Foo Fighters

Accontentare tutti per non scontentare nessuno. La fine del grunge e l’inizio dell’era Foo Fighters, un periodo in cui il rock ha progressivamente perso appeal in contesti generalisti e – parallelamente – la capacità di stupire e di incidere sulle controculture.

Per il rocker medio del nuovo millennio i Foo Fighters sono la perfetta ancora di salvezza su cui poter contare senza incappare in focose delusioni, dopotutto è difficile deludere quando – in carriera – non si è mai eccelso, sguazzando costantemente tra il mediocre (la trilogia anni zero One by One, In Your Honor e Echoes, Silence, Patience & Grace), il discreto (Foo Fighters, There Is Nothing Left to Lose) e il buono (The Colour and the Shape e Wasting Light). La band di Dave Ghrol dal 1994 in poi si è mossa abilmente tra amicizie, collaborazioni e concerti evento incarnando la versione aggiornata dei rock-heroes per la generazione post-alternative.

Una perenne alternanza tra riff-o-rama, melodie pop, accelerazioni taglienti e chorus aperti che da Foo Fighters (1995) in poi continua a ripresentarsi di volta in volta senza lasciare troppe tracce. La storia li ricorderà per l’indole simpatica (e generalmente positiva) e per una manciata di singoli divenuti ormai dei classici del rock moderno (Everlong, My Hero, Learn To Fly, The Pretender, Times Like These, I’ll Stick Around…).

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