Swans (US)

Biografia

Right Or Wrong. Una storia possibile degli Swans

“If you want heavy, brutal, uncompromising, violent, impenetrable, undeniable, physically, psychically and emotionally devastating, obliterating love love love-music – this is for you!”

Personaggio fondamentale sopra e sotto un palco, pieno di problematiche irrisolte, enigmatico e insieme ieratico, torturato da demoni interiori ma al tempo stesso affabulatore dallo sguardo magnetico capace di catturare mefiticamente ogni attenzione, Michael Gira – nonostante una ampia attività come solista e in collaborazione (da Lydia Lunch agli Étant Donnés, passando per Dan Matz dei Windsor For The Derby) – è indubbiamente legato a doppia mandata alla sua creazione Swans. Lo è in maniera viscerale, al punto da rendere difficilissimo, a noi spettatori/ascoltatori, scindere la persona reale dall’autore ed entrambi dalla propria band, in un connubio tra arte e vita che, alla faccia di ogni impostazione critica, si fa tutt’uno trasformandosi in un megafono post-industriale elaborato per pacificare, probabilmente senza riuscirvi, uno spirito inquieto e frustrato.

Basterebbero due o tre dati o indicazioni biografiche per rendere l’idea della complessità del personaggio, della sua continua e irrisolta ricerca di vie di fuga, della innata irrequietezza, artistica e umana, che altrove si sarebbe trasformata in dipendenza da droghe, auto-afflizione o, chissà, suicidio o morte violenta. Si pensi alla turbolenta infanzia/adolescenza, spesso mistificata e (auto)mitizzata, svoltasi tra erranze da apolide, carceri per reati minori, ingestibilità emotiva che verrebbe da definire edipica e una innata curiosità per le arti in genere e per la scrittura e l’iconoclastia nello specifico. Si pensi, poi, al rapporto con l’altra metà del mondo: con Jarboe, innanzitutto; amante, musa e ispiratrice capace di segnare un periodo aureo per la band in quanto sorta di contraltare femmineo alla sfera mascolina – mai sovraesposta a dir la verità, ma pur sempre rude e fascinosa – del suo Michael: yin e yang, bianco e nero, due parti di un tutto, con a corollario tutte le tensioni e, per converso, i frutti che si possono immaginare. Nello stesso modo però, non si può soprassedere sull’affaire Larkin Grimm, brutta storia mai ben chiarita fino in fondo ma esemplare del magnetismo di Gira, della dipendenza che può creare, forse anche di una visione egotica, auto-accentrante del mondo esterno, in un continuo tira e molla fatto di rifiuti e inviti e delle molte, inevitabili zone d’ombra che una personalità del genere può generare. Al tempo stesso, però, si pensi alla marzialità, al rigore, all’austerità dell’aspetto e della dimensione pubblica che Michael Gira ha sempre tenuto molto a dare di sé e a quanto questo strida con la generosità e la disponibilità da molti riconosciutagli e che, unita alle innate doti da cacciatore di talenti, ha contribuito a dare realisticamente il là a carriere più che notevoli come successo con Devendra Banhart o gli Akron/Family grazie alla propria label Young God, oggigiorno il principale megafono per le proprie attività e per l’autofinanziamento con cui Gira porta avanti da tempo le registrazioni degli Swans 3.0. O ancora, l’alternanza tra corpo e spirito, tra carnalità da opprimere e fustigare e spirito da elevare, in una continua e strenua lotta che di nuovo torna alla dualità dell’essere, probabilmente una delle migliori chiavi di lettura per tentare di comprendere il personaggio. Una dualità che non è mai dicotomia, quanto risultanza delle parti e evidenza di una complessità pervadente e da cui non esula la discografia della propaggine musicale, stretta (si fa per dire vista la mole della discografia) tra gli estremi di una sorta di no-wave brutalista e noise, tutta clangori e fustigazione, tutta devasto e intransigenza com’era agli esordi e una alienante e alienata tendenza alla ripetizione, alla reiterazione, alla stremante riproposizione di un suono o di un ritmo, che si fa annientamento catartico come avviene dalla rinascita dell’attuale terza fase (in chiusura, tanto per non farsi mancare nulla). In mezzo, a far da cuscinetto, una sorta di periodo redentivo; di apertura, quasi, di spiritualità (in)domabile.

Ecco così che affrontare una monografia sugli Swans diventa quasi affrontare una complessità e un conflitto interiore che abbisognerebbero, più che di un articolo giornalistico, di una seduta psicanalitica a distanza sul e col suo mentore, sul e col suo padre-padrone, vero e proprio prisma deformante attraverso cui rendere a noi mortali una parabola che tra alti e bassi, noise efferato e spiritualità mutante, depravazione, violenza, fastidio, ripugnanza, si dipana da almeno tre decenni. Mutando sì forme – dai citati eccessi industrial-noise degli esordi alla sinfonia post-noise passando per la fase intermedia “spirituale” –, come avremo modo di leggere nel dettaglio fornitoci da Maurizio Inchingoli, ma mantenendo sempre una sostanza e una coerenza come se ne vedono e ascoltano poche, anche in ambiti underground. Ecco così che, e il cerchio si chiude, l’unica chiave per decrittare e (tentare di) comprendere un personaggio così stratificato, imperscrutabile, inintelligibile e di evidente prim’ordine delle musiche underground è per forza di cose lo scandaglio della lunga carriera discografica degli Swans, a cui Gira ha dato voce e anima (nera) come per dare voce e anima al proprio ego, al proprio animo, alle proprie turbe: e uno scandaglio non può prescindere dall’analisi della corposa discografia, delle tangenze laterali, delle esperienze di vita, del contesto in cui gli Swans – e prima di loro, ovviamente, Michael Gira – si sono formati, prima, e mossi, poi, alla conquista dell’empireo del noise. (Stefano Pifferi).

Soffrire e partire da lontano…

«Con gli Swans la cosa più importante è il sound, trovarsi all’interno di qualcosa che è più grande di noi, aprire una porta nel cielo dalla quale possiamo accedere al Paradiso». (Michael Gira intervistato da Tommaso Iannini 2014)

Può un band risultare a suo modo ancora originale, quasi totale, ed incontrare i favori e il rispetto di critica e pubblico di mezzo mondo senza puzzare di vecchio? A sentire gli odierni Swans si direbbe proprio di sì. La band di Michael Gira, padre-padrone dell’intera faccenda, è uno dei pochi esempi viventi di come una piccola ed agguerrita orchestra noise possa dare ancora la paga a tanti esempi contemporanei. Verrebbe da dire che la musica rock è profondamente cambiata rispetto a quando loro stessi esordirono – sono passati più di tre decenni – ma è anche certo che l’impegno costante e la rinascita artistica avvenuta pochi anni fa ci hanno dimostrato quanto sia ancora forte la voglia di continuare ad esprimersi a livelli elevati, cercando al tempo stesso di non scopiazzare dal passato, né altrui, né, soprattutto, dal proprio. Gli Swans sono partiti con un suono ben preciso, scarno, ottundente, un ideale macigno che schiacciava anime in pena come in pochi sono riusciti a fare, altrettanto bene (giusto gli Einstürzende Neubauten, prima gli adorati Throbbing Gristle, poi i Big Black, fino ad arrivare a Godflesh e Neurosis, ognuno con le rispettive pratiche artistiche), col tempo quel suono si è fatto più liquido, sensuale e ieratico, in questa fase storica il ruolo cruciale di Jarboe (di cui renderemo conto più in avanti…) è risultato determinante. Infine, dopo le numerose esperienze soliste di Gira, la band si è rinnovata mettendo a punto una proposta che continua a dare il meglio di sé su di un palco, riuscendo ad esprimere un suono generalmente meno asfissiante rispetto a quello degli esordi, ma sempre pachidermico, orchestrale, per certi versi più dinamico. In fondo tutti questi cambiamenti dimostrano che la creatura Swans è più viva che mai, che Michael Gira ha particolarmente a cuore un gruppo che più lo si ascolta e più viene da definire seminale, termine che può e deve essere utilizzato con la dovuta parsimonia. A rendere tutto ancor più incredibile è che loro non sono il classico esempio di band popolare che vende milioni di dischi, ma di band amata da uno specifico target di pubblico del vasto settore underground. I detrattori hanno sempre trovato la loro proposta al limite della monotonia, tutti gli altri hanno invece apprezzato nel profondo questa sorta di sacrale ripetitività, quasi teatrale a vederli suonare, che non può non ricordare una forma di blues dei primordi, intrinsecamente selvaggia. Ecco, gli Swans sono tutto ciò e probabilmente molto di più, un raro esempio di band che a livello sia testuale che sonoro si distingue da altre proposte odierne nella stessa misura in cui si distingueva già all’altezza dei primi passi. Come a dire, Gira e soci hanno talmente caratterizzato il loro percorso artistico che sono arrivati fino ai nostri giorni senza risultare dei dinosauri del rock tout court, grazie a una visione artistica lucida e coerente (nella loro pagina Bandcamp si definiscono in maniera decisamente concreta: “Swans are an experimental rock band formed in 1982 by Michael Gira. Initially part of the no wave scene, Swans have, through various iterations, contributed to the development of noise rock, post-punk, industrial, post-rock and more.”). La loro, infatti, non è musica metal, non è hard-noise, nemmeno dark-rock, ma è in sostanza soltanto, e non è poco, musica rumorosa dello spirito.

Come il fumo dai tombini…

Cosa doveva essere New York a cavallo tra gli anni Settanta e gli Ottanta? Ce lo potrebbero raccontare ad esempio i protagonisti della No Wave: gente come DNA, Lydia Lunch, Contorsions, Mars – compresi veri outsider come Glenn Branca e Rhys Chatham – era lì a suonare per pochi adepti nel quartiere di SoHo e uno che la vede lunga come Brian Eno procede immediatamente a far pubblicare il manifesto del movimento, No New York (Antilles, 1978). Michael Gira però è associabile in maniera indiretta a quella generazione di musicisti sostanzialmente “arty” dai quali si differenzia per una forte propensione nichilista che lo porterà a vivere piuttosto isolato. Esiste un’interessante pubblicazione ormai fuori catalogo, “New York Noise” (Soul Jazz Publishing, 2005), dove si fa il sunto delle varie scene rumorose della città – dalle quali ovviamente Gira è assente – giusto una foto sembra evocarlo, quella dove si intravede il socio Jonathan Kane (lo scatto è del 1982) suonare la batteria assieme a Rhys Chatham, Thurston Moore, Ned Sublette e Tim Schellenbaum alle chitarre.

Gira arriva nella Grande Mela nel 1979, dopo avere girovagato per qualche anno e aver passato in età adolescenziale tanti di quei guai che neanche il più incallito dei dropout se li sogna, carcere e dipendenza da droghe e alcol su tutti, questo quanto dichiara al mensile Seconds

«Sono nato a Los Angeles nel 1954 e più o meno intorno al 1966 ho cominciato a fare un grande uso di LSD. Beh, sono diventato dipendente dalla metedrina all’età di 12 anni e anche di Secanol e sniffavo colla, gasolio, devastavo le macchine, devastavo le scuole. Rubavo. Ero agli arresti per tutto il tempo. All’età di 14 anni ero stato arrestato così tante volte che la polizia mi chiese se volevo andare in un centro di detenzione per minori oppure andare a vivere con mio padre. Così mio padre venne e mi prese con sé”. Aggiunge: “Scappai di nuovo e feci l’autostop attraverso l’Europa, la Yugoslavia, la Grecia. Arrivai in Turchia che ero quasi completamente al verde e avevo solo i soldi per prendere un aereo e andare in Israele dove terminai la mia corsa. Spesi un anno lì, in un kibbutz, lavorando prima come minatore di rame, poi facendo l’elemosina, infine vendendo il mio sangue. E venni arrestato per aver venduto hashish… passai i miei 12 anni lì, in una cella» (Michael Gira intervistato da Seconds)

Il ritorno negli States coincide con la decisione di fare base in California, dove riesce a far parte di oscure band dell’area losangelena, i Little Cripples in particolare, che poi cambieranno nome fino a diventare i Bpeople, ma Gira abbandona presto la baracca. Nel 1978, assieme all’amico Bruce Kalberg (alcune sue foto andranno a finire nei dischi di Bangles e L7), fonda la fanzine di area punk – hardcore NO Magazine – curioso a pensarci bene come ai tempi in America i “no” imperassero nelle scene musicali, anche le più diverse tra loro – e scrive per un altro importante magazine alternativo, Slash. Si diceva del decisivo soggiorno newyorchese: la prima sistemazione lo vede praticamente come un recluso in una specie di seminterrato senza finestre. Dato il carattere scontroso e la natura di personaggio certamente poco incasellabile non gli viene difficile pensare ad una sua cosa musicale, si dà presto da fare fondando i Circus Mort proprio con Kane, Josh e Dan Braun dei coevi The Del-Byzanteens (loro socio alle tastiere un certo Jim Jarmusch) e Rick Oller. Si scelgono un nome rassicurante, non c’è che dire…

La musica proposta non è da meno, dato che l’unico disco pubblicato, omonimo nel 1981 per la piccola Labor Records (etichetta dal catalogo eterogeneo del tedesco Heiner Stadler, che spazia dalla classica al blues), contiene della musica violenta, incredibilmente diretta, a riascoltarla oggi un paradossale concentrato di urgenza punk ed esangui movenze dark. Spiccano lo speech in salsa wave della mortifera Yellow Light, che ci accompagna verso un incrocio quasi impossibile tra Devo marci e Joy Division idealmente omaggiati con grande senso del dramma. Un filmato dell’epoca tradisce infatti quella che è una delle passioni primarie di Gira, quella per Ian Curtis, ma il cigno sta per nascere di lì a poco e non si dimenticherà certo del cantante mancuniano: vedi alla voce Love Will Tear Us Apart, riproposta poi in salsa Swans nel 1988. Curioso leggere cosa scrivono a riguardo i critici del tempo, spicca una descrizione appassionata di Alberto Campo tratta da Rockerilla, presa dal sito della Labor Records:

«Il punk si è ridotto all’osso, è diventato essenziale, si è trasformato. Niente più vecchie formule: il risultato è ciò che dovrebbe essere sempre, un pugno nello stomaco. Per questi motivi, e con i miei migliori auguri, i Circus Mort sono il primo gruppo veramente emozionante dell’anno. Swallow You è assolutamente incredibile. Voglio dire, il pezzo dell’anno. Pulsante, devastante. Palpitante. Mozzafiato. Loro sono orwelliani, o meglio ballardiani. Tra Ballard e l’LSD, in mezzo a migliaia di riferimenti musicali, hai la sensazione di stare davanti a un prodotto che è stato progettato e fabbricato con una precisione industriale, così perfetto nella sua forma» (Alberto Campo, Labor Records)

Sempre a proposito di New York: Gira si rende conto che l’impatto con la grande mela non è per niente facile, città complessa quella e per tradizione parecchio eterogenea nelle singole proposte musicali. A quel tempo operano band ed artisti dalla solida reputazione ma piuttosto lontane dalle sue intenzioni artistiche: vengono in mente i Sonic Youth, Live Skull, Band Of Susans, il nascente giro della Tzadik di John Zorn, le creature di Bill Laswell (Material, Painkiller, The Golden Palominos), passando per la notevole scena hardcore: una buona testimonianza sulle realtà newyorchesi più off di quel periodo è catturata da Scott Crary nel film del 2004 Kill Your Idols.

I primi canti del cigno: Nobody burns their body like a cop

«Dal centro della celebrata scena musicale downtown di New York è emerso un grande brutto anatroccolo, gli Swans. Con un suono che ricorda una strega intrappolata in una fossa di catrame, nel 1982 gli Swans erano il massimo del rumore. Musicalmente sarebbe stato definito proto-industrial, proto-noise rock, ma esteticamente era un sound di una potenza mai sentita. Stretti tra dominazione e sottomissione, gli Swans hanno creato una musica con una visione sessualmente oscura e malefica della società, dispotica e individualista, come sottomessa fino al punto di dissoluzione»
(Brian Whitener, All Music Guide)

La reazione di Gira a quel tipo di proposte è perciò quella di provarci con una band nuova di zecca. Archiviata velocemente l’esperienza Circus Mort, Gira è deciso a portare avanti un progetto che si rivelerà efficace a lungo termine e si avvale della grazia del nome scelto, quell’uccello acquatico, silenzioso e leggiadro, che però si fatica ad avvicinare. Gli Swans all’epoca sono, oltre al leader indiscusso, Norman Westberg alle chitarre (fedelissimo, che si prenderà una breve pausa dalla band-madre accompagnando Shannon Selberg dei Cows negli Heroin Sheiks), Harry Crosby al basso, alle percussioni il solito Jonathan Kane e il batterista di origini svizzere Roli Mosimann, poi nei Wiseblood con l’australiano James George Thirlwell (meglio conosciuto come Foetus) e produttore degli Young Gods. Filth (dato alle stampe nel 1983 dalla piccola Neutral dell’amico Glenn Branca, col quale Gira suonerà brevemente) è, sin dal nome scelto e da quella copertina con i denti in bella vista, il bignami del perfetto disco violento e spaccatimpani, singolare la scelta di usare due bassi e due batterie, a sottolineare la volontà di coniare un suono possente, la loro verrà definita successivamente “boom music”, proprio in virtù di questa particolare caratteristica sonica e primordiale.

Filth è un album dove si avvertono una voglia febbrile di colpire alle meningi e alle ginocchia, data la natura estremamente percussiva e marziale delle ritmiche; ancora oggi resta difficile scegliere tra le singole tracce, tutte all’apparenza semplici e ripetitive, soprattutto nei potenti fraseggi chitarristici. In sostanza Filth utilizza l’urgenza espressiva dell’hardcore-punk ma come rendendola pachidermica e inesorabile, elaborando a conti fatti un suono unico e riconoscibile che farà,non a caso,molti proseliti in futuro (circa un paio di anni dopo, dall’altra sponda statunitense, i Melvins proveranno ad usare una ricetta simile, ma più fangosa, per i loro primi dischi: Gluey Porch Treatments, OZMA e Bullhead). Metallari illuminati, punk vogliosi di andare oltre le semplici song tipiche del genere e reietti nell’animo o nella vita troveranno pane per le loro orecchie.

The punishment fits the crime / Nothing beats humiliation / Humiliation’s a disease / Nothing beats humiliation / Nothing beats them like a cop with a club / Nothing beats them like a cop in jail / Nobody beats your head in like a cop in a jail / Nobody hurts you like a cop with a club / Nobody rapes you like a cop with a club / Nobody beats your body like a cop in jail / Nobody burns their body like a cop / Nobody burns your skin off like a cop in jail / The heat hurts / Humiliation’s a disease” (Cop, 1984)

Difficile forse fare meglio di questo esordio, ma il quartetto ci riesce appena l’anno successivo col monolitico, as usual, Cop. Qui il suono si fa, se possibile, ancora più quadrato e granitico, infatti l’attacco virulento dell’apertura di Half Life mette subito le cose in chiaro, preparando la strada alla straziante processione di Why Hide, alla quasi melodica title-track – per l’occasione Gira sfodera un cantato che ricorda una performance teatrale –, alla possente batteria di Your Property o alla più che depressa Butcher. Musica da camera per esseri subumani, la definisce Piero Scaruffi, non ha tutti i torti… L’album esce per una sotto-etichetta dell’inglese Some Bizarre, la K.422, in pratica un’idea discografica degli stessi Swans che riescono a mettere in catalogo gente come i Coil, nonché i già citati ed amici Wiseblood. Gli Swans ora sono più che un vagito, anzi, rappresentano un vero e proprio grido munchiano che incomincia ad incendiare idealmente i palchi di mezzo mondo. Soprattutto sembrano una creatura paurosa, inavvicinabile ma allo stesso tempo sensuale, una vera e propria macchina da guerra sul palco, almeno stando alle numerose testimonianze video reperibili da tempo su YouTube.

Un rapido battito d’ali e il mondo è cambiato

La band è ormai lanciata, si registrano pure le prime incursioni in Italia, risalenti alla metà degli anni Ottanta, colpisce soprattutto l’entrata in scena di quella che sarà la musa ispiratrice di Gira, e cioè Jarboe, nome completo Jarboe La Salle Devereaux, cantante originaria della Louisiana che scopre, rapita, la voce del chitarrista alla radio e lo contatta, raggiungendolo poi velocemente nella Grande Mela.

La ragazza fa il suo esordio, caratterizzandone molti passaggi, in Greed (1986, sempre per la K.422). L’album si presenta come una sorta di contraltare più spirituale rispetto ai due precedenti, grazie ad un suono sempre puntuto, ma controllato (a forza) con nervosismo e sadismo esecutivo: difficile pensare diversamente basandosi sulle inesorabili Nobody e Anything For You, intrise come sono di onirica forza propulsiva. La voce di Jarboe rende l’insieme ancora più desolante, come succede in Greed, mentre la chiusura di Money Is Flesh è una nenia dal tiro industrial che è chiaramente una fotografia di quanto capitava a livello musicale in quegli anni, ovvero quella propensione tipicamente newyorchese a sporcare il suono e a renderlo il più marcio possibile; d’altronde da un gruppo del genere non ci si può che aspettare questo tipo di attitudine stilistica, che in parte fa il paio con quello che succede in contemporanea in Gran Bretagna grazie a band come Test Dept. e SPK e in Germania coi già citati Einstürzende Neubauten di Blixa Bargeld e soci. Difatti le bonus track dell’ep Time Is Money (Bastard) che accompagneranno la ristampa di Greed, avvenuta nel 2013, avvalorano la tesi relativa alla cocente voglia di esprimersi profondamente “nel” tempo, utilizzando tutti quei canovacci estetici che in quel preciso periodo storico vanno per la maggiore.

Il cigno è cresciuto ed è in costante mutazione…

«Sono entrato negli Swans intorno al 1984-’85. All’epoca suonavo in questa band, i 10 Hail Marys con Greg Grinnell, che era un po’ come i Fall che incontravano i Dead Boys – veramente veloci ed arrabbiati. Stavamo suonando al CB’s quando entra questo ragazzo, Al (Kizys), che suonava il basso negli Swans e mi fa: “Oh, man, siete stati grandi ragazzi”. Era davvero ubriaco ma con lui ho legato subito, avevamo gli stessi gusti musicali. Dopo un paio di settimane mi chiama e mi fa: “Teddy, vuoi entrare a far parte di questa band, gli Swans?”. Ed io faccio tipo, “gli Swans?” Davvero, non li ho mai ascoltati. “Conoscevo il loro nome, come conoscevo quelli di Sonic Youth e Live Skull, ma la loro musica non mi piaceva tanto. Ma lui dice: “Stiamo andando in tour per tre mesi in Europa, vuoi unirti a noi?” E gli ho risposto: “Oh, ok”. I soffitti sarebbero crollati, ed era proprio questo il punto. Era come fare a pugni, una musica davvero lenta e veramente ripetitiva.  Guardandoci indietro resta una lezione molto importante nella storia della musica, legata più allo spazio circostante che al beat. Si contavano tempi molto lenti, forse 50 o anche 40 battiti al minuto. Devo dire che quei tre mesi in Europa sono stati spiazzanti. Ho incontrato tante band diverse; sono stato introdotto a tanti e diversi tipi di musica; ho incontrato i ragazzi dei Neubauten, che per me erano la vera industrial-band. Abbiamo incontrato i Test Department, i Laibach, band delle quali non avevo mai sentito parlare. Ricordo che ci portammo appresso un soundsystem tedesco chiamato Dusenklang durante quel tour. Lo portammo in questo piccolo locale e gli scrostammo la vernice dalle pareti. I soffitti sarebbero crollati e questo era il punto dell’intera faccenda» (Ted Parsons)

Questa testimonianza diretta del futuro batterista dei Prong dice molto dell’esperienza Swans. Se con Greed si avverte un cambiamento di rotta – le sonorità incominciano a farsi meno metalliche – con Holy Money, uscito lo stesso anno, la metamorfosi può dirsi un processo ampiamente in corso – la stessa line up, come testimoniato proprio da Parsons, subisce qualche aggiustamento, oltre a lui si registrano le presenze di altri batteristi, Ivan Nahem e Ronald Gonzalez – pur rimanendo le solite, lente e dolorose passeggiate ricolme di feedback, è emblematica in questo senso Another You. Sono lontani ormai i tempi dei soli sabba chitarristici al limite del troglodita che lasciano senza fiato, ora siamo al cospetto di una musica ancora più lenta e sacrale, dark fin nel midollo – la breve You Need Me, con Jarboe alla voce e Gira al pianoforte, mentre Coward – qui un estratto lancinante e severo come pochi – prova a far tornare per un istante sui propri passi la musica della band, che però è irrimediabilmente contaminata da una serie di suggestioni che viene facile attribuire alla voglia di ripetersi il meno possibile.

Difatti l’Holy Money Mix di A Screw, parte dell’omonimo 12” che accompagna la versione cd, gioca su inedite asperità di funk iperbolico (quei samples a mo’ di fiati…) accompagnate da ritmiche di synth che ricordano una discoteca posta tra le macerie di una città in chiaro stato di abbandono. La voce di Jarboe chiosa nella funerea e ripetitiva Blackmail, a riprova dello spostamento dell’asse sonoro della formazione. A stretto giro di posta, sempre nel 1986, arriva una sorta di compilation live dal provocatorio titolo di Public Castration Is A Good Idea, che la band consiglia naturalmente di suonare al massimo volume possibile.

È un periodo fecondo questo, passa infatti un solo anno ed è già la volta di Children Of God, altro moloch di tredici brani attraverso il quale si registra l’esatta misura della nuova strada intrapresa da Gira & compagni. È arrivato il momento di raffinare ancora di più la proposta, figlia com’è di una evidente fase mistica, lo testimoniano la corale e quasi gospel Our Love Lies, la ballata pianistica della ripresa di Blackmail, sempre con Jarboe sugli scudi, mentre anche i momenti più rumorosi, come la metallica Sex, God, Sex, confermano la volontà di procedere in maniera meno ottundente e monolitica che in passato: Gira ora canta, non recita più soltanto. A tale proposito dichiara:

A livello di testi ho sempre portato avanti argomenti di tipo astratto, come il denaro / potere / sesso / lavoro, ecc. Stavo guardando un sacco Jimmy Swaggart alla televisione (il televangelista) ed ho pensato che fosse un grande rock performer. Quindi ho rubato la sua forza come meglio ho potuto. Non volevo deriderne l’impulso religioso, che sarebbe stata una cosa tipica da fare al momento, ma entrarvi invece. Tutti vogliono perdersi in qualcosa di più grande di loro. Non so se sia una cosa negativa o una cosa buona. Comunque, Children Of God ha costituito un importante punto di svolta per gli Swans e quel che è emerso da qui è stato terreno fertile per gli album a venire”  (Michael Gira, dal sito della Young God 2008)

Avvalorano questa tesi la prova metal-pop di Like A Drug (Sha La LaLa) e la disperata nenia folk-core di Beautiful Child. Riascoltati oggi, non fanno la figura di pezzi originalissimi a dirla tutta, mentre Blind Love conserva ancora intatto il consueto sadismo esecutivo.

Ascesi e redenzione. Il ruolo decisivo del passaggio major e l’apice del sodalizio Gira-Jarboe

Passano un paio d’anni, la liaison con Jarboe si fa sempre più forte e il risultato si sente in maniera marcata nel nuovo The Burning World. Colpisce la copertina con una foto allusiva del controverso artista newyorchese Robert Mapplethorpe. Siamo al cospetto di un ulteriore cambiamento di rotta, le chitarre sono ancora meno potenti e il tiro è folk, ma al solito nero, dal vago sentore tradizionalista, e infatti non è casuale il rifacimento alla loro maniera di un classico come Can’t Find My Way Home dei Blind Faith di Steve Winwood ed Eric Clapton. Brani come Mona Lisa, Mother Earth, (She’s A) Universal Emptyness, Jane Mary, Cry One Tear sono tutti piuttosto simili nella costruzione armonica e riascoltati oggi non paiono affatto invecchiati bene, anche se Gira e Jarboe, con mestiere, riescono a donare loro sempre un buon afflato melodico. La produzione poi non aiuta (nonostante un team di tutto rispetto al mix comprendente Bill Laswell e l’amico Martin Bisi), dato che il suono risulta piuttosto inscatolato, freddo e poco dinamico, ma è tipico di tanta musica uscita a cavallo tra la fine degli Ottanta e gli inizi dei Novanta. Forse le ragioni di questo tipo di scelta vanno ascritte alla loro, legittima,voglia di dare un taglio meno aggressivo, e probabilmente la UNI Records (sussidiaria della MCA) deve avere avuto voce in capitolo in tal senso.

A questo punto la creatura Swans vuole comunque proseguire nella lenta metamorfosi e sopravvive costruendosi da sola la casa, verrebbe da dire. È così che Gira, scottato dall’esperienza major, fa nascere la Young God Records, necessario viatico discografico con quartier generale in quel di Brooklyn finalizzato a veicolare nella massima libertà possibile la musica della sua band. Inizialmente la distribuzione viene affidata a canali consolidati come quelli gestiti dalla inglese RoughTrade, poi, dopo alterne vicissitudini, si arriva a un accordo con la Atavistic, passando per la Revolver, grosso distributore discografico statunitense. A pensarci bene il testo di Will We Survive è più che un (poetico a suo modo) monito a sopravvivere nonostante i dispiaceri, a difendere le proprie idee artistiche, insomma a non arrendersi mai, tratti distintivi sintomatici del personaggio Gira e dei suoi partners in crime.

Will We Survive /  “I’ll drink the moonlight from your hands /  I’ll swim an ocean filled with sorrow / No lover, please don’t go / We can crucify tomorrow / Let the sunlight feed the air / Let it fill our lungs with lies / We’ll be memorized by shadows / But our loneliness will survive / Now the sugar in your soft voice / Makes the sweetness in your weeping / And the black rose that you swallowed / Feeds the solitude you’re dreaming / No, I’ll never taste your tears again / In the darkness that we’re breathing in / Now the sun will kill the garden / In a universe that is bleeding” (Will We Survive, 1991)

The bunny period – Spasmi, contraccolpi, aggiustamenti di tiro e bagliori di quello che avverrà…

Decidere di fare da sé a livello discografico è un cambio di rotta di non poco conto. Nel 1991 (in quel periodo le major saccheggiano nel sottobosco statunitense, eclatanti i casi di Nirvana, Sonic Youth e via elencando…) la band sembra volere sopravvivere a tutti i costi e decide di tornare ad un suono più granitico, aiutata da una produzione fatta in casa che questa volta lavora (solo in apparenza) meno di cesello sul suono in generale, provando a ridare quella patina granulosa che si era persa negli ultimi album. Col senno di poi, in un certo qual modo, White Light From The Mouth Of Infinity anticipa le sonorità della nuova reincarnazione della band, che avverrà col ritorno di My Father Will Guide Me Up A Rope To The Sky. Ma andiamo per gradi: l’album si fa innanzitutto notare per l’artwork, opera dell’artista inglese Deryk Thomas, assoldato per i futuri lavori (celebri le sue inquietanti sagome antropomorfe, coi volti a forma di coniglio, che ricordano certe figure lynchane). I singoli brani sembrano volere portare l’intero discorso ad una magniloquenza sonora volutamente “aumentata”. Lo dimostrano le chitarre possenti di You Know Nothing, anche l’apertura di Better Than You, la scrittura forte dell’interessante nenia dark-pop Failure – un brano simbolo di questo nuovo corso –, i lacrimosi arpeggi di Love Will Save You, il crescendo quasi orchestrale di Why We Are Alive.

È un ritorno notevole, non c’è che dire. A conferma del buono stato di salute artistica della band arriva nel 1992 Love Of Life, questa volta in copertina i conigli sono due e vengono rappresentati con le loro teste in fiamme. La Young God è ancora una cosa dei soli Swans e lo stile della band torna ad essere sempre più asciutto, meno bagnato di voglie gothic-wave e con Gira che però preferisce non blaterare più soltanto paurosi testi dallo slogan immediato, prova ne sono le ballate rock The Golden Boy That Was Swallowed By The Sea e Her oppure,sulla stessa scia, la marziale ed electro Amnesia. Letto in metafora, è un po’ come rimettere assieme i cocci del passato per provare a tornare più compatti, approfittando anche di una formazione, com’è ormai tradizione, in parte rinnovata, con Clinton Steel alle chitarre, Algis A. Kyzis degli Of Cabbages And Kings al basso e Ted Parsons alla batteria; ora è della partita anche Vinnie Signorelli dei Lubricated Goat (al lavoro con Foetus e gli Unsane, con cui compone il fondamentale Scattered, Smothered&Covered).

La macchina Swans continua a muoversi a velocità pazzesche, viene da pensarlo se si tiene conto che nell’arco di un decennio circa la band riesce a far uscire ben otto album, più svariate raccolte. The Great Annihilator (1994) serve a tirare le somme – e un po’ il fiato… – di e su questa lunga e prolifica parte di carriera, non senza prima aver dato un ulteriore scossone alla musica stessa, che torna ad essere ancora più marziale: SheLives, dove però fa capolino un organo suonato da Jarboe, o la nevrastenica e corale prova di Mother/Father, violentissima, dove si erge sempre la voce sguaiata della singer, ormai musa e compagna di una vita di Gira. L’andamento sicuro e quasi scanzonato di Mind Body Light Sound dà quel tocco di melodia a un disco che rimane piuttosto oscuro e comunque meglio centrato rispetto a Love Of Life, qui i brani sono decisamente più coesi, le melodie sembrano oggettivamente più ricercate e la sensazione è che il cigno si sia ripreso del tutto dalla precedente sbornia “eterea”, manifestando quello che forse è il massimo delle potenzialità espressive del duo Gira-Jarboe. Lang Thompson di Option Magazine descrive in maniera dettagliata quanto si ascolta nel disco:

«Come accade sempre, ad ogni nuovo album del gruppo, The Great Annihilator, richiede un orecchio aperto. Mettici troppa enfasi nella parola stampata e potresti dire che i testi siano eccessivamente pesanti, vorresti che il ritmo fosse meno statico, le parti vocali più varie, il mood un po’ più ottimista. Ma questo significa soltanto che saresti più felice con le Go-Go’s. Questa musica è assieme grandiosa e minuziosamente dettagliata; rispetto al sogno e al piacere immediato del pop, gli Swans propongono canzoni introspettive caratterizzate da un umorismo sfumato e sottile. Stratificano i suoni piuttosto che metterti di fronte alle melodie, danno alle chitarre tanto peso quanto a questo drumming in trance o alle stesse parti vocali. Il risultato complessivo è seducente, ti muove qualcosa dentro» (Lang Thompson, Option Magazine)

«Swans always wrote every song like it was going to be their last» (Biba Kopf, The Wire, 1996) 

Siamo al passaggio di Soundtracks For The Blind, dedicato al padre di Gira, ormai cieco, raccolta di brani rivisti, remixati e pescati dal passato che rappresenta una sorta di appendice al precedente The Great Annihilator. Spiccano la portentosa registrazione live di Yum-Yab Killers, con la solita, più che indiavolata, Jarboe, ma è chiaro che siamo davanti al classico canto del cigno, la situazione sta per cambiare in maniera repentina. Ci troviamo di fronte a un album che chiude un ciclo e che celebra in maniera degna e terminale l’epopea della band dove trovano posto veri e propri pezzi di vissuto. Tre anni dopo, i fans più incalliti potranno riascoltare una selezione di brani dal periodo che comprende White Light…, The Burning World e Love Of Life (compresi pezzi dei World Of Skin con la sola Jarboe) intitolata Various Failures 1988-1992.

Una morte controllata e durata ben dodici anni

I Novanta rappresentano per Gira un necessario periodo di transizione, logica conseguenza che assomiglia tanto a una vitale boccata d’aria rispetto al primo, eccitante periodo Swans; di fatto però – e con le ovvie considerazioni a posteriori – è durante quel decennio che si pongono le basi per quella che sarà la rinascita della sua creatura. Gira non se ne sta mai con le mani in mano e riesce a portare avanti almeno un po’ di progetti più che interessanti: gli Angels Of Light in primis, il duo Skin con l’amata Jarboe o la doppia veste The Body Haters, The Body Lovers, o la prova estemporanea a nome Drainland. Riesce pure a mettere le mani su un disco di stampo cantautorale con Dan Matz (dei Windsor For The Derby) intitolato What We Did (Young God, 2001). E gli artisti scelti per la sua etichetta? Anche qui, le intenzioni di Gira sono quelle di fare da talent scout, di ridare la giusta luce artistica a musicisti che secondo lui ne avevano parecchio bisogno, e i risultati, va detto, gli danno ragione. Gira ad esempio scopre, e toglie letteralmente dalla strada, un certo Devendra Banhart, di cui degni di nota sono i primi due album, Oh Me Oh My… The Way… (2002) e Rejoicing In The Hands (2004); dà una nuova chance a una della cantautrici meno fortunate (commercialmente parlando…) dell’indie-rock americano, Lisa Germano, piazzando almeno un paio di gioiellini dalla scrittura intensa e cristallina intrisi di delicati feedback di chitarra e piano, In The Maybe World (2006) e la reissue di Lullaby For The Liquid Pig dell’anno successivo. Per non dire del passaggio dei torinesi Larsen con Rever nel 2002, dei francesi Ulan Bator, di quel folle quartetto che risponde al nome di Akron Family, di un altro piccolo gioiello a nome Scavengers dei newyorchesi Calla, fino ad arrivare agli album della talentuosa Larkin Grimm (originaria di Memphis e folksinger di tutto rispetto, su Young God riesce a far pubblicare il suo Parplar nel 2008). Non vanno poi dimenticate le uscite del folkster inglese James Blackshaw, che non a caso accompagnerà anni più tardi in tournée gli stessi Swans, e del più che prolifico progetto a nome Wooden Wand di James Jackson Toth, anche se a onor del vero su Young God passerà solo l’interessante e brumoso Death Seat (2010).

I cigni sono diventati angeli…

Il modo in cui scrivo le canzoni degli Angels Of Light è praticamente identico a quello che usavo per gli Swans. Ho iniziato a scrivere tutte le canzoni degli Swans su una chitarra acustica, prima di rivestirle con l’orchestrazione, già intorno al 1987/88. Ma non so perché le canzoni sono migliori ora” (Michael Gira intervistato da Antonello Comunale, 2007)

Naturalmente è degli Angels Of Light, vera e propria seconda creatura di Gira, che si fa un gran parlare a cavallo tra i Novanta e i Duemila, il musicista è ormai catturato dall’amore per il folk, basta osservare le foto promozionali, che esaltano quel suo atteggiamento serafico da loner in giacca e camicia bianca, forse il risultato di un rapporto con la realtà all’apparenza più pacificato rispetto a quanto espresso con la band madre, dove si esibiva a torso nudo sudando a più non posso. Tra il 1999 e il 2007, Gira riesce a far stampare una serie di album tutti di pregevole fattura; naturalmente non smette mai di portare in giro la propria musica, sarà infatti spesso anche dalle nostre parti, a riprova della sua natura di globetrotter incallito. Si fanno notare l’esordio, New Mother, dedicato a Jarboe e con in formazione molti dei musicisti che poi faranno parte della line-up del ritorno degli Swans, più un volto conosciuto come quello della violoncellista canadese Julia Kent, e il seguente How I Loved You del 2001 (il Detroit Metro News scrive in proposito: “The Angels of Light, a group Gira launched the following year, shows him continuing his unyielding personal journey to the end of the night.”), fino all’ultimo We Are Him (2007), tutti album dove Gira si mette a nudo in maniera più metaforica, usando meglio le parole, i racconti legati alla famiglia, celebrando l’amore per le donne e per le persone che gli stanno attorno, in fondo stiamo parlando di un progetto che gli torna utile per crescere come uomo e come artista. Risulta meno riuscita, ma comunque felice e particolarmente divertita la collaborazione con gli amati Akron Family – il ruolo dell’alcol deve essere stato determinante, lo confermano le esibizioni dei ragazzi in giro per il mondo, sempre al limite –, quartetto formato da Dana Janssen, Miles Cooper Seaton, Ryan Vanderhoof e Seth Olinsky. The Angels Of Light Sing “Other People” (2005) è a conti fatti un esercizio di stile che unisce le due parti senza mai risultare veramente amalgamato nell’insieme. C’è pure un omaggio all’amico Thor Harris, My Friend Thor, dove Gira fa quasi il verso al modo di cantare di Lou Reed. Mentre rimane singolare ritrovare la sua voce in Women As Lovers (2008) degli Xiu Xiu del sodale Jamie Stewart, i due rifanno nientemeno che Under Pressure di Queen e David Bowie; ne esce fuori una versione distorta e divertita, ma in fondo piuttosto calligrafica di quel classico del pop-rock inglese.

Who is Michael Gira?

Stilare un profilo del “personaggio” Gira, che tale è e resterà, e per i motivi più svariati, risulta ancora oggi un giochetto sempre affascinante quanto tendente alla frustrazione per chi prova a farne uno. Notoria è la sua ritrosia a mostrarsi per quello che è davvero, anche umanamente, nonostante le numerose dichiarazioni dalle quali si evince la sua natura di uomo arcigno, volitivo, schietto ma certamente tendente al dittatoriale. D’altronde, se hai per mano una band di un certo successo e decidi di tornare in pista e di rimetterti in gioco a cinquanta anni suonati, dimostri di avere la pellaccia dura e di avere davvero bisogno del pubblico per sopravvivere, peraltro di questa cosa non ha fatto mai mistero… Non sono un caso tutti quegli anni di apprendistato, che sono poi risultati essere come una sorta di palestra permanente per un artista che ha vissuto tante di quelle esperienze da poterci scrivere almeno un paio di pubblicazioni.

Altezza 2017, osservandolo dal vivo e in foto, si può paragonare la sua figura a quella di un santone col vizietto del rock and roll, l’onnipresente Stetson in testa, lo sguardo corrucciato di chi la sa lunga, quei tratti somatici da europeo dell’Est, mentre se si osservano certi scatti dei primi anni Ottanta pare di vedere un ragazzo dal viso tormentato che prova sadicamente piacere a vomitare slogan davanti al pubblico, ben conscio delle metaforiche mazzate che riesce a donare con grande senso del dolore ai suoi fans. Aggiungete i classici litri di sudore che lascia ogni volta che sale su di un palco ed avrete una specie di iracondo direttore d’orchestra che sprizza adrenalina e senso di onnipotenza verso ogni singolo ascoltatore dall’alto della sua performance. A tal proposito, abbiamo avuto conferma da un nostro conoscente che vide gli Swans nel 1983 in uno dei primi show newyorchesi al Pyramid Club, locale frequentato dai drag queen della scena più off della metropoli, situato sulla 101 Avenue A di Manhattan, Filth era uscito da poco, parte della città era tappezzata dai poster coi famosi denti in primo piano, Gira si dannava l’anima per catturare l’attenzione del pubblico, poco numeroso a quanto pare, alcuni degli avventori in realtà frequentavano il club per via della peculiare programmazione, dove spiccano le scioccanti performance di Lady Bunny e di Ru Paul. Questo bisogno di far sapere al mondo quanto Gira fosse un artista voglioso di guadagnarsi la propria fetta di celebrità, anche nelle situazioni più disparate, viene davvero da lontano, cosi lontano che è impressionante l’abnegazione con la quale ha poi continuato, arrivando fino ai giorni nostri.

In fondo quella di Michael Gira rimane una figura paradigmatica dell’artista poco incline ai compromessi che, dopo essersi scottato con la major di turno, decide di fare tutto in proprio, risultando a conti fatti, ed in perfetta coerenza con la propria musica, una figura quasi mitologica tra quelle più alternative di questo periodo storico.

A new life in forma di quadrilogia…

This record was made possible by the sale of a CD/DVD hand made package called “I Am Not Insane.”

La situazione musicale nel 2010 è cambiata profondamente, Gira è intenzionato a tornare in pista col suo vecchio pallino, i tempi sono maturi ma sa bene che le vendite non saranno mai eccezionali, in fondo non lo sono mai state…, per questo si fa aiutare dai numerosi fans in giro per il mondo vendendo loro in edizione limitata, solo col suo nome, la raccolta I Am Not Insane, contenente alcune tracce in acustico e catturate live che poi pubblicherà con la band. Grazie a questa operazione riesce a mettere su My Father Will Guide Me Up A Rope To The Sky, che in pratica è il segnale di una vera e propria rinascita artistica. Tiene però a precisare che: “Questa non è una reunion. Non è un atto di nostalgia idiota. Non si ripete il passato. Dopo cinque album degli Angels Of Light, avevo bisogno di un modo per andare avanti, in una nuova direzione, e così succede che rilanciare l’idea degli Swans mi sta permettendo di farlo”.

Immaginatevi di avere ripescato i vecchi vestiti dall’armadio, vi stanno ancora maledettamente bene addosso, così in metafora il ritorno degli Swans. Ora nella band ci sono Chris Pravdica (The Gunga Din) al basso, Bill Rieflin (Ministry, Revolting Cocks) a basso e chitarre, Thor Harris dei Shearwater alle percussioni, Phil Puleo dei Cop Shoot Cop alla batteria, Christoph Hahn alla lap steel guitar, e il fido Norman Westberg sempre alle chitarre. Come arrivare a 50 anni suonati ed essere ancora in ottima forma, verrebbe da aggiungere se si verificano poi le età dei singoli musicisti, tanto più se si pensa all’esperienza maturata sul palco, che diventa sempre più totalizzante, in tal proposito Gira dichiara al mensile Blow Up nel dicembre 2010:

“…quando suoniamo dal vivo possiamo suonare la stessa corda o due corde più e più volte, quasi potessimo farlo all’infinito, trovandoci sempre sfumature diverse con il contributo della fisicità dell’esibizione stessa, con il caldo e l’umidità dell’ambiente circostante, dove il suono sembra progressivamente crescere ed espandersi. Ho scelto in diverse occasioni di spegnere i condizionatori dei locali in cui suonavamo creando così un clima asfissiante, portando parte del pubblico al limite dell’essere preso da un attacco di panico. Mi piace l’idea di ricreare una situazione simile ad una di quelle capanne sudatorie che erano in uso nelle comunità indiane. Già dal secondo pezzo i nostri vestiti sono completamente zuppi” (Michael Gira intervistato da Blowup, 2010)

E le cose vanno davvero cosi, infatti fatica ad andarsene dalla mente una loro esibizione bolognese del maggio 2010 al Locomotiv, in pratica una pazzesca sarabanda noise dove uno dei musicisti ad un certo punto si accascia a terra per pochi minuti, stremato per via delle tante energie spese suonando senza sosta. Reeling The Liars In è una ballad gospel-rock della migliore fattura, ottime pure l’urgenza hard-blues della breve My Birth e la sofferta melodia di Inside Madeline, mentre Eden Prison esprime bene quello che nel frattempo è diventato il loro nuovo suono, sempre abrasivo ma meno metallico rispetto a quello degli esordi e meno sognante rispetto a quello dei dischi con Jarboe. “In medio stat virtus” come si suol dire, l’esperienza serve pure a qualcosa. Questo è un album importante per gli Swans, da qui si riparte per una nuova, feconda fase.

La macchina da guerra è ormai oliata a dovere e nel giro di soli due anni arriva The Seer, che è una sorta di versione più corale dell’album del ritorno sulla scena mondiale. Numerose le ospitate importanti, da Ben Frost a Karen O degli Yeah Yeah Yeahs, agli amati Akron Family al completo e Bruce Lamont dei chicagoani Yakuza. Reminiscenze progressive-rock affiorano qua e là, viene da pensarlo all’ascolto della lunghissima, oltre mezzora, title-track, parecchio articolata e vero punto nodale di una produzione che sancisce ed enfatizza la voglia di suonare tanto dal vivo, e infatti la band da My Father… in poi incomincerà ad inanellare interminabili tour mondiali, soprattutto facendolo per almeno un paio d’ore a set, spesso le durate diventeranno addirittura più consistenti. E infatti il disco ricorda per davvero una lunga ed estenuante jam session, ne è la prova la dissonante 93 Ave Blues. The Seer è un disco corposo e dall’ascolto per niente facile – è stampato in triplo vinile e doppio cd – con altri pezzi dalla durata esagerata, i diciannove minuti – piuttosto irrisolti a dire la verità – di A Piece Of The Sky e i ventitre minuti della marcetta finale Apostate, paradigmatica delle loro esibizioni infuocate ed estenuanti, che non lasciano prigionieri. Curioso l’artwork di Simon Henwood, che di fatto richiama nella copertina proprio i denti di Filth, incastonati questa volta in un inquietante volto peloso.

«Non scrivo canzoni per spiegare un’idea» (Michael Gira intervistato dal Guardian)

Due anni dopo ed è già la volta di To Be Kind, registrato negli studi texani di John Congleton (ex The Paper Chase) e con numerosi ospitate, naturalmente di prestigio: Little Annie, St. Vincent, Cold Specks. Siamo sempre sui lidi di una proposta idealmente infuocata, viscerale, che ricorda di continuo una lunga jam session alla quale è stata data la forma di album, la band ammette che i pezzi vengono registrati durante il tour di The Seer. L’andamento saltellante del blues feroce di A Little God In My Hand – qui Gira è oggettivamente in piena forma – lo conferma, stesso discorso per la violenta ed efficace passeggiata noise di Oxygen; Kirsten Supine, come ammesso da Gira in persona, è ispirata alla tormentata attrice protagonista di Melancholia di Lars Von Trier, Kirsten Dunst. Chiude in bellezza la traccia che dà il titolo al tutto, a sottolineare ancora una volta la forza espressiva della band newyorchese, ormai rodata come un perfetto macchinario schiacciasassi, pure per l’Italia passano più che spesso. In sostanza To Be Kind è una specie di versione gemella di The Seer.

Intanto fa scalpore la notizia di accusa di stupro da parte di Gira su Larkin Grimm, i fatti risalgono al 2008, proprio durante le session di registrazione di Parplar. Gira risponde ammettendo il rapporto sessuale con la folk-singer ma rifiuta le accuse. L’autrice dichiara subito che si tratta di un’ammissione di colpa, Gira però continua a respingere i fatti, parlando di calunnie.

Dello scorso anno è invece The Glowing Man, loro ultima fatica lunga in ordine di tempo. Nel tour vendono pure in edizione limitata il cd doppio Deliquiescence, testimonianza delle, come già sottolineato, pregevoli performance. Gira dichiara che questo sarà l’ultimo album del ciclo che era partito nel 2009 con la pubblicazione di My Father… Ad ascoltarlo pare davvero di stare a sentire un epitaffio: voluto, celebrativo e persino terminale. Sin dall’iniziale e sofferta Cloud Of Forgetting si evince che l’ascolto sarà come un ideale viaggio senza ritorno, sembrano confermarlo le lunghe ed articolate prove di Cloud Of Unknowing, ben venticinque minuti, e la quasi swingante The World Looks Red / The World Looks Black.

La sensazione è di fare esperienza con un concept-album di stampo sempre vagamente prog-rock; più realisticamente, trattasi di altre, focose sessions di registrazione alle quali è stato dato lo status di pezzi veri e propri. Frankie M fa capire esattamente quali restano gli intenti del gruppo, che ormai potrebbe suonare ad occhi chiusi ed all’infinito il proprio blues sofferto e siderale, la lunga e dolorosa title-track è proprio questo. Chiude la più scontata, ed ovvia, Finally, Peace, chissà se posta lì veramente a mo’ di chiusura di un ciclo. Sarà proprio cosi? Chi può dirlo…

E dopo?

Si fa fatica a credere che gli Swans possano finire davvero a questo punto la propria carriera. Interpretare il pensiero di Michael Gira, artista irrequieto per antonomasia, non è mai operazione facile. In alcune interviste il diretto interessato non fa mistero di voler rimanere il più possibile sulla cresta dell’onda – ha famiglia da mantenere e in fondo la pensione è ancora lontana – ma allo stesso tempo resta ben conscio dell’età che passa. Non è ancora del tutto chiaro se dopo i live dell’estate del 2017,  o muteranno ancora una volta forma per diventare altra cosa. Intanto Gira dichiara:

«Penso che dopo il tour in supporto a Glowing Man continuerò a fare musica con il nome di Swans. Ho già una vaga idea di che forma dare al suono, il che è una bella cosa. In futuro però i tour saranno senz’altro meno lunghi. Di questo potete esserne sicuri! Ma qualsiasi cosa riserbi per me il futuro, mi mancherà questo luogo di umana e musicale, potenziale, immensità con Norman Westberg, Kristof Hahn, Phil Puleo, Christopher Pravdica, Thor Harris e me stesso miscelati nel mezzo, da qualche parte» (Michael Gira sul sito di Young God)

Nel frattempo, un paio di considerazioni si possono fare: gli Swans sono stati tra le band più potenti ed espressive in circolazione degli ultimi tre decenni almeno della Storia del rock statunitense, dimostrandolo in tutte le maniere – sono passati dalle piccole etichette alla major, per poi tornare a fare tutto da soli – insomma provengono da una gavetta underground e formativa come poche, macinando chilometri su chilometri pur di portare avanti il loro verbo. Soprattutto sono riusciti a guadagnarsi il rispetto anche degli appassionati più giovani. A conti fatti siamo al cospetto di un gruppo quasi intergenerazionale. Non è cosi scontato per altre band, forse ciò è avvenuto giusto ai Sonic Youth, che però si sono sciolti da tempo, ed in passato a The Stooges e Suicide, tutte band che hanno lasciato una pesante eredità artistica.

“Una volta i pochi che venivano a vederci ci odiavano e pochissimi apprezzavano davvero la musica. Poi nel tempo abbiamo creato un nostro pubblico. Ora sembra che la gente venga a vederci per l’esperienza di trovarsi “dentro” il nostro sound, insieme a noi. Mi piace l’idea che scoprano il nostro suono in concerto e che possiamo elevarci tutti insieme. Poi, è bello vedere tanti ragazzi giovani.” Michael Gira

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