Earl Sweatshirt (US)

Biografia

Diventato, giovanissimo, un instant hero grazie a Earl, un mixtape di shock rap pubblicato nel 2010 dal collettivo Odd Future di cui all’epoca faceva parte, Thebe Neruda Kgositsile, meglio noto come Earl Sweatshirt, classe ’94, nato a Los Angeles da una insegnante di legge e un poeta Sud Africano, è protagonista di una appassionante scalata al successo basata su un rigoroso approccio underground all’hip hop, dove protagonista è una prosa rap che rifiuta hook e facili ammiccamenti, per un arguto flow arrangiato su una produzione essenziale, accartocciata e lo fi, spesso affidata a sgangherati organetti e piano jazz, bassi spalmati mai invasivi e poco altro. Il suo stile, da subito riconoscibile, trova paragoni con Eminem e Doom, per sillabazione e creatività nelle associazioni di pensieri e parole, mentre la sua carriera sembra quella di un talento naturale che trova la propria strada espressiva e la percorre coerentemente senza far sconti a nessuno.

Dopo il successo di Earl, che lo dipinge come il fuoriclasse dell’allora emergente collettivo Odd Future capitanato tra gli altri da Tyler The Creator, Kgositsile è costretto a un periodo di allontanamento forzato dalle scene per volere della madre. I ragazzi di Complex lo rintraccerano a Samora, in una scuola che più che un collegio è un boot camp militare per il recupero di ragazzi “a rischio”. Il successo internazionale non tarderà ad arrivare al suo ritorno a Los Angeles: una manciata di fortunati feat. lo vedono protagonista, tra cui quello di lusso in Super Rich Kids, uno degli highlight del blasonato album di un altro membro degli Odd Future, il Frank Ocean di Channel Orange. Nel 2013 esce Doris, disco che vede uno stuolo di importanti collaborazioni lato featuring (Domo Genesis, Frank Ocean, Tyler, the Creator, Vince Staples, Casey Veggies, RZA e Mac Miller) e una produzione principalmente nelle sue mani (ma anche Matt Martians, The Neptunes, RZA, Samiyam, BadBadNotGood, Frank Ocean e Tyler, The Creator). E’ un lavoro generalmente minimale, sinistro, dominato da organetti e tastiere off key in pieno stile Odd Future e oculatamente misurato in sottrazione, per lasciar campo libero a un slaker flow alienato e scazzato che sa, alla bisogna, esser scaltro e tecnicamente impeccabile, un rap al confine con il cantautorato, un espressione di sé originale e convincente che trova, unanime, il consenso della critica e un buon sucesso in termini di vendite (debutta al 5 posto nella top 200 di Billboard).

Nel 2015, a marzo, esce a sorpresa I Don’t Like Shit, I Don’t Go Outside: An Album By Earl Sweatshirt, un lavoro ancor più prosciugato e personale, riferiamo in sede di recensione, con Earl Sweatshirt recluso a dialogare con i suoi demoni, a guardare in faccia le proprie paranoie, a firmare l’intera produzione (unica eccezione Off Top con Left Brain). Un disco alcolico e fumato che riduce i feat. a Da$H, Wiki, Na’Kel e Vince Staples e fotografa, a metà tra la beffa e la disarmante confessione, una nuova ed importante tappa di un percorso artistico coerente ed introspettivo, rallentato nel flow rispetto a Doris, ma non per questo meno efficace nel comunicare turbe, lutti d’amore e un immaginario estremamente vivido, una prosa dai richiami complessi che scorre libera nel dedalo di ricordi.

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