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7.3

Da Earl – lo shock rap mixtape prodotto da Tyler The Creator e Left Bank (e BeatBoy) che lo ha messo sulla mappa a sedici anni, come un eroe di culto da tenere sotto stretta sorveglianza (vedi anche il videoclip), oltre che come una delle pallottole spuntate del collettivo Odd Future (allora una cricca in rapida ascesa con altrettanto saccheggiati mixtape e pagine Tumblr) – al successo internazionale di Doris arrivato dopo un periodo di ritiro forzato in una scuola che più che un collegio era un boot camp militare per il recupero di ragazzi “a rischio”, quella di Thebe Neruda Kgositsile – in arte Earl Sweatshirt – sembra la storia di un talento naturale che trova la propria strada, o meglio ancora, la propria via espressiva. Attraverso due album e dietro a quelle rime che rimuginano su una breve ma alienata esistenza, c’è una ricerca di onestà che pochi rapper si possono permettere, soprattutto quando i brani sono vestiti dello stretto necessario, al netto di inutili orpelli produttivi (produce ancora praticamente tutto da solo), futili feat/amicizie e facili hook.

Così l’Earl Sweatshirt di I Don’t Like S**t, I Don’t Go Outside è quello che appare dal nulla e rappa a metà della velocità quelle argute strofe che per sillabazione e creatività sono state associate rispettivamente a Eminem e Doom. Lo fa ancora in casa, con un mini album (30 minuti spaccati per 10 canzoni) estremamente conciso, che ha stretto i pomelli dei feat. (Da$H, Wiki, Na’Kel e Vince Staples) e ridotto all’osso quella criptica e laconica prosa fatta di fantasiose associazioni di parole e di una vena biografica al confine con il cantautorato.

Il disco è due leghe sotto il precedente, l’off tune jazz à la Odd Future per pianole assortite (e non troppo distanti da quelle di un FlyLo narcotizzato, vedi Faucet, AM // Radio) è ancora un significativo tratto arrangiavo, così come il relax losangelino sul crinale di paranoidi turbe alcoliche che fa da vestito ad alcuni episodi; eppure tutto qui sembra messo all’angolo per far posto a un solido nucleo di strofe cantate da un ventunenne che guarda in faccia le sue miserie esistenziali e d’amore (Grief) con lo spessore e la scafatezza di un uomo con il doppio dei suoi anni.

Coerentemente con il suo predecessore, di cui rappresenta un ideale e più “zombificato” seguito, I Don’t Like S**t è un disco catartico, tossico, di quelli concepiti con gli scarafaggi in casa e le ombre di demoni a stagliarsi sul muro, la luce pomeridiana ad entrare nel soggiorno, la nebbia alzata dalla notte prima (DNA) e le finestre mai aperte (Grown Ups). A dispetto del titolo, in Inside torna lo Sweatshirt delle rare tracce ariose di Doris; è giusto una boccata d’aria, un po’ di comfort, nondimeno un’altra di quelle gemme che Kgositsile aggiunge a una preziosa e coerente discografia.

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