Chelsea Wolfe (US)

Biografia

Non vi è dubbio alcuno che nel panorama “neo-dark” contemporaneo, ma non solo, la musicista californiana Chelsea Wolfe, con il suo particolare approccio “drone-metal-art-folk”, sia stata capace di imporsi ed emergere grazie al proprio talento, sia colpendo al cuore la critica musicale, sia ammaliando un pubblico molto eterogeneo con le sue evocative performance dal vivo. Muovendosi in un sottobosco di fermenti sonori ed estetici che recuperano e reinterpretano oggi con “spleen post-apocalittico” elementi di cultura gotica, atmosfere black metal e folk apocalittico alla Swans, la musicista americana sembra aver trovato la sua via verso un successo e una popolarità non cercata ma ampiamente meritata. 

Chelsea Wolfe è nata a Sacramento, in California, nel 1983. Figlia d’arte (suo padre era un cantante country), sin dall’età di nove anni la ragazza comincia a comporre canzoni con uno stile che lei stessa ha descritto come “Casio-based gothy R&B”. Il suo primo vero album, Mistake in Parting, realizzato nel 2006, non la soddisfa appieno, perciò l’artista decide di non pubblicarlo e di prendersi una pausa prima del suo vero e proprio debutto nel 2010 con The Grime and The Glow. In precedenza era uscito (in CD limitato a sole 30 copie) un lavoro interlocutorio e acerbo come Soundtrack VHS/Gold per Jeune Été Records, successivamente parzialmente redistribuito su Bandcamp con un nuovo mixaggio più oscuro e denso di riverberi, e con il titolo di Soundtrack VHS II. I due album già contengono alcune intuizioni che saranno poi riprese nei lavori successivi. Realizzato per Pendu Sound Recordings, The Grime and The Glow è un impasto di oscuro droning doom, fantasmi gotici e blues lo-fi. Già il titolo di un brano come Cousins Of The Antichrist fa capire fin da subito dove si voglia andare a parare. Del resto, dello stesso anno è una riuscita cover di Black Spell Of Destruction del musicista black metal Burzum che mostra su quale immaginario e su quali binari – non certo mainstream – si muova la Wolfe.

Ma è con Ἀποκάλυψις del 2010, anche conosciuto come Apokalypsis, che cominciano ad amalgamarsi gli ingredienti, segnando l’emersione dall’underground dell’artista con il brano Moses – riadattato dal disco precedente e presentato in una nuova forma – a fare da traino e ad aprirle le acque verso l’avvenire. Un’ispirata visione da folk dell’apocalisse che si nutre di quanto fatto da Swans e Jarboe, cantante di cui la Wolfe è una sorta di erede spirituale. Un brano divenuto famoso come Pale On Pale è lì a dimostrarlo. Proprio in questa canzone convivono suggestioni e clangori post-depressive metal uniti ad atmosfere gloomy che sfoceranno nel black ambient infestato da fantasmi di annegati di To the Forest, Towards the Sea. Leggenda vuole che la Wolfe componesse questi lavori con la vecchia chitarra classica appartenuta a sua madre, cui sembra mancasse una chiave dell’accordatura. Per questo la chitarra fu accordata in toni più bassi, una caratteristica propria di questi album iniziali che ben si sposava con il timbro di voce particolare della Wolfe. I paragoni con il cantato di Pj Harvey e con i contemporanei (di allora) fermenti elettronici witch (soprattutto a livello d’immagine, più che di suono) sono un po’ impropri e superficiali, se visti in una prospettiva più ampia non solo legata alla musica indie e alle fortune di un certo genere di musica elettronica, la cui popolarità è durata forse lo spazio di una stagione.

Nel 2011 Chelsea Wolfe parte per un tour americano ed europeo che ottiene subito una grande risposta, in termini di critica e di pubblico. Si ascolti a questo proposito il suo Live At Roadburn dell’anno successivo per rendersi conto dell’evocativo impatto in sede live. Durante le esibizioni l’artista utilizza un velo nero per schermare il volto, a suo dire per l’ansia e il pudore di calcare il palcoscenico. Di certo anche quest’elemento ha contribuito ad alimentare una sorta di immaginario che, unito alla magrezza e al pallore della cantante, ne ha fatta rapidamente un’icona neo-dark degli anni Dieci, alla pari con Karin Dreijer Andersson nei panni di Fever Ray. Sono due grandi artiste, delle “anti-dive” molto diverse per stile e contenuti, ma che, a loro modo, costruiscono un immaginario ipnagogico e fantasmagorico, a tratti citazionista, che va oltre il lato musicale. Forse arriva da qui l’uso felice che è stato fatto dei loro brani, anche a livello di colonne sonore (Vikings, Game Of Thrones, ecc), senza per questo scomodare necessariamente il solito David Lynch. Anche un video come Mer, a cura del regista Zev Deans, tra citazioni de Il settimo sigillo, classici film horror cult e simbologie runiche, contribuisce definitivamente ad alimentare la fama e l’immaginario della cantante americana, aiutandola a vincere la sua timidezza e la sua ritrosia.

A questo punto la Wolfe firma per Sargent House Records e realizza nel 2012 Unknown Rooms: A Collection of Acoustic Songs, un buon album che forse non raggiunge le vette di Apokalypsis e impallidisce di fronte alle prove successive, ma che è comunque ispirato e a fuoco, caratterizzato da una buona scrittura da cantautrice di razza, più virato verso un folk decadente e melanconico infestato dai fantasmi. Si riascoltino brani come Boyfriend e Virginia Woolf Underwater (quest’ultimo risalente ai tempi di Soundtrack VHS) per comprendere come questo non sia un album facile e d’impatto immediato, ma da riascoltare più volte.

Il 2013 è un anno particolarmente felice per la Wolfe, che vede l’uscita di Pain is Beauty, album per cui anche le varie resistenze da parte della critica ancora non convinta delle capacità della cantante americana devono capitolare definitivamente. Un ottimo lavoro che fonde suggestioni alla Cranes con delicate ambientazioni notturne, a tratti uggiose e melanconiche, con un post-metal-folk che si apre a svariate dimensioni sonore che vanno dall’elettronica al post-metal, passando per la musica folk. Si tratta di un lavoro decisamente curato nei dettagli e ben prodotto, dedicato in massima parte a quelle forme d’amore sofferenti ed idealizzate: Pain is Beuty contiene ottimi brani come Feral Love e The Waves Have Come, entrambi accompagnati da video facenti parte di un medio-metraggio di 52 minuti chiamato Lone e diretto da Mark Pellington, che, assieme alla Wolfe, cura anche la sceneggiatura.

Il 2013 segna anche l’uscita dello split 7” Chelsea Wolfe & King Dude ‎– Sing Songs Together... in cui la cantante collabora con King Dude, musicista neofolk americano, condividendo una comune sensibilità estetica, tra Death In June, goth rock e ruvido immaginario western, nonché una sincera passione per i riverberi. Del resto, la Wolfe e King Dude sono due anime “nere” affini che dovevano sicuramente incontrarsi e collaborare. L’esperimento riesce e viene ripetuto l’anno successivo con Sing More Songs Together​.​.​., uscito questa volta per Not Just Religious Music.

Il tour dei Pain is Beauty porta la Wolfe a collaborare con la band post metal di Chicago Russian Circles, con cui la Nostra inizia un interessante e proficuo sodalizio che sfocerà anche nella collaborazione del chitarrista Mike Sullivan al nuovo disco. Il 7 agosto 2015 esce il nuovo album per Sergent House, Abyss, dedicato agli abissi del tempo, uno sguardo a ritroso che vuole scandagliare i fondali della psiche: la fragilità umana, l’intimità, l’ansia, il desiderio, ma anche gettare uno sguardo melanconico e oscuro sul subconscio, con un’attenzione particolare per i momenti ipnagogici dell’esistenza e i lati bui del nostro presente (si ascolti Iron Moon, canzone ispirata al suicidio di Xu Lizhi, operaio della Foxconn). Abyss, prodotto da John Congleton, è l’ennesima tappa dell’evoluzione del drone-metal-art-folk apocalittico della Wolfe e rende ancora più evidente i legami con gli Swans e con il cantato di Jarboe in particolare.

Cavalcando la “tigre dell’hype” ma rimanendo sempre distaccata e algidamente lontana dal glamour che infetta il music business, la Wolfe oggi può vantare un nutrito seguito conquistato sul campo anche grazie ad uno “spleen post-apocalittico” che si è fatto oramai segno del nostro tempo, almeno per chi non si piega alla dittatura digitale dell’attuale e del contemporaneo. La capacità di trasformare forme di disagio esistenziale in un sonoro “vessillo nero” ovviamente segna la differenza, ma da sola non basta: il percorso musicale della Wolfe è l’emblema di un’ascesa meritata, pregna d’impegno e dedizione alla causa.

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