C’mon Tigre

Biografia

Definiscono la loro musica Funk Afrobeat World e sono assieme un duo che predilige l’anonimato e un collettivo di menti/sensibilità affini. Per loro stessa ammissione i C’mon Tigre fanno musica basata su riff ripetitivi e approccio minimale, con attitudine però massimalista e cosmopolita, tra chitarre, drum machine analogiche, organetti e sezione di fiati che, promettono, “fanno ballare i serpenti“.

Attingendo da un mosaico di differenti stili e influenze dal mondo, il combo pubblica – e si autoproduce – l’esordio omonimo nel 2014, grazie anche all’aiuto di musicisti da tutto il mondo, quali Jessica Lurie, Henkjaap Beeuwkes, Pasquale Mirra, Ahmad Oumar, Danny Ray Barragan, Eusebio Martinelli, Dipak Raji, Rocco Favi, Paolo Berluti, Malik Ousmane, Simone Sabini e il compianto Enrico Fontanelli. Il disco omonimo, formato da 13 tracce e pubblicato nel 2014, è il frutto di due anni di session partite dal mediterraneo ed allargatesi dall’Africa a Bombay passando per San Diego.

Una chitarra esotica ed amplificata come venisse da un’epoca di prime elettrificazioni (50s, 60s), una voce flebile che ricorda per certi versi quella di Gonjasufi e qualche grappolo di drum machine formano il nucleo fondante di un sound caldo, accorato, intimo, tutt’altro che ballabile, circondato alla bisogna da delicate influenze jazz, blues, psichedelia e fanfare affidate a una strumentazione principalmente fatta di fiati (ma anche qualche organetto, elettronica povera o vibrafono). Vengono alla mente anche i Timber Timbre o un certo Pal Jenkins dei Black Heart Procession, ma il sound dei C’mon Tigre è più randagio e itinerante, sospeso tra l’urbano e il rurale, ma anche a briglia sciolta verso un orizzonte al tramonto.

Il disco è stato anticipato dal videoclip d’animazione, basato su oltre 5000 frame fatti a mano, di Federation Tunisienne de Football dipinto e curato da Gianluigi Toccafondo senza filtri o post-produzione (Toccafondo è anche l’autore dei tre minuti di girato che aprono il Robin Hood di Ridley Scott del 2010).

Da dove veniamo e a cosa assomigliamo non è rilevante“, scrivono sulla nota stampa, “non c’è un singolo posto, ma ci sono molti luoghi, non c’è un singolo volto ma molte facce“. Stefano Pifferi nella recensione parla di un “duo che predilige il nascondismo trasformato in una specie di collettivo/ensemble… …che stupisce ad ogni angolo e sorprende ad ogni suono. Come una colonna sonora dei due millenni abbondanti della civiltà del Mediterraneo, senza esclusione alcuna”.

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