Jeff Buckley (US)

Biografia

Degli anni Novanta che – sulla scorta del grunge e specularmente alle scorribande strumentali del post rock – tornarono a focalizzare l’attenzione sulle peculiarità vocali (eleggendo a idoli cantanti potenti come Chris Cornell e Eddie Vedder), Jeff Buckley rappresentò il versante più raffinato. Dotato di estensione ragguardevole e straordinaria sensibilità, seppe dare sfogo tanto alla vena più duramente rock quanto alle attitudini soul e jazz, caratterizzandosi come una delle proposte più strutturate della sua generazione.

Nato ad Anaheim in California il 17 novembre 1966, era figlio della violoncellista Mary Guilbert e del cantautore Tim Buckley. I due si separarono prima ancora che Jeff nascesse, motivo per cui Tim (che morirà nel 1975) rimase una figura paterna sostanzialmente assente, sostituito dal patrigno Ron Moorhead. Attratto dalla musica fin da ragazzino, dopo il diploma Jeff Buckley si trasferì a Hollywood specializzandosi in chitarra al Guitar Institute of Technology e suonando in band dedite a svariati generi musicali. Col trasferimento a New York nel 1990 strinse contatti con produttori e musicisti professionisti, tra cui il chitarrista Gary Lucas, col quale iniziò a comporre i brani che faranno parte dell’album d’esordio.

Dopo una parentesi nella band di Lucas, i Gods And Monsters, Jeff iniziò ad esibirsi in piccoli locali di Manhattan (alcune esibizioni di quel periodo sono state immortalate in Live at Sin-é) riuscendo ad attirare l’attenzione del manager Clive Davis che lo ingaggiò per la Columbia. Le incisioni per Grace (Columbia, agosto 1994) occuparono diversi mesi a partire dal settembre del ’93, con la produzione di Andy Wallace (già al lavoro su Nevermind dei Nirvana). Il risultato fu un disco dal respiro epocale, sette brani originali che portavano strutture rock e folk-rock ad una temperatura lirica formidabile (la title track, Last Goodbye, Eternal Life) concedendosi squarci visionari (l’inacidita Mojo Pin, So Real) e rarefatti (Dream Brothers), azzeccando con Lover, You Should’ve Come Over un autentico capolavoro folk soul. Le tre cover in scaletta consolidavano l’impressione di un artista pienamente consapevole dei propri (enormi e versatili) mezzi, dalla nenia spiritual ectoplasmatica di Chorpus Christi Carol (di Benjamin Bitten) ad una Lilac Wine (dal catalogo dell’adorata Nina Simone) da lacrime, passando da una Hallelujah (di Cohen ma ricalcata sulla versione di John Cale) che sarebbe diventata il suo futuro e ahinoi postumo cavallo di battaglia.

Agli attestati di stima della critica e dei colleghi musicisti (spesero parole di elogio Bowie, Dylan, Costello e Jimmy Page, tra gli altri) non coincise il successo in patria, che gli arrise invece in Francia e Australia (dove Grace divenne disco d’oro). Dopo due tour europei e date un po’ in tutto il mondo, finalmente a metà del 1996 Buckley iniziò a lavorare al seguito di Grace, assitito da un produttore d’eccezione come Tom Verlaine, conosciuto ai tempi della collaborazione all’album Gone Again di Patti Smith. Qualche mese e molti ripensamenti più tardi, già nel maggio del ’97, Jeff si trasferì a Memphis, licenziò Verlaine e tentò di dare forma al nuovo album richiamando Andy Wallace. La sera del 29 maggio, mentre si recava agli studi di registrazione, volle tuffarsi nel Wolf River, un affluente del Mississippi, dal quale non riemerse più. Nel suo corpo – che fu ritrovato cinque giorni più tardi – non furono rinvenute tracce di alcool né stupefacenti. Il caso fu archiviato come un incidente.

Alla sua morte ha fatto seguito una corposa e spesso criticata pubblicazione di inediti, a partire da Sketches for My Sweetheart the Drunk (Columbia, maggio 1998), doppio CD contenente le per lui insoddisfacenti incisioni con Verlaine e i successivi demo che avrebbero dovuto portare alla versione con Wallace. La vena compositiva di Buckley confermava la poliedricità di Grace, muovendosi tra istanze soul di alta scuola (lo stupendo singolo Everybody Here Wants You) e rock più marcatamente wave (Nightmare By the Sea), polarizzando l’estro in pezzi bruschi come Murder Suicide Meteor Slave o Your Flesh is So Nice, palesando lirismo visionario e incandescente (la formidabile The Sky Is A Landfill) e ribadendo l’attitudine per una rarefazione ipnotica (Opened Once, You And I). Tra le immancabili cover, un devotissimo classico del blues come Satisfied Mind e la delirante Back in NYC dei Genesis.

Sotto la direzione di Mary Guilbert, ben presto ha iniziato a vedere la luce materiale live (Live a l’Olympia, Grace Around The World e Mystery White Boy) e sono stati pubblicati inediti (Songs To No One – contenente i pezzi incisi con Gary Lucas nel biennio ’91/’92 -, la raccolta So Real e l’ultimo You and I).

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