Helena Hauff (DE)

Biografia

Return To Disorder

In un’intervista concessa nel 2013, all’epoca in cui era un nome strettamente legato agli addetti ai lavori e ai frequentatori del club di culto amburghese Golden Pudel, Helena Hauff affermò che il più grande complimento che le era stato fatto era averle detto che ai suoi dj set l’energia era tanta da «far venir voglia di fare stage diving». I tuffi dal palco sono quanto di più distante si possa immaginare da una serata techno, appartengono da sempre alla scena hardcore, eppure una certa angst politica legata al punk, lo spirito DIY e un certo collagismo fatto di spillette e cerotti fanno parte del metodo con il quale la dj/producer tedesca programma le sue macchine analogiche o seleziona i dischi che andrà a suonare alle club night. Dancefloor in cui la proteica vitalità della prima house di Chicago e della prima techno di Detroit incontra l’Europa del post-punk e il suo immaginario filosofico e letterario.

Helena, che durante un breve periodo di studi universitari poi aborriti frequenta anche un corso in systematic music science, una scienza che studia gli aspetti matematici e fisici legati alla musica, apparecchia set che vanno in direzioni diametralmente opposte rispetto ai groove e alla carnale sessualità dell’house più istituzionale e tramandata fino a noi. Il mix, all’opposto, è disfunzionale e ribelle – a Fact la dj dirà che «qualcosa che funziona per la società, non è una cosa buona» – e dunque le sue one night sono scurissime e ballardiane, assomigliano più a una trincea della prima guerra mondiale, con i suoi viottoli e cunicoli, curve a gomito e lunghi tunnel, una trama eterodossa ma ultra-coerente fatta di post-punk e EBM europea, schegge impazzite di acid in seno a Chicago e industrial, drum programming da manuale Trax e Dance Mania e noise, fino alle infinite liaisons dangereuses mitteleuropee tra synth e wave, cybersynth e cyberpunk. Questo ribellismo giovanile tipico degli 80s unito a fascinazioni di lungo corso per la fisica e per il suo studio, trovano dunque una sorta di dimora ideale nel Golden Pudel, il club nel quale la musicista si è fatta le ossa assieme a F#X dall’inizio degli anni ’10, un degno avamposto della mentalità che diede i natali ai luoghi dove nacquero i citati generi americani. Su un altro lato del coerente spettro sonoro, abbiamo la Hauff producer la cui attività parallela a quella di dj si lega a doppia mandata anche alle contaminazioni tra industrial, lo-fi, electro e noise, legami che si sono tradotti in carbonare produzioni su cassetta per Krokodilo Tapes, la sub-label di Blackest Ever Black, e la texana Handmade Birds (con A Tape del 2015), che in catalogo può contare su nomi come Prurient, Merzbow e Burial Hex.

«I want tracks to relate to each other – that could be a Detroit house track from 2012, together with a wave track from 1981 – but the most important thing for me is the energy. It’s all about a certain energy that I want to create when I DJ. It’s funny, sometimes – especially at the end of the night when people get more drunk and when I’m getting more drunk – I have the feeling I’m closer to being punk than being a techno DJ»
(Helena Hauff intervistata da Scott Wilson, 2013)

Più propriamente, sia in proprio, sia tramite il duo Black Sites assieme a F#X (in 12” Unit 2669 e Prototype EP) o il live duo Hypnobeat con James Dean Brown, la ragazza ama l’ipnosi generata da incastri di loop e ronzii electro, beat analogici rigorosamente in preset, movimenti cinetici basali che inducono a una sorta di trance dalla porta del rétro, avant dalla porta dello sperimentalismo più crudo, fino alle tracce più occultamente e cosmicamente industrial che alcuni vedono come ciclici rimandi al krautrock (e naturalmente ci sta). Nasce così – nel 2013 – il legame con la Werk Discs di Actress, spirito affine con il quale la Nostra condivide molto, la passione per Drexciya ad esempio, uno dei primi acquisti in vinile della dj in assoluto. E del resto le affinità tra i due si consumano soprattutto a livello di dettagli, di circuiterie degli ’80, muscolarità composte e minimali della prima house, l’ossessione per l’electro primordiale. Darren Cunningham si specchia in lei, ne intuisce il talento sia ascoltando i suoi dj set, sia suonando quel che lei gli ha spedito, ovvero file minimali, tracce electro-cinetiche di Roland 909 e 303 che finiranno nell’EP Actio Reactio (2013) in un anno in cui, anche grazie all’influenza trasversale del footwork, l’hardware sound è più urgente che mai. Nel 12” trova posto anche Micro Manifesto, una traccia che va ad abbracciare un altro mondo parallelo e concatenato, che è quello delle wave di ritorno, minimal e non, anche qui terre per feticisti dell’hardware.

A partire da questo tratto più narrativo, immaginifico e androide, che tira in ballo la letteratura, la fotografia e l’immaginario cinematografico di riferimento del post-punk (J.G. Ballard, Philip K. Dick, Anton Corbijn, Blade Runner, Dune ecc.), la Hauff approfondirà un lato speculare alle tracce ritmo-centriche, più legato a certe soundtrack synth-driven come al pop dei primi New Order e Depeche Mode, immaginario che troverà una collocazione ideale in un album vero e proprio pubblicato nel 2015, ovvero Discreet Desires. Un lavoro che, come sottolineamo in sede di recensione, abbraccia un mondo più umorale e pittorico, dalle atmosfere morbose riassunte perfettamente dall’artwork b/w umanoide/androide e da un immaginario riconducibile ancora una volta all’intramontabile Metropolis di Fritz Lang.

Nel frattempo, in concomitanza con la pubblicazione del debut, Return To Disorder, ha aperto i battenti la prima label personale inaugurata dalla attivissima dj, che questa volta, dichiaratamente senza un filo conduttore preciso, intende ampliare ulteriormente la gamma di interessi musicali aprendosi alle band e al lato più tipicamente chitarristico della faccenda. Il nome della label viene da un 12” omonimo pubblicato su Panzerkreuz (sublabel dell’olandese Bunker) nel 2014, titolo che fa a sua volta riferimento – capovolgendolo – al movimento pittorico europeo Return To Order che, durante il primo dopoguerra, intendeva opporsi alle avanguardie (tra le quali il futurismo) riabbracciando il classicismo e la pittura realista.

Nelle interviste, la producer, ora anche label manager, parla di aperture al psych rock ma dice anche di curare il lato techno, e se la prima uscita, un EP omonimo dei Children Of Leir (luglio 2015), è decisamente impostata su questo nuovo lato produttivo, la seconda, ovvero quella di dj Morah, continua su quello più canonicamente elettronico. In generale la label è nata per promuovere nuovi talenti in ordine sparso, più che per imporre un estetica, la sua eterogeneità non è altro che un riflesso del caotico (ma coerente) mondo di una musicista che vorrebbe, parole sue, «distruggere la società», ma soltanto per valorizzare le tante anime di cui si compone la sua azione in un mondo che ancora conserva qualche tipo di fede in gesti di pagana – e magari futuristica – creatività. Sempre del 2015 è Lex Tertia, EP pubblicato sulla Werk Discs: 30 minuti che sembrano ricongiungersi idealmente con i suoi più intensi dj set tra tribalismi, screziature noise, 4/4 bombati, staffilate radioattive e landscape distopici à la Carpenter.

Per un nuovo lavoro della Hauff occorrerà aspettare due anni, periodo in cui la dj e producer cementa la propria fama a livello europeo e internazionale suonando tantissimo, conquistandosi una residency alla BBC e confezionando per il popolare network britannico anche un ottimo Essential Mix a febbraio 2017. Di ottobre è invece l’EP Have You Been There, Have You Seen It, il suo primo sulla sempre britannica Ninja Tune, quattro tracce che tornano a capo chino sui ritmi (rigorosamente alla Roland Tr-808) e composte in ristrettezza di mezzi (tutti, come sempre, analogici) che si ricongiungono idealmente con l’ortodossia e l’espressionismo minimal e hardware based di A Tape. Le nuove composizioni parlano dell’ossessione di sempre per l’electro-techno (Do You Really Think Like That?, con le analogiche a sanguinare, ronzare sature come sul punto di collassare), per le Acid Tracks dei Phuture (Continuez Mon Enfant Vous Serez Traité En Conséquence, qui riavvolte al ralenti), fino all’amore più volte sbandierato per i Drexciya e il lavoro di James Stinson e Gerald Stitson che, anche da queste parti, esercita la sua bella influenza subliminale.

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