Guano Padano (IT)

Biografia

Alessandro “Asso” Stefana, Zeno De Rossi e Danilo Gallo, nomi che rimandano a Vinicio Capossela e a El Gallo Rojo, esordiscono come Guano Padano nel 2009, con un album omonimo edito per la statunitense Important Records. Vale però veramente la pena sottolineare come alla sensibile esperienza di De Rossi e Gallo, promotori ed elementi instancabili di ricerche sonore in diverse formazioni jazz e non solo, si affianchi con perspicacia quella di Stefana, polistrumentista bresciano, straordinario paladino di una chimica musicale votata alla sperimentazione. Ne è testimonianza un disco irripetibile come Poste e telegrafi che il chitarrista partorì nel 2007 sempre per la label fondata una dozzina di anni fa da John Brien.

Non sono cifre episodiche, note a margine di poco conto. Dall’innesto scocca la scintilla. La ricetta sonora di Guano Padano è tutta da ricercare nel culto per il cinema western con annessi e connessi soliti: exotica, twang, ambient rock con un po’ d’oriente che non guasta mai, un impalcatura jazz a fare da supporto, radici nel prewar. Il sophomore 2 uscito per Tremoloa nel 2012, da questo punto di vista offre un riscontro inoppugnabile e stringe a sé il binomio conscio/inconscio, l’energia spirituale che dispensa le sue pene in quei vibrati in b/n che solo Morricone riusciva sempre bene a sintetizzare. Ad affiancare il trio, camei di peso quali Marc Ribot e Mike Patton, che proprio per non lasciare nulla al caso smorzano tracce di maestria in brani come Miss Chan e Prairie Fire.

Americana, fresco di edizione giustappunto per la Ipecac di Patton, è l’addentato mancante di una trilogia fra le più avvincenti di casa nostra, accostabile per spirito e osservanza delle leggi a schubertiadi di ultima generazione: Calibro 35, Ronin. Con un però che rende la band decisamente diversa e per nulla meno o più brava dei cuginetti; un surplus letterario che, dai fondamentali come Sherwood Anderson, trova spazio nella Lost e finisce fra i desaparecidos di una volta come John Fante, da 30 anni a questa parte enormemente popolare. Da un punto di vista prettamente tecnico, questo disco non aggiunge granchè al già raggiunto salto del precedente: ritorna un amico di tanto rock italiano come Joey Burns dei Calexico, e l’unico brano cantato, The Seed And The Soil, è affidato alla voce di Francesca Amati (Comaneci). Americana tocca però corde che dalla musica passano ad un supporto più desueto, un terreno di gioco foraggiato da allure e nuance sporca.

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