avanti sin dai primi giorni di vita (il produttore Gene Holder, Al Greller, Stephan Wichnewski), il gruppo trova in James McNew quel tassello mancante che le consentirà di sviluppare in pieno tutte le proprie intuizioni; a completare il team arriverà poco dopo il producer Roger Moutenot, che accompagnerà i Nostri da Painful fino ad oggi.

Il nuovo corso dei Yo La Tengo si apre con May I Sing With Me (Alias, 1992), ad oggi una delle pietre miliari del rock chitarristico dei ’90, forte di uno stile in piena maturazione. Oltre a marcare l’esordio del corpulento bassista, l’album sfoggia infatti un sound nuovo di zecca, che trae i suoi punti di forza dalla verve alla sei corde di Ira (musicista che, seppur non eccelso, fa di necessità virtù), dalle potenti linee di basso che sorreggono i pezzi e da un drumming preciso, e versatile; non da ultimo, Georgia assume definitivamente il ruolo di seconda vocalist, aggiungendo all’amalgama tonalità naif tra Moe Tucker e certo indie scozzese (Pastels e Vaselines). La tavolozza si tinge di ulteriori soluzioni di scrittura e arrangiamento: da un lato una spiccata vocazione pop (il singolone Upside-Down), dall’altro decise e vigorose virate psych ( Swing For Life , Sleeping Pill), con ancora qualche strascico Paisley-punk a ricordare un passato mai così infuocato ( Out The Window , 86-Second Blowout, Mushroom Cloud Of Hiss). In quell’anno sconvolto dalla bufera del grunge, con coetanei come Sonic Youth a fare da padrini del movimento e l’esplosione lo-fi in corso, i Yo La Tengo si impongono come la college rock band ideale, più affine per certi versi a quanto accadeva dall’altra parte dell’oceano (l’indie-folk Creation di Detouring America With Horns, lo shoegaze di Some Kinda Fatigue , la wave di Five-Cornered Drone), ma con i piedi ben piantati nel suolo americano e nella lezione dei Velvet Underground ( Always Something , Satellite). A partire da qui, questa formula subirà progressive variazioni e aggiustamenti, con risultati per lo più pregevoli. (7.6/10)

Oltre all’approdo definitivo alla Matador (label di cui la band diventerà uno dei simboli insieme a gente del calibro di Pavement e Cat Power), il successivo Painful (Matador / Atlantic, 1993) registra una forte sterzata in direzione trance, dettata anche dall’inserimento di tastiere nell’arsenale sonoro. Sin dall’iniziale Big Day Comingè l’organo ad assumere il comando, contornato da feedback e drones, con un esito in bilico tra dream pop e i Velvet Underground sotto oppio; dello stesso tenore Superstar Watcher, Nowhere Near e The Whole Of The Law (a cui probabilmente i Low avranno dato più di un ascolto), tutti brani che spiegano le vele della band verso nuovi orizzonti. Ma l’album vive anche della schizofrenica alternanza con episodi decisamente più duri, come la reprise di Big Day Coming, Double Dare (un santino Sonic Youth) e la strepitosa From A Motel 6 (riff killer di chitarra e andamento kraut); è però sul versante sperimentale che la band fa decisamente centro, con la Faust-iana I Was The Fool Beside You, la scheggia impazzita Can Sudden Organ e la conclusiva I Heard You Looking, una jam costruita su un semplice giro armonico su cui la sei corde si giostra tra evoluzioni virtualmente infinite, partendo da elementari figure fino al noise più selvaggio; la quintessenza del chitarrismo indie rock insomma, nonché cavallo di battaglia dei live della band. (7.8/10)

Come espressività e varietà di toni, Painful è sicuramente un punto alto della carriera dei Nostri; non passa però troppo tempo ed arriva il momento di Electr-o-Pura(Matador , 1995), per alcuni un lavoro in tono lievemente minore, che comunque fa tesoro delle intuizioni precedenti per svilupparle in senso più pop. L’ascendenza del beat e della melodia di stampo britannico è subito evidente da Tom Courtenay, brano di punta del disco – e del repertorio della band – tutto giocato sulle reminiscenze british invasiondella linea vocale (suggestione efficacemente resa anche in un irresistibile videoclip in cui Ira e soci sognano di aprire un concerto dei redivivi Beatles), con la musica che viene aggiornata al canone dei Pavement. Se poi Decora e Blue Line Swinger accentuano ulteriormente certe derivazioni My Bloody Valentine e Pablo And Andrea, The Hours Grow Late sono tra i momenti più delicati sino allora ascoltati da parte del gruppo, il resto dell’album vive un po’ di rendita sulle idee precedenti, ma a onor del vero va detto che la scrittura non scende mai sotto la soglia qualitativa a cui il pubblico è abituato. Nella vasta discografia dei Yo La Tengo, Electr-o-Pura potrebbe essere un album di b sides, costellato da tanti piccoli classici di genere. (7.0/10)

Our Way To Fall

Forte di una reputazione ormai consolidata in ambito indie, a partire dalla seconda metà dei ’90 la band si avvia verso quella parte di carriera che, di solito, viene indicata come “maturità”. Ma se per la maggioranza dei gruppi della stessa generazione questo termine equivale ad attraversare la loro fase discendente (senza per questo perdere in smalto e dignità, come i Sonic Youth), se non ad affrontare la prossima conclusione della propria parabola (Pavement), gli Yo La Tengo sfornano a distanza di tre anni l’uno dall’altro due album che, più o meno all’unanimità, sono considerati i capolavori del loro percorso artistico. Un giudizio già espresso dai contemporanei e che oggi trova una solida conferma nell’attuale stato di salute della band. Il motivo del successo di questi lavori va ricercato nella piena e raggiunta padronanza dei propri mezzi, che consente da un lato ad interpretare e re-interpretare a piacimento il proprio stile, dall’altro a lavorare su suono e composizione verso risultati inediti e ineguagliati.

I Can Hear The Hearts Beating As One (Matador, 1997) è senz’altro il lavoro più classico dei Yo La Tengo, quello che li ha definitivamente consacrati e ne ha assicurato il culto di cui tutt’ora Kaplan e soci godono. In quasi 70 minuti è possibile trovare l’intera palette stilistica dei tre, dal singolo college rock Sugarcube al folk rock tinto di Lou Reed di One Pm Again, dall’ipnotica psichedelia soft di Damage al twee in odore di Belle And Sebastian di My Little Corner Of The World e Shadows, dal punk indie ad alto voltaggio di Deeper Into Movies al kraut ultra-spaziale di Spec Bebop fino a lambire certa trance-lounge targata Stereolab in Moby Octopad e The Lie And How We Told It, in un amalgama riconoscibile e a suo modo unico. E’ qui che trovano posto anche must del repertorio della band come Stockolm Syndrome (folk tra R.E.M. e Beatles a firma James McNew), la rilettura in chiave garage-Velvet Underground di Little Honda dei Beach Boys e soprattutto Autumn Sweater, raggiunto equilibrio – ebbene sì – tra melodia e ballabilità (8.0/10).

Un trionfo insomma, destinato per di più ad essere eguagliato – se non superato – dal successore And Then Nothing Turned Itself Inside Out (Matador, 2000). Alle atmosfere rarefatte assaggiate in Painfulsi aggiungono qui elementi ambient, jazz e dream pop, che finiscono per marchiare al fuoco l’intero lavoro rendendolo una mosca bianca nella discografia del trio. Il baricentro della band si sposta decisamente dai territori rock del passato (con la sola eccezione di Cherry Chapstick) ad altri non ancora del tutto esplorati, all’insegna di un’attitudine impro sempre più predominante (vedi i 17 minuti finali di Night Falls On Hoboken); pur restando all’interno della forma canzone, si va all’esplorazione e alla ricerca di spazi dilatati e cinematici, in virtù di un interplay che assume ormai connotati quasi jazzistici. Un album dai toni volutamente oscuri (l’opener Everyday, che riporta a certi abissi Slowdive), a tratti impalpabile (The Crying Of Lot G, ninnananna Bacharach-iana), altrove inaspettatamente leggero (il folk-pop di Madeline, la straordinaria rilettura del classico disco di George McRae You Can Have It All), di sicuro sperimentale (il Morricone virato jazz e noir di Tired Hippo, gli Stereolab/Tortoise di Let’s Save Tony Orlando’s House, l’andamento kraut-robotico di Saturday), perfino romantico (vedi canzoni d’autore come Tears AreIn Your Eyes e Our Way To Fall, figlie di un songwriting che sfiora l’eccellenza). Tanti pregi che fanno perdonare la durata di quasi 80 minuti; tutto sommato un peccato veniale, in un incantesimo che si ripete a ogni ascolto (8.1/10) .

Ne è passata di acqua sotto i ponti dai tempi di The Evil That Men Do… e a dimostrarlo sono le mosse immediatamente successive: prima la soundtrack per sei documentari di Jean Painleve, The Sounds Of The Sounds Of Science (2002), portata anche in tour – una vocazione che prosegue fino ai giorni nostri, con l’accompagnamento per le pellicole indie Junebug (2005) e Old Joy (2006); poi il decimo album in studio Summer Sun (Matador, 2003), che sviluppa le idee del predecessore pur avvalendosi di un mood più rilassato e giocoso. Accompagnati da alcuni special guest di eccezione come Paul Niehaus dei Lambchop e il contrabassista jazz William Parker, gli Yo La Tengo possono permettersi un lussuoso esercizio di stile, dalle trame volutamente sofisticate (il soul confidenziale di Nothing But You And Me, il folk targato McNew di Tiny Birds, il Bacharach di How To Make An Elephant Float), non privo della consueta verve sperimentale (Beach Party Tonight, ovvero l’Islanda dei Sigur Ròs trapiantata nella California di Brian Wilson), pervaso comunque da una leggerezza che ha dell’irresistibile (l’acquerello Season Of The Shark, l’insolita commistura Neu-folk pop di Little Eyes, la delicata Today Is The Day– di cui esiste anche una versione elettrica su EP). Nessuna urgenza da queste parti, al punto che c’è tempo di gigioneggiare ancora una volta con lounge (Winter A Go-Go, Georgia Vs Yo La Tengo) e jazz (in Moonrock Mambo pare di sentire i Fun Lovin’Criminals – ! – , mentre Let’s Be Still assume tonalità psych come certi Mercury Rev), fino all’omaggio finale ai Big Star con la loro Take Care, arricchita da un retrogusto Mojave 3. Gran bella cosa, la maturità. (7.3/10)

Fog Over Frisco – EP, Singoli, Compilation

Nella carriera ventennale di una band rigorosamente indie come i Yo La Tengo, lo spazio riservato alle uscite discografiche secondarie non può che avere il suo peso. Se Fakebook per certi versi potrebbe già appartenere a questa “ala” della discografia, è il singolo-promo dello stesso anno, Here Comes My Baby (Bar None, 1990), ad inaugurare le danze: nulla più che una testimonianza live del periodo della band, allora ancora con organico instabile (alla chitarra c’è Chris Nelson degli Information) ma alle prese con alcune – difficili, pare – date europee. Il suono è crudo e aggressivo, e la Barstool Blues qui contenuta conferma – come ce ne fosse bisogno – la venerazione dei Nostri per Neil Young, (a proposito, sarebbe veramente l’ora se qualcuno recuperasse dagli archivi una rarissima For The Turnstiles uscita soltanto come b side di The Asparagus Song nel 1988).

That Is Yo La Tengo, dell’anno successivo, presenta invece cinque brani inediti registrati prima dell’arrivo di James McNew: una prèmiere di tre brani – in versione primigenia – dall’imminente May I Sing With Me e un paio di outtakes tra cui il gioiellino folk-wave Fog Over Frisco, brano concepito durante un tour acustico di Ira e Georgia, in cui i due giocano a fare i Pastels (o, se preferite, Eugene Kelly e Frances Mckee dei Vaselines). A corredo del quinto album esce poi come singolo Upside-Down (Alias, 1992), in cui trova posto una squisita versione acustica della title track, la delicata The Farmer’s Daughter e una delle prime prove dell’autoindulgenza del gruppo, i quasi 25 minuti di Sunsquashed; d’altro canto, il successivo singolo Shaker (rigorosamente non-album) resta uno dei loro migliori compendi di distorsioni velvettiana à la White Light / White Heat.

Da Painful viene invece tratto il singolo From A Motel 6, che presenta una Ashes On The Ground degli Half Japanese oppiacea come lo sanno essere i Low e un remix di Steve Fisk del brano guida, più Nutricia, sorta di divertissement stereolabiano in acustico. Nel 1995, l’EP Camp Yo La Tengo è un antipasto dall’imminente Electr-O-Pura, in cui un’alternate take di Blue Line Swinger fa la parte del leone, insieme a una deliziosa Tom Courtenayche, affidata a Georgia e ad un arrangiamento delicato come non mai, anticipa abbondantemente il mondo a pastello dei Belle & Sebastian; fa da contraltare una quasi-tragica rilettura di Can’t Seem To Make You Mine dei Ramones, mentre il singolo uscito per lanciare Tom Courtenay (nella versione dell’album) sfodera un numero decisamente aggressivo come Bad Politics.

In parallelo alla svolta sperimentale della band, i successivi EP si infarciscono di remix ed esperimenti sonori: prima Autumn Sweater (1997), poi Danelectro (2000) e Nuclear War (2002) giocano su una serie di variazioni sullo stesso tema ricorrendo a dream pop, elettronica e jazz (il terzo della serie è un riadattamento da Sun Ra), con risultati altalenanti; degno di nota il remix di Kevin Shields della canzone tratta da I Can Hear The Hearts Beating As One. Per il resto, i soli EP ad offrire inediti e b sides fino ai giorni nostri sono Little Honda (1998) e Today Is The Day (2003); il primo si fa ricordare per una cover di By The Time It Gets Dark di Sandy Denny e la parodia di We Are The Champions (!), mentre il secondo offre una versione elettrica della title-track (poco riuscita, in verità) e, tra le altre cose, una Cherry Chapstick acustica e un curioso gingillo wave-psych che risponde al nome di Outsmarteners.

Parte di questo piccolo patrimonio viene riversato in un paio di compilation di rarità, a partire dalla doppia antologia del 1996 della Matador gustosamente chiamata Genius+Love=Yo La Tengo (non c’è che dire: Ira Kaplan e co. meriterebbero un posticino nella storia del rock anche solo per i titoli dei loro dischi). Se volete evitare di mettervi a caccia dei singoli EP, questo è il percorso migliore, con una serie di outtakes e chicche più o meno introvabili come la famosa Speeding Motorcycle di Daniel Johnston suonata live per la radio WMFU, in cui l’autore duetta con la band via telefono (leggenda vuole dal manicomio in cui si trovava allora), una rara Some Kinda Fatigue parecchio diversa dall’originale, una Demons tratta dalla colonna sonora di I Shot Andy Warhol (la loro Venus In Furs), più i soliti omaggi come una Somebody’s Baby di Jackson Browne virata Crazy Horse e le devote Hanky Panky Nohow e I’m Set Free, santini rivolti ai soliti John Cale e Lou Reed.

Nel 2005, il terzo cd della compilation Prisoners Of Love (i primi due sono una canonica ma efficace selezione di vent’anni di carriera) aggiorna il catalogo “sotterraneo” offrendo altre stranezze assortite, come una Decora acustica, un demo assolutamente inedito di Big Day Coming e outtakes sparse del periodo dal ‘95 in poi, del calibro di Almost True e Pencil Test, o un paio estratti dalla soundtrack del film Invisible Circus, Weather Shy e Stay Away From Heaven.

A proposito di colonne sonore, anche se probabilmente avrebbe meritato di essere trattato insieme ai dischi principali, The Sounds Of The Sounds Of Science– accompagnamento per una serie di documentari sulla vita sottomarina, di Jean Painleve – è uno dei lavori più sorprendenti della band di Hoboken: nel suo mescolare ambient, trip hop, elettronica, jazz, space e psych-rock rappresenta l’ideale evoluzione/dilatazione delle intuizioni di And Then Nothing, con la band perfettamente a suo agio al di fuori della tradizionale forma canzone. Sullo stesso versante si può includere anche la curiosa collaborazione con Jad Fair del 1998, Strange But True, un album in cui ai testi surreali e umoristici dell’ex Half Japanese (tratti da titoli di articoli di giornali, strani ma veri appunto), i tre forniscono un accompagnamento psichedelico e tipicamente indie, sulla scia di quanto sentito in I Can Hear The Hearts…. In questo caso il risultato è dato dalla somma delle parti, anche se questo lavoro va annoverato più nella discografia di Fair che in quella dei nostri (vedi le analoghe joint-venture con Daniel Johnston o più recentemente Teenage Fanclub; d’altronde avere Jad Fair come frontman non è cosa da tutti i giorni).

Per finire con la serie “se non son strani non li vogliamo”, nella prima metà del 2006 la Egon ha pubblicato (solo su ordinazione online) la raccolta Yo La Tengo Is Murdering The Classics, in cui è stato selezionato il meglio – o il peggio, a leggere le note pubblicate sul sito dei YLT – delle apparizioni radiofoniche dei Nostri per l’annuale show di beneficenza della radio WFMU. A seconda delle richieste degli ascoltatori, Ira e soci si sono trovati alle prese con roba del calibro di Sweet Dreams degli Eurythmics (affrontata in maniera più credibile di quanto pensiate), Mama Told Me Not To Come o il jingle dei NY Mets o la filastrocca The Hokey Pokey, il tutto improvvisato in maniera più o meno goliardica e più o meno precisa. Ovviamente non sono mancate le richieste “serie”, in cui i YLT hanno sguazzato come rane nel proprio stagno, vedi Roadrunner dei Modern Lovers, o Oh Sweet Nuthin’ dei soliti Velvets, o Raw Power degli Stooges, o Baby’s On Fire di Eno, o Mary Ann With The Shaky Hand degli Who… l’importante è non prendersi sul serio. Piccola nota conclusiva: dai bootleg è emersa la mancata inclusione di Cheese And Onions dei Rutles: come dire, “ce ne sarà mai una che non conoscono, quei volponi dei Yo La Tengo”?

28 Settembre 2006
28 Settembre 2006
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Prisoners Of Love: A Smattering Of Scintillating Senescent Songs 1985-2003

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