Hieroglyphic Being

Cosmic visions of (future) Africa

Nel corso di una lunga carriera discografica iniziata a Chicago già dalla metà degli anni Novanta, Jamal Moss, in arte Hieroglyphic Being (ma anche attivo con svariati altri alias, come IAMTHATIAM, Africans With Mainframes, Insane Black Men, Sun God) ha prodotto una significativa quantità di album ed EP senza scendere a compromessi. Erede degli insegnamenti di uno dei più grandi guru della musica house cittadina, Ron Ardy, ed influenzato dai tanti weekend trascorsi al Music Box e al Reactor (dove Ron Trent e DJ Rush erano dj resident), nonché aiutato da maestri visionari come Adonis (vedi il 12” Adonis Presents Hieroglyphic Being del 2002) e Steve Poindexter (che lo hanno concretamente coadiuvato nelle prime produzioni fornendogli le macchine per suonare), Moss ha esplorato i confini della deep con un instancabile approccio sperimentale e debitore tanto verso il jazz, quanto nei confronti della cosmica e del krautrock. Una vita da nomade in tutti sensi: negli 80s trascorre un periodo senzatetto; successivamente baratta la sua TV per un paio di giradischi e tra le sue prime esperienze come dj c’è anche un programma di recupero dove suona per persone fisicamente e mentalmente disabili. In seguito fonderà una propria etichetta, la Mathematics Recording, e si cimenterà anche come speaker radiofonico (nei 90s conduce un programma sulla street culture chiamato StreetBeat) trovando, molti anni più tardi, un riconoscimento internazionale (seppur di nicchia) grazie all’interesse di label britanniche come Planet Mu e Ninja Tune.

Caratteristica di Moss è il suo rapporto strettissimo con i numeri, un legame che va oltre il luogo comune dell’equazione musica=matematica, e che ha radici lontane e radicate nella passione per lo sci-fi, la letteratura esoterica e il krautrock. Non a caso, proprio per uno dei pilastri della musica elettronica tedesca, Roedelius, Moss ha realizzato un remix per la All Saints Records di Remember, traccia composta dal musicista tedesco con il suo gruppo Aquarello. Nel corso degli anni, concentrandosi su progressioni di accordi sempre più ricercate che acquistano forme geometriche tortuose tanto da somigliare a complessi frattali, i legami con le strutture musicali jazzistiche di certo free radicale di fine Sessantotto si fanno sempre più strette, tanto che questa ricerca, sempre più spirituale oltre che musicale, lo porta a scoprire il genio di Sun Ra, il figlio del Sole “nato” su Saturno ma residente a Birmingham, Baltimora.

Proprio ad Herman Poole Blunt (la traccia Space is The Place è abbastanza esplicativa) Moss si è ispirato per la realizzazione di The Seer Of Cosmic Visions, primo lavoro pubblicato per Planet Mu Records nel 2014. Una raccolta di tracce della sua passata produzione che rappresenta una summa del suo pensiero artistico, oltre a dimostrare l’evidenza di un rapporto quasi carnale con le macchine analogiche. Uscito due settimane dopo per Technicolour, The Fourth Dimensions Of A Nubian Mystic batte il ferro finché è caldo con due nuove tracce di oltre venti minuti, Fourth Dimension e Star Time, descritte dalla stessa etichetta come il luogo dove «il caos trova ordine e in cui Hieroglyphic Being si veste del titolo di Dio del Sole», ideali premesse spirituali alla collaborazione tra Hieroglyphic Being e la Arkestra di Sun Ra. Hieroglyphic Being & the J.I.T.U Ensemble è la ragione sociale di un sodalizio che darà vita ad un album pubblicato dall’etichetta RVNG nel 2015 intitolato We Are Not The First, dove collabora anche l’ex batterista dei Liturgy, Greg Fox. «Rvng voleva lavorare con me già da due anni, ma non mi sentivo ancora pronto per una collaborazione; volevano che facessi quello che faccio con le mie macchine, ma con musicisti in carne e ossa», spiega Moss nella nota stampa, confidando di poter fondere una tradizione che lo ha profondamente influenzato con un consolidato percorso di produzione in solitaria. Il disco si rivela una sorta di conduction à la Butch Morris, in cui Moss dirige alcuni membri dell’Arkestra, di fatto il braccio armato di Sun Ra, un calco terrigno di un discorso afrofuturista di lungo corso che lui preferisce assimilare ad un personale approccio synth espressionista fatto con ritmiche cubiste.

Sia come sia, il passo successivo rappresenta un ritorno al club e alle sperimentazioni deep da sempre care al producer, questa volta però con un approccio che conserva sì scorie di cosmica krauta, eppure le dirige verso qualcosa di più diretto, compatto e anche potabile per il pubblico del dancefloor. Anche questa volta Moss commenta in modo deliberatamente mistico le nuove composizioni – al solito caratterizzate da una forma degradata (ma organica) di texture sonore e ritmiche – definendole «frequenze utili per chi le ascolta a guarire la mente e il corpo». «Abbiamo finto che i suoni elettronici fossero solo per il Movimento, per l’Illuminazione, per sconfiggere depressioni e intrattenere, ma sono molto di più», racconta, «è un sound che guarisce: gli antenati la chiamerebbero “Medicina della Frequenza”. La medicina è la guarigione e questo progetto è dedicato a uno dei primi Guaritori della Terra: Il Sommo Sacerdote Imhotep. Colui che viene in pace, è con la pace».

Al netto di ogni esoterismo, The Disco’s Of Imhotep, catalogabile alla voce outsider house (vedi Actress o un Joey Anderson, i Blondes, Stellar OM Source ecc.) per come ci siamo abituati a sentirla negli anni Dieci, è un album composto con lo scarto e l’eleganza di chi dalle macchine analogiche sa spremere un succo psichedelico personale a 130bpm, umori deep di lungo corso (magari intinti di g-funk, vedi Spiritual Alliances), ma anche ricavare un lato più nerboruto e sci-fi fino e portarlo su un piano di profonda ricongiunzione con l’Africa (nella conclusiva Nubian Energy). Un viaggio frammentario magari, ma ispirato da una produzione curatissima (sotto lo strato di ruggine) come giostrata dal vivo in presa diretta, che si rivela di gran lunga più intrigante e viva della media “di settore”. Probabilmente, un album che rappresenta forse il picco di un percorso che incastra visione e ritmo sui solidi binari di Chicago.

Segue nel 2018 The Red Notes, disco che viene pubblicato dalla prestigiosa Soul Jazz Records e rappresenta una spremuta a caldo più densa di fascinazioni 80s e electro. Al solito house, jazz, funk, cosmica e un pizzico di cosmico esotismo misticheggiante sono gli ingredienti a risaltare in una formula dalle ritmiche sbilenche eppure mai serrate, mai cupe. E’ un’euforia un po’ asettica, decisamente cangiante, quella che si respira in quest’ora di musica; con ammicchi al nervoso pianismo house di Tristano & co. (The Seduction Syndrome), poster caraibici (The Melody Lingers), aperture in zona “Innovator”, Strings Of Life e paraggi (Awake And Energize, la title track) ma anche con dell’house classicamente 90s, magari rivista electro (Video Jazz) fino a cose più in bassa definizione, con tastierismi videogame (The Emotional Listener) o ronzanti robo-funky intinti nell’acido (The Tone Bather).

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