The Dream Syndicate (US)

Biografia

Il tempo e l’elettricità

I Dream Syndicate furono fondati nel 1981 a Davis (CA) da Steve Wynn, cantautore e chitarrista losangelino classe ’60, e dalla compagna d’università Kendra Smith (bassista e cantante) assieme al chitarrista Karl Precoda ed al batterista Dennis Duck. Con questa formazione dettero vita ad un sound che al revival chitarristico perseguito con crescente successo da band quali ReplacementsR.E.M., aggiungeva una forte componente psichedelica condotta su un binario assieme ruvido (sulla scorta del garage rock “primordiale” riassunto nella celebre serie di cofanetti Nuggets) e arty (con particolare riferimento al punk-wave visionario di Television e Patti Smith).

 

Sebbene l’attitudine sperimentale sembrasse evidente fin dalla ragione sociale (ispirata al soprannome del Theatre of Eternal Music, gruppo musicale d’avanguardia degli anni Sessanta nel quale figuravano La Monte Young, Tony Conrad e John Cale tra gli altri), non era in realtà che lo specchio distorto nel quale andava a riflettersi questa sorta di Americana febbrile e noir, in bilico tra asprezza desertica e incubi urbani, che non mancherà di rifarsi esplicitamente a due punti cardinali come Neil Young e Velvet Underground. Dopo un EP omonimo del 1982 per l’etichetta Enigma dello stesso Wynn, nello stesso anno sarà l’etichetta del produttore Chris D. Ruby Records (divisione di Slash Records) a pubblicare l’album d’esordio The Days Of Wine And Roses (come il titolo di un film di Blake Edwards del 1963). Registrato nel settembre del 1982 a Los Angeles e caratterizzato da un suono chitarristico acido e sferzante con ampio ricorso ai feedback, sfodera nove pezzi dominati dal taglio assieme crudo e struggente di Wynn, che si rivela fin da subito autore di vaglia (sue tutte le tracce ad eccezione di Halloween, firmata Precoda).

Alternando vena punk rock sbrigliata e cavalcate tumultuose, The Days Of Wine And Roses si guadagna il plauso della critica e i favori del pubblico, al punto da venire indicato fin da subito come il capostipite del cosiddetto Paisley Underground.

Il Paisley fu un vero e proprio movimento circoscritto all’area californiana dei primi anni Ottanta che vide protagoniste band quali Green on Red, Long Ryders, Thin White Rope, Giant Sand e Rain Parade. Malgrado questo ottimo avvio, Kendra Smith lasciò la band nel giro di pochi mesi (la ritroveremo nei Rainy Day assieme a David Roback, col quale poi fonderà i seminali Opal, futuri Mazzy Star), sostituita alle quattro corde da Dave Provost.

Il lavoro successivo dei Syndicate, The Medicine Showesce nel 1984 per la major A&M Records, che impone alla produzione Sandy Pearlman, già al lavoro per Blue Oyster Cult e Clash. Rispetto al modus operandi intenso ma sbrigativo dell’esordio, si tratta di un lavoro meditato, frutto di numerose sessioni e di scelte estetiche ben ponderate. Come ben sintetizza il nostro Giulio Pasquali, “il nuovo produttore cambia metodo di lavoro: le canzoni eseguite per giorni e giorni fino alla maturazione definitiva, il feedback del chitarrista Karl Precoda zittito al fine di farlo concentrare sugli assoli, la dilatazione dei brani a tirar fuori l’attitudine alla jam“, ripartendo sostanzialmente dal punto in cui si chiudeva l’album precedente.

Ad incisioni e missaggio già concluso, Pearlman decide di aggiungere il piano di Tom Zvoncheck (anch’egli già Blue Oyster Cult), scelta non osteggiata dalla band giacché in effetti “dona al tutto un quid in più, aggiungendo al sound imprevedibilità, ricchezza e apertura“.

Il risultato è ciò che da molti viene ritenuto il capolavoro della band e senz’altro uno dei titoli più significativi del Paisley, forte di una tensione assieme lirica e crepuscolare.

Titoli quali Burn, Bullet With My Name On It e soprattutto John Coltrane Stereo Blues che diverranno autentici cavalli di battaglia live della band e più avanti del Wynn solista. Pur trattandosi insomma di un album di valore assoluto – e malgrado la promozione effettuata come opening band per i tour dei lanciatissimi U2 e R.E.M. – i canoni estetici dell’epoca non erano evidentemente i più adatti per decretarne il successo. Il fiasco commerciale di Medicine Show non giovò certo agli equilibri della band, che andò incontro ad un nuovo drastico cambio di formazione: fuori Karl Precoda e Dave Provost, sostituiti rispettivamente da Paul B. Cutler  e Mark Walton. Col nuovo organico il sound prese una direzione più levigata e per certi versi radiofonica, malgrado Wynn non rinnegasse la sua natura di musicista ruspante e autore che privilegiava l’intensità anche sporca del folk-blues alla pulizia formale, come dimostra la “digressione” di The Lost Weekend, album pubblicato nel 1985 a firma Danny & Dusty, progetto estemporaneo allestito con Dan Stuart dei Green On Red.

Preceduto dall’EP dal vivo This Is Not The New Dream Syndicate Album – inciso durante il tour di The Medicine Show, quindi con ancora Precoda alla chitarra – Out Of The Grey esce nel 1986 per la Big Time Records. Prodotto dalla new entry Cutler, non eguaglia certo la qualità né il piglio dei lavori precedenti, però riesce a conquistare un apprezzabile airplay e soprattutto può vantare almeno un pezzo da antologia, quella Boston che chiama a raccolta la vena letteraria dolente e drammatica di Wynn al servizio di un rock carico di tensione e malanimo. Con lo stesso organico ma la produzione di Elliott Mazer (nel cui repertorio figuravano titoli di Neil Young, Janis Joplin e Michael Bloomfield tra i molti altri), due anni più tardi vide la luce Ghost Stories, stavolta per la Enigma Records.

Arricchito dalle tastiere di Chris Cacavas dei Green On Red e dal piano di Robert Lloyd dei Romans, è un altro buon lavoro con almeno due pezzi di buon livello (la cover See That My Grave Is Kept Clean e Loving The Sinner Hating The Sin) che però decreta il progressivo spegnersi dell’urgenza creativa.

Lo scioglimento a quel punto appare un passaggio inevitabile e tutto sommato giusto, anche se, come a volte capita alle grandi band, il suggello è affidato a un canto del cigno formidabile: Live At Raji’s.

Prodotto ancora da Mazer per i tipi della Restless che documenta una incandescente serata al Raji’s, un piccolo locale di Hollywood. Ristampato nel 2004 come doppio cd, ripercorre a volo d’uccello il repertorio del gruppo selezionando quattordici tracce emblematiche più una riuscita rilettura di All Along The Watchtower di Bob Dylan, dimostrando come sul palco l’impeto e la padronanza fossero intatte e forse all’apice.

La carriera solista di Steve Wynn è proseguita all’ombra di questa ingombrante esperienza, a cui si è riavvicinato con l’ottimo doppio album Here Comes The Miracle del 2001, a partire dal quale ha messo a segno una serie di album abbastanza ispirati come Northern Aggression (Blue Rose, 2010) e Wynn Plays Dylan (Interbang Records, 2011).

Nel settembre del 2012, in occasione del trentennale di The Days Of Wine And Roses, i Dream Syndicate si riuniscono (col buon Jason Victor dei Miracle 3, la band che lo ha accompagnato spesso nell’avventura solista, al posto di Paul B. Cutler) per dei concerti celebrativi che proseguiranno nel 2013, culminando nelle due serate dedicate al Paisley Underground (a LA e San Francisco) in dicembre assieme a Bangles, Rain Parade e Three O’Clock.

Ad inizio 2014, col trentennio di The Medicine Show alle porte, la band è in tour in dieci città europee, tra cui Ravenna e Milano. Un anno più tardi Steve Wynn, tramite la newsletter personale, annuncia che tornerà in studio con la band «per la prima volta dal 1988».

Le voci di nuovo materiale da parte della band – composta dai membri storici Steve Wynn, Mark Walton e Dennis Duck con l’aggiunta di Jason Victor – si susseguono finché, nel giugno del 2017, viene annunciata ufficialmente l’uscita del nuovo album How Did I Find Myself Here?, che esce il 18 settembre su ANTI-Records. Contemporaneamente vengono rese note le date del tour (tre quelle previste in Italia a fine ottobre) e viene condiviso per lo streaming gratuito il singolo How Did I Find Myself Here, una lunga cavalcata dai toni acidi e noir. Per condensare l’essenza di questo ritorno discografico, sostanzialmente riuscito, val bene citare una frase dalla recensione di Andrea Macrì: “tornare dove tutto cominciò: all’elettricità“.

C’è infatti uno slancio, un’angolazione, che attraversa tutto l’album: non spazzare il tempo sotto al tappeto ma prenderne coscienza, frustarlo di elettricità e impeto (l’ottima The Circle), declinarlo attraverso un’amarezza lucida e – perciò – indomita (la bella opening Filter Me Through You). Wynn e compagni si ritrovano (quasi tutti, c’è persino l’ospitata di Kendra Smith!) in questa seconda decade del nuovo millennio che già tende alla terza, e fanno il punto segnando il punto. Sembrano avere capito per puro istinto (o mestiere, che nel loro caso è lo stesso) che comprimere se stessi nel qui e ora è la chiave per esprimere, mentre intorno le coordinate sono sempre più sfaccettate e simultanee. Sembrano avere capito che fare musica contemporanea non significa aggrapparsi alla musica che gira intorno, perché il concetto di intorno è esploso e tanti saluti. L’unico appiglio a cui aggrapparsi, nel vortice degli infiniti appigli, è una storia che li organizzi in un senso, in un racconto, in un’estetica che abbia lo spessore e la densità di un’etica.

Se il rock muore, sembrano dirci i Dream Syndicate, saremo qui a raccontarlo.

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