Genesis (UK)

Biografia

Se i King Crimson rappresentano la parte più cerebrale del progressive rock, gli Yes quella più cervellotica, i Van Der Graaf Generator la più umbratile e psicanalitica, i Gentle Giant la più sorprendente e imprevedibile, i Genesis ne sono la parte più accessibile. Detto, ovviamente, in accezione del tutto positiva. Anzi, la qualità del loro agire, se ci limitiamo ad analizzare il periodo 1970-’77, non si può che dire adamantina. Non si scandalizzino dunque i “talebani” che hanno già caricato la doppietta a pallettoni, pronti a sparare non appena si introduca una parolina capace di condurre dritti alla Sacra Inquisizione (rock): bestemmie secondo loro come pop, classifica, orecchiabilità. Termini che appartengono semmai al terzo stadio della lunga vita della band. Accessibile significa semplicemente che i Genesis hanno trovato la chiave per aprire cuore e mente di milioni di ragazzi come nessun altro dei totem del progressive è riuscito a fare. Seducendo più che scioccando, proprio come è il modo di fare delle Lamia (di The Lamb Lies On Broadway). Del resto, essi stessi hanno più volte dichiarato che l’intento originario della band era di essere un gruppo di autori, e non di prodigiosi esecutori. Poi sappiamo com’è andata a finire.

Una delle cose che più fa sorridere sui Genesis – non il gruppo di Peter Gabriel, non il gruppo di Phil Collins – è quello che si legge in fondo alla scheda di Wikipedia italiana che li riguarda: “Non sono molti i gruppi di rilievo influenzati dallo “stile Genesis” che catturò l’attenzione di molti ammiratori negli anni settanta”. Sono certo che l’opinione della maggior parte dei “forti ascoltatori” – l’equivalente dei “forti lettori” del mondo letterario – sia di segno totalmente opposto. Cioè che non esiste altra band – nel mondo del progressive rock – alla quale si possa affibbiare meglio il geniale slogan di cui si fregia la Settimana Enigmistica: “la rivista che vanta innumerevoli tentativi di imitazione”. Il vocabolario Treccani, della parola “innumerevole” dà la seguente spiegazione: “Di cui non si sa dire o non si può calcolare il numero, quindi, in genere, assai numeroso”. Laddove al posto di rivista, ovvio, si metta “band”. Basterebbe ascoltare un po’ più dischi, mi rivolgo ai compilatori di quella scheda di Wikipedia, per rendersi conto di quanti siano – e siano stati nel corso dei lustri – i musicisti che si sono ispirati ai Genesis o ne hanno attuato il più smaccato plagio. A partire da Marillion e IQ – ma anche Pendragon perché no. In definitiva coloro che hanno fatto ripartire il motore del prog fino a riportarlo a viaggiare a ritmo sostenuto, benché non si fosse mai fermato del tutto.

I Genesis sono stati – o sono – una band, scusate il facile gioco di parole, sui generis. Partono da una condizione di privilegio, familiare e scolastica, quando la quasi totalità dei “colleghi” proviene da un humus sociale più umile, talvolta disperato, dunque carichi di spinta, di rabbia o di senso di rivalsa. I Genesis devono faticare a lungo – condizione che non si addice a rampolli di famiglie senza troppe ambasce – ma stringono i denti. E ce la fanno. Senza eccessi che non siano quelle maschere e quelle pantomime che  Gabriel si inventa sul palco. Nessuno di loro è morto di overdose; nessuno è stato al centro di scandali; nessuno è stato arrestato. Gabriel, Collins e Hackett hanno cambiato moglie, chi più di una volta, ma si tratta di cose che rientrano nella normalità, quasi nella banalità dei costumi attuali. Qualcuno di loro ha chiuso dietro di sé la porta, ma non ci sono stati litigi a base di coltellate alle spalle, o con fior di avvocati tirati in ballo per dirimere questioni di diritti o di soldi da avere o dare. Ancora di tanto in tanto si vedono, e ancora parlano di reunion che non avverrà mai. Sempre gli stessi discorsi, proprio come fanno gli anziani.

Tutta la straordinarietà di queste cinque forti personalità consiste nel lascito musicale, nell’enorme eredità che si concretizza in un mucchio di dischi insuperabili, di altri discutibili, e in un esercito – appunto – di epigoni che ancora non accenna ad esaurirsi, anzi aumenta. Strano a dirsi ma i componenti la band, al tempo dei “readers poll”, quelli lanciati dalle riviste in voga all’epoca, soprattutto le inglesi, rientravano tra i primi dieci nelle varie sezioni – cantante, batterista, tastierista etc. – ma quasi mai sul podio. La concorrenza però era dura, dovevi battagliare con autentici funamboli come Keith Emerson, John Bonham, Jon Anderson, Chris Squire… Ma il tempo ha fatto il suo corso – giustizia? – e ora Collins e Banks e Hackett e Gabriel compaiono sempre più di frequente nella lista dei Top Ten ma di tutti i tempi. E generazioni di musicisti venuti dopo e diventati famosi, che nulla hanno a che fare con il prog rock – perché adesso non si diventa ricchi e famosi col prog rock –, confessano senza alcuna ritrosia di essere stati influenzati e avere sconfinata ammirazione per i membri di quella band, i Genesis, i cui componenti pensavano solo ed esclusivamente a comporre musica e suonare.

La normalità dei Genesis – che nel mondo del rock diventa la massima trasgressione – e al contempo la loro unicità, si evince da come si è evoluto il loro percorso artistico. O se preferite, da un certo momento in avanti, involuto. Anche se c’è un fatto che scusa almeno parzialmente la parabola discendente artistica dei Genesis e ne scagiona umanamente i componenti: l’indole; o natura. Perché è meglio, molto meglio, “cambiare” con la naturalezza di una muta stagionale della pelle, che vendere l’anima programmaticamente. Perduti, o fuggiti, Gabriel e Hackett, i Genesis hanno preferito fare quadrato e non aprirsi a influenze esterne. Privati della creatività di due campioni come il cantante e il chitarrista la visione si è ristretta, la sorgente che rendeva feconda la terra assottigliata, il gergo impoverito, anno dopo anno. Spontaneamente. Un irrigidimento consequenziale che ha portato – inaspettatamente! – ori, onorificenze, record, il successo planetario. Senza un disegno prestabilito, perché in fin dei conti una formula per il successo garantito non esiste. Collins, Banks e Rutherford non si sono seduti in camerino, guardati negli occhi e detto “da domani facciamo Abacab e di conseguenza arriverà un pacco di soldi”. No. Perché non ci sono certezze assolute o regole auree del marketing. Pensate a quello che hanno fatto, all’opposto dei Genesis, i Renaissance, che di punto in bianco hanno cambiato look e si sono messi – guarda caso in tre – a fare canzoncine. Volgarissima mossa di mercato studiata in ogni dettaglio, copertine dei dischi e foto comprese. Hanno perso tutto e guadagnato niente.

I Genesis sono diventati quelli di Abacab e poi Invisible Touch e ancora di We Can’t Dance, ottenendo sempre più successo, tutto sommato senza un vero motivo, senza che qualcuno li potesse usare come pedine perché già troppo navigati, e perché in realtà non avevano alcun potenziale secondo quelle che sono – meglio erano, ora è tutto un altro mondo – le leggi dello show business musicale: non erano più giovani, non erano belli, non erano alla moda. Eppure funzionavano maledettamente. Senza una vera ragione. E piacevano a un range di persone, per fascia di età ed estrazione sociale, ampissimo. Vuoi anche perché trascinati dalla carriera solista di Phil Collins. Che aveva le stesse caratteristiche: attempato, bruttarello, vintage. Quelli a cui non andavano a genio, gli oltranzisti del periodo ’70-’74 o al massimo ’70-’77, continuavano intanto a supportare incondizionatamente Gabriel, che si è costruito una carriera altrettanto importante quanto quella dei Genesis, anche se la qualità è diversa, e Steve Hackett, che con estrema perseveranza e serietà si è scavato nel mondo del rock un posto che non si può certo definire, a questo punto, né di nicchia né di esclusivo patrimonio del rock progressivo. Anche Anthony Phillips, certo, quando è uscito, pur continuando a restare lontano dal clamore della ribalta, dal suo lungo periodo di clausura volontario.

Credo che non esista nel mondo del rock – non solo prog rock – altro caso come quello dei Genesis. È come se la lucertola avesse perso la coda e proseguito per la sua strada come niente fosse, e che se ne sia persa traccia. Ma che dalla coda, poi, sia inaspettatamente nata una seconda lucertola, con il DNA non del tutto identico alla prima però in qualche modo imparentata. Caso unico anche perché non c’è altra band che abbia saputo portare al successo un numero così alto dei suoi componenti quando lontani dal gruppo di origine. Peter Gabriel e Phil Collins hanno incontrato – e tutt’ora paiono lontani dal declino – fortune stellari; Mike Rutherford con i Mechanics è arrivato in cima alle classifiche più di quanto si potesse aspettare chiunque; e Steve Hackett – sornione – se la passa alla grande. Solo Tony Banks, tradendo il suo più intimo spirito, è l’unico ad averci provato senza ottenere il riconoscimento di vendite ottenuto dagli altri.

Comunque sia, presi come unico corpo nel loro periodo d’oro, o in quello dove d’oro erano i dischi che testimoniano i milioni di copie vendute che fioccavano senza sosta, l’eredità musicale dei Genesis resta qualcosa di fuori dal comune e forse di impossibile da replicare.

Genesis: from revelation to stardome

Strano pensare come la scuola sia un cruccio per tanti ragazzi, e come lo sia stato per un altissimo numero di rocker in fieri. Risultato che si può considerare come conseguimento di un naturale processo: da un lato c’è un sistema scolastico – molto rigido come quello inglese – e dall’altro una tribù di virgulti al massimo del loro grado di insofferenza, talvolta con situazioni familiari anche più repressive della scuola. Quasi spontaneo, dunque, che la reazione chimica di tali elementi generi un composto fatto in parte di ribellione e in parte di rifiuto, e conduca spesso all’abbandono della scuola in quanto simbolo di costrizione. Ma non fosse stato per la scuola – indirettamente – è quasi certo che i Genesis non sarebbero esistiti.

Il primo nucleo della band si forma infatti all’interno della Charterhouse di Godalming, scuola privata nella regione del Surrey, per merito di alcuni ragazzi che trovano nella passione comune per la musica l’antidoto più potente alla grigia vita studentesca. Sono Tony Banks (East Hoathly with Halland, 1950), che ha preso lezioni di piano e si esercita da autodidatta sulla chitarra, entrato alla Charterhouse nel settembre 1963; Peter Gabriel (Chobham, 1950) iscritto nello stesso anno, introdotto all’uso del pianoforte per merito dei genitori, ma personalmente incline al più diretto uso che si può fare di un set di tamburi; Chris Stewart (Horsham, 1950), compagno di classe di Banks e Gabriel completamente preso dalla batteria; e poi un paio di ragazzi che varcano la soglia della Charterhouse rispettivamente nel settembre 1964 e aprile 1965: Michael Rutherford (Portsmouth, 1950), figlio di un alto ufficiale della Royal Navy, segni particolari: un nasone che gli guadagna il soprannome di Pluto, e la passione per la chitarra regalatagli quando aveva 8 anni; e Anthony Phillips, (Londra, 1951), un caschetto di capelli biondissimo, che con la chitarra ci sa fare anche meglio di Rutherford.

La formazione dei Genesis non è un evento spontaneo. Perché la band assuma la fisionomia definitiva, la prima, quella che registrerà il disco di esordio, si dovranno ‘scontrare’ e fondere almeno due nuclei differenti. Gli Anon, comprendenti Phillips, Rutherford, Richard Macphail (Bedford, 1950) alla voce, Rivers Jobe al basso e Ron Tyrell alla batteria; e i Garden Wall che, oltre Banks al piano e Gabriel alla voce, sono sorretti da Chris Stewart (Horsham, 1950) alla batteria. Tra ostacoli posti dalle autorità scolastiche come dai genitori, e defezioni dovute all’abbandono degli studi di alcuni, entrambe le band durano il tempo di sporadiche esibizioni tra le mura della scuola, dopodiché i soli Phillips e Rutherford si intestardiscono nella folle idea di diventare rocker professionisti. Hanno scritto alcune canzoni e decidono di farne un demo, ma sanno che per dargli una veste potenzialmente appetibile per una etichetta hanno bisogno di aiuto. Nel gennaio del 1967 invitano dunque Banks, Gabriel e Stewart nello studio di registrazione improvvisato di un amico e riportano su cassetta cinque brani: Don’t Want You Back, Try A Little Sadness, That’s Me, Listen On Five, e lo strumentale Patricia. I ragazzi ci credono, e per mezzo di una conoscenza comune riescono a far ascoltare il nastro a Jonathan King, ex alunno della Charterhouse, ma soprattutto produttore e autore di successo. Benché si tratti di composizioni acerbe, King è favorevolmente colpito, ma si convince a offrire ai ragazzi una vera chance solo dopo che Banks e Gabriel gli hanno fatto ascoltare The Silent Sun, un nuovo brano che asseconda i gusti del produttore che stravede per i Bee Gees, non proprio campioni di quel suono coraggioso – definito underground ancor prima che progressive – che comincia a fare capolino attorno.

Dopo avere firmato per la Decca, The Silent Sun / That’s Me, che esce il 22 febbraio 1968, è la prima registrazione dei Genesis ad apparire nei negozi di dischi, bissata tre mesi dopo da A Winter’s Tale / One-Eyed Hound, un paio di brani che rimarranno outtake. Nonostante qualche passaggio radiofonico alla BBC e Radio Caroline – poiché a King non mancano gli ‘agganci’ giusti – le classifiche restano però a una distanza astronomica. Ma se l’insuccesso scuote la band, che perde Chris Stewart sostituito da John Silver, la fede di King nei Genesis resta immutata, tanto da spronare i ragazzi a entrare in fretta in studio per registrare un album intero. Ai Regent Sound di Londra, in una decina di giorni rubati alle vacanze scolastiche del 1968, Banks, Gabriel, Phillips, Rutherford e Silver danno forma all’album di esordio. Non senza qualche inciampo, perché come conseguenza della natura dei musicisti che si ‘esporrà’ senza filtri nel giro di pochi mesi, la nuova musica che nasce è più complessa di quanto auspicato dal discografico che non solo vuole mettere in cascina una manciata di potenziali hit, ma li vuole anche imparentati con il suono mellifluo dei fratelli Gibb. Va considerato come i cinque musicisti siano tutti minorenni e alla prima esperienza, mentre King ha potere di vita e di morte (sulla musica): i brani vengono quindi compressi, la ruvidità addolcita per mezzo di un consistente lavoro di orchestrazione da parte di Arthur Greenslade – peraltro svelato alla band solo in un secondo tempo –, e nonostante l’idea di partenza sia quella di fare dell’album un concept a base di scenette bibliche, quello che ne risulta è una raccolta di brani che hanno il breve respiro del singolo, pur aleggiando sul lavoro, nel complesso, un flebile filo conduttore affatto determinante.

From Genesis To Revelation esce il 7 marzo 1969, con il suo titolo, posto in un angolo, a perdersi in una campitura nera pronta a inghiottire tutto. Una strana decisione, la copertina, che non svela nulla sulla musica o sul gruppo, anzi ne offre una ipotesi opposta. Nel frattempo sono sorte alcune beghe legali – King scopre in ritardo che il nome Genesis, frutto di un suo suggerimento, è già di dominio di una band americana –, e qualcosa, ma non tutto, sulla infelice scelta grafica della copertina si spiega in questo modo. La musica del disco di debutto dei Genesis, al netto della cover, non è né funerea o dark, né tragica o heavy. Fortunatamente molto poco à la Bee Gees, involontariamente beatlesiano a tratti, il disco è caratterizzato da chitarra e tastiere che pure soffocano in un mare di archi. Gabriel, adolescente, ha una voce sufficientemente rotonda e personale, e se si pensa a Great Expectation, per un paragone letterario, non si fa peccato. Ha ragione Phillips a lamentarsi, anni dopo, dell’infausta, e troppo invasiva, presenza degli arrangiamenti di Greenslade, perché tolta la copertura di melassa il cuore della registrazione ha un battito più sinceramente rock di quanto, sommessamente, quasi castrato, appaia. Where The Sour Turns To Sweet, dal sorprendente inizio su schiocco di dita, il basso aggressivo di In The Beginning, The Serpent che spinge sull’elettricità, l’innocente sfacciataggine di The Conqueror, le coinvolgenti One Day e In Limbo che si giovano dell’apporto – questa volta azzeccato – dei fiati, e la breve A Place To Call My Own (per solo piano e voce e un coro ad aggiungersi sul finale) che chiude l’album con una maturità che fa presagire qualcosa di buono, sono gli episodi migliori di un album imbastito in fretta. Con musicisti senza esperienza. Ma poiché anche i brani meno centrati, e che risentono maggiormente della supervisione di Jonathan King, non sono da immondezzaio – la corale Fireside Song, le dolcemente spossate Am I Very Wrong e In The Wilderness, In Hiding che sa quasi di Bacarach, la impalpabile Window, e Silent Sun uscita come singolo (col titolo di The Silent Sun) – allora si può dire che From Genesis To Revelation merita di stare nella collezione dei vostri dischi anche se non siete dei completisti. In altre parole, un ascolto di tanto in tanto non è tempo perso, anzi potrebbe risultare prezioso per cogliere la futura evoluzione della band.

Quasi inutile dire come, in un momento di grande fermento come lo è stato il 1969, ricco di offerte musicali ben più coraggiose e dirompenti, il disco di esordio dei Genesis risulti fuori contesto dal suo tempo e non ottenga alcun riscontro, né critico né di vendite. Non contribuisce a smuovere le acque neppure il terzo singolo, Where The Sour Turns To Sweet/In Hiding, pubblicato in giugno. Su una cifra che si attesta intorno alle 600 copie vendute dopo un anno – come accaduto per l’album di Giles Giles & Fripp due anni prima, numero evidentemente di cabala fortunata, se visto in prospettiva – si consuma il rapporto contrattuale tra i Genesis e la Decca, col disco che rimane di proprietà di Jonathan King (che dopo il successo planetario del gruppo si vedrà abbondantemente ripagato degli iniziali scarsi guadagni).

Con in mano nulla più che un pugno di mosche, per i cinque ragazzi diventa difficile convincere i genitori – e se stessi – di avere un futuro nel mondo della musica. Di conseguenza Peter Gabriel e Anthony Phillips proseguono a studiare alla Charterhouse, mentre Tony Banks si iscrive alla Sussex University e Mike Rutherford al Farnborough College of Technology. L’amicizia però resta, e i due chitarristi che nel frattempo hanno continuato a scrivere nuova musica (liberi dalle pastoie imposte da una produzione interessata più alle classifiche che al risultato artistico) non perdono di vista Gabriel e Banks nell’intento di trovare uno spazio creativo comune nel quale confrontarsi. La ‘rimpatriata’ li porterà a stretto giro ai Regent Studios per registrare – con John Silver alla batteria – Family (titolo di lavorazione di Dusk), White Mountain, Pacidy e Going Out To Get You, composizioni che tagliano di netto col passato (le ultime due canzoni a rappresentare per lungo tempo vere e proprie chimere disponibili soltanto su rari bootleg) ma che non trovano alcun riscontro tra addetti ai lavori e talent scout. In pratica nessuna etichetta ne è impressionata e lo stesso Silver, sconsolato dell’esito delle session, getta definitivamente la spugna e si trasferisce negli USA.

«Jonathan King, nonostante i suoi difetti, ci diede una opportunità fantastica. Perché a quel tempo in Inghilterra era difficile entrare in studio. Ora un nuovo gruppo può avere una chance di registrare un singolo facilmente (…). In quei giorni ottenere qualunque genere di contratto era favoloso. E lui ci diede la possibilità di fare un intero album. C’era un branco di musicisti amatoriali, che riuscivano a suonare bene a fatica, a fatica erano un gruppo, e furono capaci durante una vacanza estiva a fare un disco» Mike Rutherford

I ragazzi però hanno carattere e non si arrendono, anzi raddoppiano sforzo e impegno. Grazie a Richard Macphail, che aveva fatto parte degli Anon e mette a disposizione il cottage dei genitori a Wotton, Surrey, i Genesis trovano una base sicura nella quale ritirarsi e pensare solo a scrivere e provare nuovo materiale, oltre che a sviluppare una matrice più personale, elettrica e sanguigna. Mentre Macphail si prodiga come manager e trova i primi concerti, alla batteria si mette John Mayhew, di qualche anno più anziano degli altri (Ipswich, 1947 – Glasgow, 2009), reclutato grazie al “solito” annuncio inserito nella rubrica per la ricerca di musicisti del Melody Maker. L’esordio della nuova formazione arriva nel settembre 1969, a un party di compleanno. Seguono una serie esibizioni in locali di modeste dimensioni che però mostrano progressi veloci ed evidenti, tanto che soltanto cinque mesi dopo, il 22 febbraio 1970, i Genesis si guadagnano uno spazio al Night Ride di radio BBC, e poco dopo riescono a entrare nel cartellone del Atomic Sunrise Festival che si svolge presso il prestigioso Roundhouse di Chalk Farm, Londra.

Seguono ripetuti tentativi di trovare una etichetta che tuttavia non portano a nulla di concreto. Chris Blackwell e Chris Wright, boss rispettivamente di Island e Chrysalis, prestano un orecchio distratto che non porterà a nulla di concreto, eppure l’evoluzione della band appare concreta, almeno agli occhi dei Rare Bird, band sotto contratto con la Charisma che aveva raggiunto la cima delle classifiche con il singolo Sympathy. I Genesis avevano aperto per loro e non è un caso che sia proprio la formazione di David Kaffinetti e Graham Field a segnalarli al produttore John Anthony e questi a sua volta a Tony Stratton-Smith. Quest’ultimo, all’epoca titolare della Charisma, vuole sincerarsi di persona della bontà della formazione ma quando la sente dal vivo rompe gli indugi e chiude un contratto che prevede un anticipo settimanale di 10 pound a settimana. Il più è fatto: la firma per la Charisma è il carburante che serve per una grossa iniezione di fiducia e per spingere a tavoletta sull’acceleratore. Gli ulteriori mesi trascorsi nel cottage dei Macphail si rivelano tanto fecondi da portare al completamento di un nuovo disco già ad aprile del 1970.

In giugno i Genesis entrano ai Trident Studios di Londra, assistiti da John Anthony e da David Hentschel nel ruolo di fonico. Dall’agosto 1968 al giugno 1970 sembrano passati due anni luce. Il suono della band è irriconoscibile e il risultato sonoro ha del miracoloso. Bastano le prime parole cantate da Gabriel per comprenderlo: questa è un’altra band. La voce sporca, quasi roca, dal piglio drammatico, supportata da un Hammond atmosferico, la chitarra elettrica di Phillips che si può esprimere senza freni e la batteria – di quel John Mayhew troppo spesso criticato senza ragione – che suona prepotente e personale, formano l’arrangiamento di Looking For Someone, l’ideale introduzione al primo capolavoro di una serie inarrivabile da parte della band.

In Trespass non c’è nulla che suoni fuori luogo o soggetto al passare del tempo. Se oggi il disco rende come appena uscito, davvero esiste qualcosa che si può chiamare – semplificando – magia. Ma non sono meno preziose White Mountain (incisa un paio di anni dopo come Un gioco senza età da Ornella Vanoni); Visions of Angels, magnifico esempio di organo Hammond asservito al buon gusto; Stagnation, che riesce a fare apparire una sinfonia musicale complessa e articolata qual è come qualcosa di etereo; la crepuscolare increspatura di Dusk contrapposta alla feroce determinazione di The Knife, che rappresenta un ponte già lanciato verso la fase II della band. Un disco unico, che coniuga perfettamente la vena pastorale maturata da Anthony Phillips nei primi lavori da solista con l’elettricità barocca che sarebbe esplosa in tutta la sua ricchezza in Nursery Cryme e Foxtrot. Questa volta la copertina viene affidata al capace Paul Whitehead e l’opera si integra perfettamente col lavoro musicale, anzi, ne accresce la portata. Pubblicato il 23 ottobre 1970 l’album ottenne in patria molto meno di quanto meritasse. I giornali specializzati erano presi da altri fenomeni, e gli acquirenti di dischi si accodarono. Solo il Belgio, strano accadimento, si accorse del valore della formazione spingendo Trespass al primo posto delle classifiche di vendita della piccola nazione.

L’anomalia belga si configura come ideale premessa alle prime date continentali della band, dove nuovi problemi non tarderanno a presentarsi. Anthony Phillips, già in precarie condizioni fisiche poiché affetto da polmonite, sviluppa una fobia da palcoscenico che gli impedisce di esibirsi in pubblico. La sua ultima apparizione si registra a Haywards Heath, nel Sussex, il 18 luglio 1970. Si tratta della perdita di una pedina fondamentale, un dramma imprevedibile che mette seriamente a repentaglio il futuro del gruppo. Benché Trespass rappresenti il disco che meglio risponde a un apporto egualitario di tutti i membri, i compagni sanno che la presenza di Phillips è di importanza quasi vitale. Ma nonostante Mike Rutherford sia il più legato al biondo chitarrista, sono lui e Gabriel i più decisi a continuare ciò che hanno iniziato. L’introverso Banks è con loro e rilancia: vuole John Mayhew fuori dalla band. Anni dopo Anthony Phillips dichiarerà che al primo e unico licenziamento all’interno dei Genesis (l’allontanamento di Ray Wilson alla fine dello scorso millennio non è mai stato ufficializzato) probabilmente concorsero motivi legati alla diversa estrazione sociale del batterista (appartenente alla working class). Qualunque sia la verità, di sicuro c’è che i Genesis adesso sono in tre, come sorta di “ritorno al futuro” che si ripeterà nel 1978.

È ora di mettere il proverbiale annuncio sul Melody Maker per riassestare la formazione.
Tra i tanti che rispondono e si presentano c’è anche quel Roger Taylor che otterrà la fama mondiale con i Queen, ma Gabriel e Banks non ne restano impressionati, tanto che la loro scelta è caduta su un piccoletto biondo, tale Phil Collins (1951, Londra), che si presenta accompagnato da un chitarrista di nome Ronnie Caryl: i due hanno fatto parte dei Flaming Youth e già inciso un disco che ha ricevuto una discreta accoglienza da parte della stampa, Ark 2. Collins è una faina, mentre gli altri batteristi sono impegnati a suonare, lui dalla piscina della casa dei Gabriel tende l’orecchio, comprende gli errori della concorrenza e ciò che piace ai potenziali datori di lavoro; quando arriva il suo turno, la furbizia, ma soprattutto la disinvoltura dietro i tamburi, la capacità di cantare almeno i cori, e perché no la simpatia, gli fanno ottenere il posto. A Caryl non va altrettanto bene e nell’agosto del 1970 i Genesis, come quartetto, sono pronti a macinare nuova musica. Questa volta si rifugiano a Farnham, nel Surrey, però non smettono di esibirsi dal vivo. Durante i concerti ci pensano Banks e Rutherford a eseguire le parti di chitarra; il primo aggiungendo un distorsore fuzz-box e suonando con una tastiera Pianet della Hohner le parti soliste della sei corde; e il bassista aggiungendo i bass pedals per colmare ulteriori vuoti. A novembre il manager del Friars di Aylesbury, un club dove la band è di casa, suggerisce ai Genesis di puntare su Mick Barnard, chitarrista dei Farm. Con quella formazione la band fa trenta concerti nell’arco di tre mesi, fino al gennaio 1971, e compare per la prima volta in TV, il 14 novembre 1970, all’interno del programma Disco 2 della BBC, registrazione andata irrimediabilmente perduta. Del nuovo chitarrista Tony Banks dirà che “era OK, ma non abbastanza convincente”.

Fab Five

Un mese dopo è ancora il Melody Maker a fare da scialuppa di salvataggio ma, al contrario di quanto sinora accaduto, è Peter Gabriel a essere attratto da un annuncio fatto pubblicare da un ragazzo che cerca “musicisti ricettivi, determinati a spingersi oltre le stagnanti forme di musica attuali”. L’autore dell’annuncio si chiama Steve Hackett (Pimlico, 1950) e l’anno precedente ha inciso The Road con i Quiet World. Gabriel gli suggerisce di comprare una copia di Trespass – un album venduto in più non guasta – e di assistere al prossimo concerto della band al Lyceum Theatre di Londra. Si accende così la scintilla che lo conduce all’audizione e alla promozione, nel gennaio 1971, a quinto membro ufficiale dei Genesis finalmente di nuovo in formazione tipo. Anzi, la migliore di sempre. È giunto il momento di fare il salto di qualità. Tony Stratton-Smith pianifica un tour che mette insieme sullo stesso palco tre band della Charisma: Lindisfarne e Van der Graaf Generator (che hanno già sfondato) e i Genesis ad aprire. A marzo arriveranno anche le prime date nel continente, a partire dal Belgio che li ha già eletti beniamini. E come ciliegina sulla torta l’esibizione al Festival di Reading il 26 giugno.

Concluso il tour di supporto a Trespass, i Genesis si ritirano dal luglio del 1971 a scrivere e a provare a Luxford House, nel East Sussex, edificio storico affittato da Tony Stratton-Smith, tra le cui mura hanno trovato rifugio altri musicisti della Charisma, Van der Graaf Generator compresi che proprio nella magione scattano la ‘famosa’ foto finita all’interno della copertina di Pawn Hearts. Raccolta e perfezionata musica a sufficienza per farne il nuovo album, la band torna a Londra per registrare ai Trident Studios assieme a John Anthony-David Hentschel, coppia che aveva già prodotto il precedente lavoro. Ne risulta Nursery Cryme, altro salto in avanti, qualitativamente, vertiginoso. Rispetto a Trespass i Genesis cambiano pelle ancora una volta e questo, per buona parte, grazie ai nuovi arrivati. John Mayhew non ha mai goduto del favore di critica o dei fan, ma aveva indubbiamente un modo di suonare, per quanto istintivo e da autodidatta, assolutamente personale, benché forse estremamente ‘funzionale’ al suono di Trespass, dunque inadatto ai Genesis che verranno. Phil Collins, anche lui autodidatta, è una bestia di un’altra portata. È nato per fare e dare spettacolo, e dalla sua ha inoltre doti musicali uniche unite a una naturalezza e fantasia interpretative superiori alla media.

Dispiace fare un paragone tra Anthony Phillips e Steve Hackett e decretare un vincitore: ma nonostante la bravura (e il carattere) del primo, fosse rimasto nei Genesis, avrebbe consegnato alla futura band una fisionomia del tutto diversa. Certo, sarebbe stato magnifico averli entrambi nel gruppo, eppure Hackett apporta una carica elettrica che Phillips non poteva conferire al sound della formazione, assieme a una palette espressiva che lo mette al livello dei più grandi chitarristi che hanno scritto la storia del progressive (e non solo). Il sardonico scherzo del destino vuole che Musical Box, il brano che sancisce e determina il nuovo corso, e mette subito in chiaro quello che sono in grado di offrire in più Collins e Hackett, nasce dalla penna di Phillips e deve qualcosa anche al fugace transitare di Mick Barnard, al cui lavoro Hackett non fa che aggiungere la sua parte. Dopo gli oltre 10 minuti della dirompente Musical Box destinata a diventare una delle canzoni di punta del repertorio (e uno dei favoriti di sempre dai fan in concerto), anche il secondo brano rappresenta una sorpresa, tanto per la bucolica pacatezza che riporta alle sonorità di Trespass, quanto perché Phil Collins, in un breve pezzo dal quale la batteria è esclusa, è comunque al centro della scena come cantante. Missione svolta egregiamente.

I Genesis con Collins hanno pescato il jolly, ed è solo l’inizio. Con The Return Of The Giant Hogweed siamo appena al terzo brano ma già al secondo tassello da antologia. Ad una architettura estremamente complessa, la band aggiunge una tensione e una aggressività tipiche di altri generi. Oltre a estrarre suoni dalle sfumature estremamente ricercate, Hackett, soprattutto, aggiunge degli heavy riff che scuotono il suono Genesis, e il progressive in generale, alle fondamenta, con gli altri pronti a seguirlo gettando nella mischia tutto quello che hanno. Girando lato, Seven Stones è uno dei migliori pezzi da ‘seconda fila’ della band e uno spot per il Mellotron appena comprato da Banks, che sul finale fa cantare con ‘voce’ celestiale, mentre Harold The Barrel ha i contorni del quadretto vittoriano – con Gabriel dagli accenti quasi cabarettistici, e Collins capace di farsi notare ancora alle voci di contorno – e la breve Harlequin, dettata da chitarre in arpeggio, riprende le sottili sonorità di For Absent Friend. Chiude il disco, pantagruelicamente, The Fountain Of Salmacis, apoteosi dell’arte dei Genesis del periodo, concentrato di grandeur concettuale e sonora: testi che pescano nella mitologia greca, doppi salti mortali sonori, giochi di prestigio musicali. Non si può chiedere di più alla musica, per farti volare via. Per fare vibrare le corde delle emozioni. Non c’è bisogno di aggiungere alcool o droghe a questo cocktail – l’intero Nursery Cryme – che per quasi 40 minuti fa viaggiare con la mente e stimola i sensi.

«Per i Genesis questo non è né l’inizio né la fine. Niente palle: il loro nuovo album è davvero incredibile» (Keith Emerson)

Tra gli idoli dei Genesis ci sono i King Crimson: nella loro sala prove, su una parete, campeggia la copertina del disco d’esordio del gruppo di Robert Fripp. Ed è proprio da loro che Banks compra il Mellotron. D’accordo: ai fini della stesura della storia del rock progressivo Nursery Cryme non ha la stesso valore di In The Court Of The Crimson King (e non può per una serie di ragioni) così come i pochi dipinti di Barry Godber godono di un altro passo rispetto a quelli di Paul Whitehead. Ciò premesso il terzo album di studio dei Genesis non sfonda a livello di vendite. Pubblicato nel novembre del 1971, il disco entrerà nelle chart britanniche soltanto tre anni più tardi trainato dalla fama che, nel frattempo, la band si era conquistata all’estero, in particolare nell’Europa continentale. Del Belgio abbiamo detto, ma è da noi in Italia che succede il miracolo: il disco si piazza al n° 4 della classifica degli album più venduti, e il susseguente tour di supporto (che porta la band a suonare per la prima volta nel Bel Paese) fa anche di meglio. Come già accaduto nei confronti dei Van der Graaf Generator, l’accoglienza riservata ai cinque musicisti è sorprendente ed entusiasmante: si può dire sia stato amore a prima vista e immediatamente dopo il matrimonio che dura ancora oggi. Gli italiani si innamorano dei Genesis e non li tradiranno mai, neppure una volta invecchiati, pieni di rughe e acciacchi (soprattutto se musicali).

Nel frattempo, tra gennaio e marzo 1972 e tra una tappa e l’altra, Gabriel e co. fanno un paio di capatine negli studi di Radio BBC per registrare Sounds Of The Seventies, ma soprattutto trovano il tempo per entrare in studio e incidere una delle loro più rare – e riuscite – outtake: Happy The Man. Il brano viene prima pubblicato come singolo (bissato da Seven Stones sul lato B), e in seguito trova collocazione nella compilation The Famous Charisma Label 5th Anniversary (1974).

Tornando ai live, la data da incorniciare è quella di venerdì 11 agosto 1972, in occasione della seconda partecipazione al Festival di Reading dove gli headliner sono i Curved Air di Sonja Kristina ma gli applausi sono tutti per i Genesis.

Dancing foxtrot with the moonlit knight

Per i Genesis le cose stanno andando molto bene. Il più recente tour ne ha sancito la bravura e il gradimento del pubblico, e ora anche la critica comincia ad apprezzare. Steve Hackett tornato in patria ha un momento di cedimento, è molto stanco e medita perfino di mollare tutto, ma gli altri lo persuadono a rimanere, anche perché in ballo c’è dell’ottima musica sulla quale mettere gettarsi a corpo morto. Alcuni brani come Watcher Of The Skies e Can-Utility And The Coastliners erano già stati provati dal vivo, mentre altri vengono composti nel periodo che la band trascorre in uno spazio affittato come sala prove all’interno della Una Billings School, un scuola di danza che si trova a Londra, in Sheperd’s Bush. La band entra negli studi della Island in agosto per registrare con il fonico John Burns. Il tecnico non è il solo cambio all’interno del team tecnico di lavorazione: John Anthony, che era entrato in rotta di collisione con la Charisma, viene sostituito prima da Bob Potter (che aveva lavorato con i Lindisfarne) e poi con Tony Platt (Traffic, The Who). La spunterà Dave Hitchcock che aveva lavorato con East Of Eden ma soprattutto prodotto il bellissimo In The Land Of Grey And Pink dei Caravan.

Watcher Of The Skies è il brano con il quale la formazione apre i concerti e lo stesso fa Foxtrot, quarto capitolo della loro discografia. Si sarebbe potuta fare un’altra scelta? Senz’altro no, il sottoscritto è pronto a scommettere che l’introduzione al Mellotron di Tony Banks è la musica con la quale in Paradiso accolgono le anime alla reception. Superata la travolgente fantascienza dell’Osservatore dei cieli – concepita durante il primo tour italiano e vagamente ispirata dalle Guide del tramonto di Arthur C. Clarke –, il disco prosegue con Time Table che fissa un passo più lieve, quasi lineare, dettato da una certa nostalgica dolcezza, prima che Get ‘Em Out By Friday, altro brano cardine del disco e dell’intero repertorio della band, cancelli il luogo comune che vuole il prog rock come un mondo frequentato solo da folletti, principesse in pericolo e gnomi. Gabriel spiazza e fornisce un testo che, tra fantascienza sociologica e distopia, dipinge a tinte fosche il futuro della speculazione edilizia (Sfrattateli entro venerdì). Una sorta di sceneggiatura teatrale dalla resa magistrale, con il cantante a interpretare le molte voci dei personaggi coinvolti, e una parte strumentale altrettanto convincente, fatta di un andamento frastagliato, pieno di sorprese, più dark e realisticamente pessimista di tutto ciò che è stato prodotto dal prog rock fino a quel momento. Chiude il lato A Can-Utility And The Coastliners, un’altra perla che sorprendentemente non è mai stata tra le favorite della band nelle esibizioni live, basata sulla leggenda che voleva Re Cnut il Grande – sovrano di Inghilterra, Norvegia e Danimarca dell’anno 1000 – potente al punto da governare le onde del mare.

Il lato B – fatto salvi gli 80 secondi circa di Horizons, per sola chitarra acustica, basata su un preludio di Bach – è totalmente occupato da Supper’s Ready. Cosa si può dire ancora sulla suite (divisa in sette movimenti), a distanza di quasi mezzo secolo di riconoscimenti e adorazione da parte dei fan? Che è tutto vero. Che se esiste il Sacro Graal del prog rock, eccolo qui, lo avete davanti a occhi, nelle orecchie, dal 6 ottobre 1972. Il destino di chi comprerà questo disco  – come in una conturbante maledizione – sarà quello di ascoltare la seconda facciata fino a conoscerne i solchi, o i bit. Se vi limitate al download, beh, allora vi perdete qualcosa, perché la copertina, la terza di Paul Whitehead, grida vendetta e offre, quando in formato LP, stupore eterno.

Una volta uscito Foxtrot tutti si accorgono dei Genesis, anche i critici rimasti indietro. Gli altri, quelli che continuano a schifare il prog perché pretenzioso o chissà per quale altra stupidaggine, peggio per loro: come questi possono fare a meno del prog rock, così il progressive può sopravvivere – anzi prosperare – al netto di orecchie rattrappite o intasate non solo di cerume ma di troppa spocchia. È comunque il pubblico a decretare la grandezza del disco, accompagnandolo al vertice delle classifiche: in UK finalmente la band si arrampica sfiorando la Top Ten; mentre in Italia i ragazzi si accomodano sul trono. Il giusto riconoscimento per una band che da alcuni anni sta lavorando migliorandosi a ogni tappa, su disco e dal vivo. Non resta che rimettersi in strada e raccogliere dal palco i frutti del prezioso lavoro fatto in sala di registrazione.

Il 28 settembre 1972 segna la prima apparizione in pubblico di Gabriel vestito con uno dei costumi che tanta fortuna porteranno a lui e al gruppo. Il concerto è quello del National Stadium di Dublino, il travestimento rappresenta la donna con la testa di volpe, ovvero l’attrazione focale della copertina di Foxtrot. È l’inizio di una ‘tradizione’ che arricchirà in modo teatrale, ‘alto’, funzionale, gli show dei Genesis fino a farne un marchio di fabbrica. Il mantello e la ali da pipistrello, la maschera da vecchio, Britannia, e su fino all’apoteosi di The Lamb Lies On Broadway portato in tour nel 1975, fanno dei Genesis la band con il più alto tasso di spettacolarità che non sia fine a sé stessa. Ed è da queste premesse che la band salpa alla volta degli USA. È Tony Stratton-Smith a gettare il ponte sull’oceano nel dicembre del 1972, e il concerto che rimarrà negli annali è quello alla Philharmonic Hall di New York. Con gli USA però la partita resta aperta: anche il live album pubblicato l’anno seguente ha inizialmente lo scopo di promuovere la formazione nel nuovo mondo. Le registrazioni – 4 brani registrati il 24 luglio alla De Montfort Hall di Leicester: Watcher Of The Skies, Get ‘Em Out By Friday, The Musical Box, The Knife; e uno il 25 febbraio 1973 alla Free Trade Hall di Manchester: The Return Of The Giant Hogweed – sono state pensate per il programma radiofonico King Biscuit Flower Hour e comprendono anche Supper’s Ready. A tal scopo sono state stampate anche alcune copie di un doppio vinile, ma la trasmissione non andrà mai in onda. Così, in attesa di un nuovo lavoro di studio, la Charisma decide di non vanificare lo sforzo e di pubblicare i brani col titolo di Genesis Live, il primo album dal vivo dei Nostri che arriverà nei negozi il 20 luglio 1973.

Benché la formazione non si sia mai detta soddisfatta della qualità del disco – per la scarsa resa sonora – Genesis Live è la migliore testimonianza ufficiale – confinata ai tempi del vinile – dei Genesis sul palco (Hackett non viene penalizzato dal missaggio in sala, Rutherford e Collins risultano esplosivi, le tastiere di Banks che dovrebbero essere lo strumento più debole del rock hanno una potenza singolare). Complice una forza d’urto e una certa ‘grana grossa’, che nel caso specifico divengono qualità, che in studio sono sempre andate perse. Genesis Live, senza sovraincisioni o make up di altro tipo, mette in evidenza soprattutto la bravura dei singoli musicisti e il loro implacabile, fondamentale, vincente, gioco di squadra. I brani sono artisticamente inattaccabili e le performance superlative. E il periodo – gli anni ’70 – è quello dei fan che hanno fame di registrazioni dal vivo che un mercato dell’epoca – bootleg a parte – non riesce a soddisfare. Questo basta per fare di Genesis Live un disco poco amato dalla band ma indubbiamente ambito dai fan, soprattutto quelli che non hanno avuto la fortuna di vedere i cinque sul palco: un gruppo che inizia a essere additato come una delle migliori esperienze dal vivo in circolazione. Da qui il suo successo: un ragguardevole nono posto nelle classifiche di vendita nel Regno Unito (negli USA, pubblicato soltanto un anno dopo, il disco sfiorerà la Top 100).

«Dal momento che entravi sapevi che era uno show dei Genesis perché era come niente altro. Alla gente piaceva che si creasse un mondo fantasy, e noi provavamo a mantenere quegli elementi fantasy lungo il corso dell’intero show. Avevamo questa tenda di fronte alle casse che era trasparente al suono, ma se ci proiettavi contro della luce ultravioletta sembrava che non ci fosse niente dietro di noi. A quel tempo iniziavamo con Watcher Of The Skies che aveva una grande intro di Mellotron, e tutti quei clichés: il ghiaccio secco e i raggi ultravioletti, Peter con le sue maschere e il trucco» (Tony Banks)

Ma come si può entrare in studio di registrazione, con quale spirito d’animo, dopo un disco come Foxtrot? All’epoca molti concordano nel definirlo come il vertice dell’arte dei Genesis. Dunque la domanda che sorge spontanea è se si possa andare oltre, superarsi per l’ennesima volta. La risposta è Selling England By The Pound.

Messi alle strette sia dai tanti impegni live, sia dalla Charisma che concede loro tre mesi per completare le registrazioni dell’album, i Genesis si prendono un periodo di pausa per comporre e provare in una casa nella zona di Chessington, nei pressi di Chessington World Of Adventure, nell’area di Kingston Upon Thames, a Sud Ovest di Londra. Ne escono nell’agosto 1973 per entrare agli Island Studios con John Burns seduto al posto del produttore e Rhett Davies in quello di assistente e fonico.

La squadra mette insieme Selling England By The Pound che già dal titolo – estrapolato da un manifesto del Partito Laburista – si presenta da subito come qualcosa di ‘diverso’ rispetto alla solita zuppa che i detrattori del prog rock hanno imparato ad additare ed evitare come la peste. La band non si è politicizzata, ma il suo sguardo sulla società si è fatto più intenso: in questo modo nei testi zeppi di riferimenti al paese di origine emergono temi quali la perdita di identità e la rincorsa ai consumi (evidente nei brani Dancing With The Moonlit Knight, I Know What I Like, The Battle Of Epping Forest, Cinema Show e Aisle Of Plenty). Musicalmente, e sin dalle battute introduttive, con le parole di Gabriel sciorinate in solitario e gli strumenti inerti, pronti a entrare in scena soltanto qualche secondo più tardi, c’è ancor meno da obiettare. Eppure qualcuno avrà da dire che Gabriel è il perno centrale del meccanismo almeno quanto Robert Fripp lo è per i King Crimson. Ma così non è. Rispetto alla band dell’occhialuto chitarrista di Bournemouth, gli equilibri all’interno dei Genesis sono ben diversi: per quanto certi brani si possano definire verbosi (The Battle Of Epping Forest su tutti) l’esuberanza strumentale del disco è fuori discussione e soverchia parole e lavoro del cantante. Non c’è dubbio, i Genesis sono il frutto del contributo di cinque musicisti, un tutto che è superiore alle parti. Ed è bene ricordarlo: si tratta di persone molto meno litigiose rispetto alla media dei turbolenti gruppi rock dei 70s.

Difficile vivisezionare un disco come Selling England By The Pound. Talmente variegato eppure così compatto da essere soprattutto un corpo unico, solido, come un muro a secco costruito poggiando una pietra sull’altra, attraverso le quali non passerebbe la lama più affilata. Impossibile scegliere un brano rispetto agli altri, se non per questioni di gusto personale: se cioè preferite la chitarra di Hackett ai synth di Banks, o la batteria di Collins alla vocalità multiforme di Gabriel. Difficile puntare il dito – con ammirazione – su questo o quel titolo, perché Selling England By The Pound è il disco dei Genesis della perfezione. Ha un suono diverso da Foxtrot – per evidente, ulteriore, maturazione dei musicisti – e per certi versi lo supera. Per dirla con la storia dell’arte: se Foxtrot sembra un collage à la Hieronymus Bosch, il nuovo album ha la perfezione formale di un Caravaggio. Dalla ballata acustica cantata da Collins al trionfo strumentale di Firth Of Fifth e Cinema Show tutto suona al posto giusto. Se Bill Bruford – che incrocerà le bacchette coi Genesis ancora in un momento felicissimo – ha dichiarato che John Wetton per lui avrebbe potuto cantare anche l’elenco del telefono, Gabriel è ammaliante tanto nel cantare il primo vero brano inciso per le classifiche quanto nel declamare la lista della spesa di Aisle Of Plenty.

Pubblicato il 13 ottobre 1973, l’album vola in classifica. Terzo posto in patria, settantesimo negli USA, dove la distribuzione è cambiata passando dalla modesta Buddah al colosso Atlantic. Perfino infrangere il tabù del singolo da classifica diventa realtà: I Know What I Like esce l’anno successivo, nel febbraio del 1974 (sul lato B c’è Twilight Alehouse ad aumentare alla potenza il valore intrinseco del singolo), e raggiunge il ventunesimo posto. Steve Hackett ha affermato che John Lennon avrebbe dichiarato in una radio intervista che apprezzava Selling England By The Pound, mentre tanti anni dopo Robert Pollard, leader dei Guided By Voices, inestimabile band che si colloca all’altro emisfero del prog world, affermerà che l’album fa parte della sua personale lista dei 10 dischi preferiti di tutti i tempi.

Altro da aggiungere? Sul disco no. Sul tour che segue la pubblicazione del lavoro non si può fare a meno di notare come tutte le date siano andate sold out, tutto questo mentre la band sguazzava ancora nei debiti. Magie del miracoloso mondo della discografia, dove quando firmi un contratto devi stare più allerta di quando una banca ti mette sotto al naso un pezzo di carta e in mano una penna. Alcune date vengono perfino filmate nel tentativo di farne un film da fare uscire nei cinema, ma un po’ come per quanto avvenuto con Genesis Live, il risultato non lascia soddisfatto nessuno e viene cancellato.

Nell’ottobre 1973 la band parte per Inghilterra e Scozia, in novembre salpa per Canada e USA e finisce la seconda parte del tour con tre date consecutive al Roxy di Los Angeles, dal 17 al 19 dicembre. Poi, nel 1974, riprende dalla madre patria per trasferirsi nel continente a febbraio, tra Germania, Italia – Torino, Reggio Emilia Roma, Napoli – e Francia. Per aggredire infine Canada e USA per tutto marzo, aprile e inizio maggio.

Blood of the Lamb

Concluso il tour di Selling England By The Pound, a partire da giugno del ’74 i Genesis si chiudono nel ex-ricovero di Headley Grange, a Headley, un edificio di tre piani adibito a sala prove, e di registrazione, non solo infestato dai ratti ma lasciato in condizioni igieniche disastrose dai precedenti inquilini rock. Ai problemi strutturali si aggiungono quelli personali, dato che alcuni membri del gruppo si trovano ad affrontare delicati problemi familiari con figli a carico e cause di divorzio in corso. Anni dopo Tony Banks ricorderà quel periodo come il peggiore mai trascorso con i compagni. Eppure in quegli stessi mesi ha maturato l’ambizione di registrare un doppio vinile, un obiettivo che di fatto coronava quanto prodotto fino ad allora: dopo aver ottemperato in modo superlativo alla prova della suite (Supper’s Ready), il passo successivo non poteva che essere il concept album. L’idea di partenza arriva da Mike Rutherford che avrebbe voluto utilizzare Il Piccolo Principe, l’arcinoto libro per bambini scritto da Antoine de Saint-Exupéry, ma – fortunatamente – Gabriel si oppone.

Il cantante ha in mente qualcosa di ben più complesso e articolato: una storia di formazione che, in modo allegorico e psicanalitico, tratta di problemi più concreti e profondi rispetto ai cieli del Piccolo Principe, cieli nei quali Gabriel aveva in precedenza piazzato figure ben più oscure e complesse (vedi alla voce Watcher Of The Skies) di quelle che “turbavano” le innocenti fantasie del dinoccolato bassista. La determinazione del frontman nel portare avanti la propria idea porta a una sorta di dicotomia, fisica e strutturale: da una parte c’è lui, per la prima volta e in totale solitudine a scrivere i testi; dall’altra gli altri, spesso assieme nello stesso spazio a occuparsi di ogni aspetto musicale e tecnico. Separati in casa dunque, anzi in sala. Una scelta che porta inevitabilmente a momenti di frizione, dacché talvolta il cantante non è in grado di consegnare puntualmente i testi e in altri casi si rifiuta di accettare i consigli dei compagni. Il picco di insofferenza all’interno del gruppo culmina in una plateale interruzione delle session, con Gabriel a mollare gli altri nel bel mezzo del processo di composizione per dedicarsi alla sceneggiatura di un film per conto del regista americano William Friedkin (L’esorcista). Banks, Rutherford, Collins e Hackett lo metteranno davanti a un bivio, con lui impettito a comunicar loro di aver deciso di fare il grande salto ed entrare nel mondo del cinema. Fortunatamente il flirt avrà vita breve, si tratterà della classica “fuitina”, anche perché Peter, sedotto e lusingato, viene altrettanto velocemente scaricato. Eppure, una volta ripresi i lavori, non tutto andrà per il meglio, anzi, con la moglie Jill alle prese con una difficile gravidanza, Gabriel si troverà costretto a fare il pendolare tra Londra e l’East Hampshire, e questo aggiungerà tensione al già complicato clima all’interno della formazione. Sarà la goccia che farà traboccare il vaso e porterà all’addio del cantante poco tempo dopo.

Trascorsi tre roventi mesi a Headley Grange, la band si trasferisce nella tenuta di Glaspart Manor, nel Carmarthenshire, in Galles, dove sistema lo studio mobile di registrazione della Island, compresi due registratori 3M a 24 piste che in quel momento rappresentano il meglio dell’hi-tech. Con i cinque ragazzi ci sono John Burns, fidato co-produttore dai tempi di Foxtrot, e David Hutchins come fonico. Le tracce di base vengono registrate velocemente, in due sole settimane. I problemi sono legati ai testi sui quali Gabriel ancora si incaglia. Ma alla fine il cantante produce una tale quantità di parole che deve chiedere alla band di scrivere delle parti musicali aggiuntive (The Carpet Crawlers e The Grand Parade Of Lifeless Packaging nascono così). Finito di registrare gli strumenti, il missaggio e le parti cantate vengono elaborate a Londra, negli studi della Island dove la band, per sovraincisioni e post produzione, e per mantenere fede alla data di uscita prevista – novembre –, deve sottostare a serrati ritmi lavorativi.

«Tony Stratton-Smith persuase Peter a finire il disco, e William Friedkin disse “non voglio essere responsabile dello scioglimento del gruppo”. Dunque fummo nuovamente tutti insieme, ma qualcosa si era rotto: perché per i precedenti cinque anni avevamo lavorato tutti in una unica direzione per ottenere lo stesso risultato, e ora le cose erano leggermente cambiate» (Tony Banks)

The Lamb Lies Down On Broadway, sesto disco di studio dei Genesis, nasce e si sviluppa sotto i peggiori auspici: tra incomprensioni e problemi di varia natura, ritardi e fughe, rifiuti e obblighi. Ciononostante, o forse proprio per ‘merito’ della tensione accumulata e poi sfogata nella creazione artistica, si tratta dell’ennesimo lavoro che scavalca i precedenti. Già, perché The Lamb Lies Down On Broadway non solo affianca in una ipotetica classifica di merito Selling England By The Pound ma lo supera. Con stile diverso. Con modalità differenti per approccio e identità sonora. Ma di fatto lo sorpassa. A fine 1974, più o meno nel periodo che viene identificato come l’inizio del declino del progressive, alle orecchie meno attente The Lamb Lies Down On Broadway appare come un disco di normale amministrazione. Ma ci sono segni evidenti di rottura col genere, sia per quanto riguarda le parole sia sotto il profilo strettamente musicale. Basterebbe citare Back In NYC, la cui violenza dei testi è pari alla foga degli strumenti: ipnotica in un loop di tastiere soffocanti, un basso monolitico e martellante, un riff di chitarra elettrica grave e oscuro. Le parole invece hanno la forza dirompente del punk che è ancora di là da venire, al punto che parole così abrasive  potrebbero rappresentare il vero, autentico, seme britannico del genere che soppianterà proprio il prog rock: “I don’t care who I hit, I don’t care who I hurt, I don’t care who I do wrong” canta Gabriel; non mi frega di chi colpisco, a chi faccio male, con chi mi comporto male. Parole sputate con rabbia senza precedenti, violente, che provengono dalla band, tra quelle di punta del prog, ritenuta la più docile, la più romantica (King Crimson o Van der Graaf Generator al confronto sono considerati dei “duri”).

La storia di The Lamb a grandi linee: i cavalieri illuminati dalla luna sono stati presi a calci in culo da Rael, un portoricano non solo rappresentante di una minoranza ma anche un disadattato che si muove in un circondario che sconfina nel simbolico e nell’onirico ma perfino nella mitologia (The Lamia). Una storia senza soluzione, al cinema direbbero dal finale aperto, che contiene gli elementi del sogno, della parabola morale, ma anche ciò che era emerso sin dai tempi di Foxtrot: critica al consumismo, alla imminente globalizzazione, agli idoli fallaci di un mondo dove i confini tra illusione realtà sono sempre più fittizi, dove essere e avere si fondono perdendo di contorno e significato. Un doppio album di una tale ricchezza di spunti, sia lirici che sonori, da dare il capogiro. Un disco che non a caso influenzerà generazioni di musicisti che col progressive c’entrano come i cavoli a merenda e anche meno. Poi, se la critica microcefala non trova bersagli più facili da colpire che faccia pure: The Lamb Lies Down On Broadway è ancora lì, a quasi 50 anni di distanza, a suonare come se fosse stato pubblicato ieri. Le critiche che ha ricevuto – invero poche rispetto alla grandiosità del disegno – sono polvere che si confonde con lo smog, residui di carta straccia dei cui autori nessuno ricorda più il nome. La vittoria di una settimana/un mese (la critica negativa su un magazine) rispetto al trionfo di qualcosa che rimane sotto la pelle dei fan dei Genesis e nelle storia della musica rock per sempre. La stessa struttura del disco va oltre quello che ci si aspetterebbe per colmare un doppio album di progressive rock: guardate gli Yes, 4 brani per 4 facciate e Tales From The Topographic Oceans è servito.

I Genesis solo un anno dopo registrano 23 tracce, due sole delle quali superano gli 8 minuti. Una lo fa per 6, mentre tutte le altre canzoni hanno la durata media di un singolo. Eppure sono così aderenti, l’un l’altra, che insieme hanno la massa di un buco nero fatto delle spirali di un vinile. Non c’è nulla fuori posto e non manca nulla per la massima soddisfazione del prog nerd più incaponito, e allo stesso tempo ci troviamo elementi avulsi che vanno dalla sperimentazione di The Grand Parade Of Lifeless Packaging (con la partecipazione di Brian Eno) all’hard evoluto di Lilywhite Lilith, dal rumorismo di The Waiting Room al ‘heavy liquido’ della magnifica Broadway Melody Of 1974, dal ambient/soundscape di Silent Sorrow In Empy Boats e Ravine al sorprendente inno prog/disco di It. Su tutto, Gabriel canta come mai prima ha fatto e mai dopo farà. Forse questa è la sua prova più grande. Verrebbe da dire che ci sia più Gabriel qui che nei suoi stessi album da solista. Anche la copertina segna un sorta di rito di (momentaneo) passaggio: via gli affreschi favolistici, i collage surreal/rinascimentali, al loro posto si staglia una realtà più cruda, in bianco e nero, con il nome della band scritto in un font differente. Tanti saluti a Paul Whitehead dunque, altro giro di pagina, con l’artwork affidato allo studio di Storm Torgherson, la Hipgnonis, che imperversa in quegli anni e sigla le copertine delle band più importanti.

Il singolo che anticipa l’album è Counting Out Time / Riding The Scree che viene pubblicato il 1 novembre 1974. The Lamb Lies Down On Broadway – che l’etichetta considera anche come due singoli album da fare uscire a distanza di sei mesi l’uno dall’altro – viene invece pubblicato il 18 novembre, pochi giorni prima dell’inizio del tour di supporto. Nonostante il prezzo, il lavoro si impone in fretta come il disco più venduto dei Genesis fino a quel momento, raggiungendo il gradino n° 10 nella classifica britannica e, cosa anche più difficile per una formazione inglese ma soprattutto per un disco così poco americano, attestandosi al n° 41 della classifica di Billboard. Una montagna di disco che partorirà il secondo topolino, il singolo The Carpet Crawlers / The Waiting Room (The Evil Jam), il lato B in versione live, nell’aprile 1975.

Tanto impegnativo e difficile quanto la realizzazione del disco, il tour di The Lamb non sarà meno ambizioso. Tra Europa, Usa e Canada la band si esibisce per ben 102 date in cui esegue interamente il doppio disco assieme a un paio di classici (nei bis). È l’apoteosi (schermi per la proiezione di diapositive, laser, costumi ecc.) ma anche l’abisso. Alla fine della lunga serie di concerti, in cassa, la formazione si ritrova con un rosso di 220.000 sterline, e tutto questo a fronte di un disco fenomenale che sta vendendo benissimo e un trionfo ai botteghini con critiche entusiasmanti, pubblico in delirio ecc. E se questo inciampo è un classico della storia del rock’n’roll (e delle sue rocambolesche finanze) c’è anche un altro problema, e ben più serio dell’aspetto economico: durante gli show è la vista ad avere il sopravvento sull’udito. Tutti – media e fan – sono lì per Gabriel. I Genesis sono diventati per la gente la sua band, concetto che comincia a irritare gli apparentemente imperturbabili Banks e Rutherford e non fa certo piacere neppure a Collins e Hackett.

Con gli equilibri interni irreparabilmente compromessi, quello che accadrà di lì a poco non sarà meno coerente e spettacolare di quanto la musica non abbia fin qui espresso. Gabriel coglie quel preciso momento storico per uscire di scena. Ma d’accordo con gli altri non ufficializzerà la notizia fino a quando il degno sostituto non avrà un nome. E così accade: a giochi fatti la notizia viene resa pubblica dalle colonne del Melody Maker per mezzo di una lettera aperta – intitolata Out, Angels Out – nella quale il frontman spiega, con maestria da enigmista, le ragioni della separazione. È il 6 settembre 1975, una data che i fan, sgomenti, ricordano ancora.

From backing to lead

Per riprendere il discorso sul supposto proto-punk di Back In NYC, a questo punto della storia dei Genesis si potrebbe insinuare che anche lo slogan principe del genere rock iconoclasta per antonomasia entra involontariamente in gioco: perché tutti, dai media ai fan, e perfino i restanti membri della band, pensano che per i Genesis all’orizzonte si profili un improrogabile “No future”. Steve Hackett è il primo a dare conto della plausibile eventualità. Nel 1975, a pochi giorni dalla fine del tour di The Lamb Lies Down On Broadway, il chitarrista entra negli studi Kingsway Recorders di Londra per incidere il suo primo disco da solista. Per l’occasione invita Mike Rutherford e Phil Collins, la cui frase di batteria che apre il disco è un incipit di eccezionale efficacia. L’intero album, in realtà, è di altissima fattura. E dimostra ancora una volta un momento di grazia, e maturazione generale di tutta la “famiglia”, che ha qualcosa di soprannaturale. Voyage Of The Acolyte, questo il titolo del disco, testimonia della facilità con la quale la band (tutti i suoi membri) scrive materiale di prima classe, e del motivo di così poche outtake: Shadow Of The Hierophant, racconterà Hackett, risale addirittura ai tempi di Foxtrot, provato dall’intera band e poi scartato. Ma grazie a Dio non dimenticato.

Si può dire senza timore che Voyage Of The Acolyte si inserisce naturalmente nel solco della produzione dei Genesis “classici”. Ne è una sorta di anello di congiunzione – alternativo a Nursery Cryme se questo non esistesse – tra Trespass, dal quale recupera un sincero afflato acustico/pastorale, e la fiera maturità elettrica di Foxtrot. Si fosse sfaldata la band, un ipotetico “prog-power” trio Collins/Hackett/Banks avrebbe avuto la sua ragione di essere e sarebbe stato alquanto suggestivo, soprattutto in considerazione del fatto che Collins aveva manifestato l’intenzione di varare una versione dei Genesis post-Gabriel totalmente strumentale. Ma l’idea di una band priva di cantate non piace a Rutherford né tantomeno fa presa su Tony Banks. È il preludio a una lunga serie di audizioni per trovare un sostituto del carismatico frontman.

Sono in 400 i cantanti a presentarsi alle audizioni in seguito all’annuncio pubblicato sul Melody Maker, nessuno dei quali convince fino in fondo. Poi, una mattina, secondo la ricostruzione di Mike Rutherford, Collins chiede di fare una prova con Squonk: dopotutto – senza andare indietro fino ai Flaming Youth dove si è già cimentato come cantante – il batterista ha già registrato almeno un paio di pezzi come lead vocalist (For Absent Friends, More Fool Me), doppiato la voce di Gabriel innumerevoli volte e fatto i cori. Dunque si tratta di un talento, sotto questo punto di vista, già espresso. E non stiamo parlando di uno qualunque, ma di un predestinato. In pratica, se i Genesis cercano un intrattenitore, oltre che un cantante, ce l’hanno già in casa. E non andrebbe nemmeno sottovalutato il fatto che il batterista da ragazzino prese lezioni di recitazione e fatto qualche comparsata al cinema e in teatro (Oliver! e A Hard Day’s Night).

La cosa che sorprende è quanto tempo Banks & compagnia ci abbiano messo ad accorgersi di avere la soluzione del problema a portata di mano, fermo restando che ciò che più teme Collins in quel periodo non è tanto dimostrarsi incapace dietro al microfono, quanto piuttosto di rinunciare ai tamburi. Finisce che ai Trident, in autunno, con David Hentschel sullo scranno da produttore (in Nursery Cryme aveva fatto il fonico e l’operatore al nastro) e Nick Bradford nelle vesti di assistente tecnico, tutte le parti vocali, siano esse lead o backing, saranno affare del solo Collins. Il titolo del nuovo disco che sgorga con la facilità dell’acqua dalla fonte è A Trick Of The Tail, ed è la riprova che i Genesis non erano “la band di Gabriel”, concetto che Banks e Rutherford tengono a sottolineare e cosa che gli riesce piuttosto bene, dato che fan e critica si dichiarano sorpresi dalla bontà delle nuove composizioni e della resa vocale di Collins.

«Quando accade qualcosa come quello – Nda: la realizzazione di The Lamb Lies Down On Broadway e l’abbandono di Peter Gabriel –, vengono poste le basi per pensare che qualcuno non è più entusiasta come lo sei tu. Non fu il lavoro più divertente da realizzare, ecco perché probabilmente il primo album con Phil cantante venne così bene; fu come un soffio di aria fresca, c’era meno pressione» (Mike Rutherford)

A fare una valutazione di A Trick Of The Tail in considerazione dell’intero corpus dei lavori della band, qualcuno potrebbe ravvisare un passo indietro rispetto The Lamb Lies Down On Broadway. Giusta valutazione. Ma in un certo senso il doppio album è un disco a sé stante: dal punto di vista del significato – storico e per la band – ha un profilo unico. Quasi fosse il numero fuori collana di una serie letteraria. Per quanto riguarda A Trick Of The Tail, invece, è come non si fosse preso in considerazione l’esistenza del suo predecessore, per riallacciarsi direttamente a Selling England By The Pound. Forse una mossa inconscia della band, considerate le difficoltà scaturite dalla composizione di The Lamb Lies Down On Broadway. Lo si intuisce anche a prima vista, adocchiando la copertina curata dalla Hipgnosis, con lo studio che per questa occasione lavora a ritroso, alla ricerca dell’antico linguaggio visivo associato alla band: una serie di disegni di stampo vittoriano dai colori molto caldi che, coerentemente, si ricollegano a una narrazione che rincorre leggende, fantasie e sogni di ogni sorta.

Rael è lontano: forse “desaparecido” – se pensiamo alla sbandata di Gabriel per Alejandro Jodorowsky –, forse ha fatto una brutta fine, accoltellato e gettato nella baia. Il suo posto l’ha preso un esserino che quando catturato si scioglie in lacrime (Squonk), o dei rapinatori che pur fetenti sembrano docili caricature rispetto alla rabbia incontenibile del portoricano (che quando picchia con le catene fa molta più paura).

Fosse rimasto Gabriel, sicuramente i testi – ma anche la musica – avrebbero mosso in direzione diversa. Rael e la sua storia ben piantata per terra, per quanto ricca di allegorie, suggerisce questo. Ma Banks e Rutherford hanno un’altra idea dei Genesis, e mentre il progressive comincia ad annaspare, i due decidono volontariamente di guardarsi indietro con una certa nostalgia. Il risultato formale è comunque impeccabile. Brani, performance strumentali e vocale, lavoro di produzione – dalla resa degli strumenti brillante e cristallina come mai in precedenza – sono di primissimo livello: Los Endos, strumentale che mette in mostra tutto l’amore di Collins per il jazz-rock a chiudere il disco, Squonk, il brano che ha convinto gli altri a dargli i gradi di cantante solista, Ripples, già pensata per lui come era stato per More Fool Me su Selling England By The Pound, sono brani che diverranno favoriti dei fan e perdureranno nelle scalette dei concerti negli anni a venire. Con Entangled, A Trick Of The Tail (anche singolo, il cui video, alquanto naif, è il primo della band) e Mad Man Moon (monolito tastieristico auto-intitolato alla gigantesca statura musicale di Banks) a rappresentare i brani più ispirati del lotto, il solo Robbery, Assault And Battery mostra qualche incertezza, un incastrarsi dei tasselli che non collima con la consueta perfezione. Peccato veniale.

Il disco raggiunge i negozi il 2 febbraio 1976, e a dimostrazione della buona accoglienza pubblica vola nella classifica UK arrivando al n° 3 – per rimanere tra i best seller per ben 39 settimane e guadagnando il Disco d’Oro già in giugno – e al n° 31 negli USA. Un risultato commerciale che permette alla band di cancellare il deficit negativo accumulato fino a quel momento. Per il tour, che attraversa Europa e Nord America, la band opta per un secondo batterista da affiancare a Collins il quale, non appena i numerosi break strumentali glielo consentono, corre nuovamente dietro ai tamburi. Il suo nome? Bill Bruford detto lo spocchioso. Spocchioso perché soltanto parecchi anni dopo confesserà di essere riuscito a cogliere appieno la ricchezza (umana e musicale) del gruppo. Allora al contrario, forte della militanza negli Yes e nei King Crimson, si sentiva un gradino più in alto rispetto ai suoi committenti.

Dopo un periodo di prove in un luogo appartato, a Dallas, il tour prende il via dal Canada, nella città di London, Ontario: e la serie di show va talmente bene da imporre oltreoceano il marchio Genesis come mai era successo in precedenza. Anche merito di Collins, senz’altro. Laddove Gabriel calamitava l’attenzione dei fan in modo teatrale e concettuale, il nuovo frontman si accaparra le simpatie incondizionate del pubblico con fare più guascone, diretto e sincero, da vera anti-star. Il pubblico, in particolare quello statunitense, apprezza. Così come i concerti sfatano il luogo comune che vuole i prog fan come nerd complessati che amano macerarsi nelle loro camerette, e al contrario dimostrano di godere di una battuta non troppo educata, di un doppio senso che strappa una grassa risata.

A questo si aggiunge il fatto che tutto ciò che Gabriel ha cantato in precedenza, nell’esecuzione di Collins acquista nuova vita e sfumature personali ma del tutto dignitose.  Dal tour viene ricavato un film nel febbraio del 1977 viene proiettato nei cinema col titolo di Genesis: In Concert (e troverà collocazione su laserdisc nel 1992 per il solo Giapppone, prima di essere aggiunto nel 2007 – in formato DVD – alla riedizione di A Trick Of The Tail). Per la cronaca le date filmate sono quelle del 9 luglio 1976 al Apollo Theatre di Glasgow e del giorno seguente alla Bingley Hall di Stafford.  

Ora che il successo è stato finalmente raggiunto e ci si potrebbe fermare un po’ per riprendere fiato, la band accelera: da giugno è ancora in giro per mezzo mondo a dare prova della propria vitalità sul palco, mentre da settembre entra in studio di registrazione, per la prima volta lontano dall’isola patria, per dare un seguito a A Trick Of The Tail. Con David Hentschel al banco di registrazione, Banks, Rutherford, Hackett e Collins si rintanano nei Relight Studios di Hilvarenbeek in Olanda. La band ha già scritto parecchio materiale che va solo cesellato. Dove avranno trovato il tempo? In un paio di settimane le versioni di base dei brani hanno già preso forma, e nel giro di un mese e mezzo l’album è praticamente scritto. Ai Trident Studios di Londra vengono aggiunte le sovraincisioni e completato il lavoro di post produzione.

Nel frattempo Collins riesce ancora a sorprendere tutti. Il 18 giugno 1976 esce senza troppa fanfara un disco dalla qualità straordinaria intitolato Unorthodox Behaviour, l’esordio del quartetto dei Brand X, ovvero John Goodsall alla chitarra, Percy Jones al basso, Robin Lumley alle tastiere e Phil Collins alla batteria. Disco che si rivela una pietra miliare del jazz-rock, nonché un lavoro che, prendendo le distanze dai campioni britannici del genere – Nucleus, If e affini – ne rinnova e perpetua la bontà. Ispirandosi alla bollente materia strumentale di Mahavishnu Orchestra e Weather Report, Collins si mette alle spalle, per apertura mentale e musicalità, tutti i batteristi inglesi del periodo: il suo punto di riferimento è l’americano Tony Williams, e si sente. Ma si sente soprattutto una mancanza che diventa una aggiunta e un determinante punto di forza: Collins non appartiene a nessuna scuola e per questo suona magnificamente qualsiasi cosa, dal jazz all’ambient sui dischi di Brian Eno.

Tornando ai Genesis, il nuovo album esce il 23 dicembre 1976. Titolo: Wind & Wuthering. La copertina è ancora affare dello studio Hipgnosis, e sempre per mano di Colin Elgie, tuttavia, dallo stile quasi fumettistico adottato per il precedente lavoro, il distacco è drastico. L’artwork è un affare di sfumature di grigi dove l’unico protagonista è la natura. Oppresso da un paesaggio autunnale troviamo un albero fronzuto stagliarsi in un angolo; sul retro uno stormo di uccelli migratori abbandona la terra dove dell’albero è rimasto soltanto lo scheletrico fusto. Eppure se la copertina è dominata dai toni di grigio, la musica al contrario è quanto mai colorita, vibrante, traboccante di vitalità. Benché il team tecnico sia lo stesso, il missaggio offre un corpo sonoro molto più pastoso: laddove A Trick Of The Tail eccelle in trasparenza e resa del dettaglio, la materia del nuovo album appare una cascata magmatica, calda e possente, difficile da scalfire e a tratti da distinguere nelle singole parti degli strumenti.

I Genesis continuano a cercare nuove strade, fosse anche per questione di ambienza sonora. O di estetica, se si vuole: perché di sostanza ce n’è, evidente e in esubero. Eleventh Earl Of Mar e One For The Wine aprono il disco con un turbine di emozioni, un doppio capolavoro di melodia e dinamica che stabilisce il passo di un lavoro autenticamente epico. Peccato per Your Own Special Way, firmata da Mike Rutherford, il primo brano debole della band dai tempi del disco di esordio, soprattutto nel mellifluo ritornello. Hackett ha tutte le ragioni di questo mondo per lamentarsi di esserne stato escluso a livello di composizione; ha nel cassetto manciate di composizioni migliori, come dimostrato non appena messosi in proprio. Anche Wot Gorilla non spicca, è poco più di una jam con Collins a inserire diversi elementi e Banks a “giocare” per una volta senza troppe strategie.

«Sono enormemente orgoglioso di Wind & Wuthering. Quando il disco uscì piaceva anche a Peter Gabriel e Robert Fripp» (Steve Hackett)

Sulla facciata B, All In A Mouse’s Night è un bel brano, ma la vera perla arriva con Blood On The Rooftops, brano di Hackett con il contributo di Collins. Al suo arrivo, e al confronto, Your Own Special Way che esce come singolo appare una composizione evanescente, soprattutto se si considera che il chitarrista ha portato alle session anche Please Don’t Touch!, brano che non passa il rito della selezione e di conseguenza finisce nel cassetto (verrà utilizzato nel secondo omonimo lavoro solistico di Hackett). Seguono sette minuti di musica suddivisi in due segmenti strumentali: Unquiet Slumbers For The Sleepers… e … In The Quiet Earth; campo nel quale (la musica senza parole) la band ha sempre eccelso, come conferma anche questa volta. La chiusura è consegnata ad Afterglow, canzone firmata da Tony Banks che cresce ciclicamente, solco dopo solco, come una marea calda che inesorabilmente blandisce e trascina lontano. Un brano che, dilatato sul palco, diverrà un classico e il saluto di chiusura ai concerti.

Raggiungendo il gradino n° 7 della classifica UK e il n° 26 di quella di Billborad, Wind & Wuthering non solo diventa il disco più venduto dei Genesis, ma si rivela anche un album estremamente apprezzato dalla critica in un momento in cui il punk ha in mano le carte vincenti distribuite dalla discografia. Rolling Stone esagera e scrive addirittura bene del singolo Your Own Special Way che per giunta entra nella classifica dei Top 100 di Billboard. Cosa che all’interno della band non fa che corroborare la scellerata idea di scartare il materiale di Hackett a favore di quello di Rutherford, così da avvicinare ulteriormente il chitarrista alla porta. Non resta che ripartire in tour, toccando oltre Europa e Nord America per la prima volta anche il Sud America. La seconda batteria per l’occasione è quella di Chester Thompson, al quale Collins, ammiratore del lavoro svolto dal batterista con i Weather Report e Frank Zappa, offre il posto sulla parola, senza neppure sottoporlo ad audizione.

Peter Gabriel, a carriera solista già ben avviata, affermerà che i batteristi inglesi sono dotati di buona tecnica mentre quelli americani hanno “feeling”, e ciò che sottende il cantante con questo concetto è ben espresso in Second’s Out, il secondo disco dal vivo della storia dei Genesis, nonché il primo doppio live. Il vano motore è occupato dal batterista afroamericano con l’unica eccezione di Cinema Show, pezzo risalente al tour di A Trick Of The Tail che vede sedere dietro al secondo set di tamburi Bill Bruford. Taylor Hawkins, il batterista dei Foo Fighter, dichiarerà che questo disco per lui è una bibbia della batteria. E del resto è unanime il consenso attorno alla resa sonora di questo doppio album dal vivo. Peccato solo che Steve Hackett nel missaggio quasi scompaia.

Supper’s Ready, la cartina al tornasole, la pietra di paragone che rappresenta il vero esame di maturità per Collins, dispiega un’energia – anche grazie all’introduzione di alcune figure ritmiche alla doppia batteria – che esalta la suite al punto da renderla probabilmente superiore alla versione in studio. Ma si può dire lo stesso di ogni brano, per tutto il disco, in particolare del dittico strumentale (Dance On A Volcano/Los Endos e The Cinema Show) che testimonia lo status di eccellenza raggiunto dalla band. Unici appunti: Squonk, che non decolla veramente, e una I Know What I Like dove sono proprio le parti di chitarra di Hackett, come già detto penalizzato in fase di missaggio, a costituire il punto debole del brano.

Pubblicato nell’ottobre del 1977, il doppio album naviga in classifica con il vento in poppa. Non solo l’amore dei vecchi fan per la band a livello mondiale è sempre più consolidato (i cinque si esibiscono per la prima volta al Madison Square Garden di New York), ma l’esercito dei supporter (con punte di 150.000 presenze a concerto in Brasile) non fa che aumentare, in controtendenza al grosso del carrozzone progressive che in piena balia del punk sta annaspando e perdendo le posizioni di privilegio. Oltre a essere bene accolto dalla critica, il disco (che mostra in copertina una foto della band suggestivamente illuminata da due file di gigantesche luci di atterraggio del Boeing 747, una delle tante trovate che rendono lo show tra i più eccitanti dell’epoca) si assesta al 4° posto della classifica inglese e al n° 47 di quella USA. In casa Genesis, insomma, tutto funziona alla perfezione, tranne il fatto che quando Seconds Out giunge nei negozi Hackett ha già consegnato le dimissioni. Data la piega che hanno preso gli eventi non poteva finire diversamente. Le ultime incisioni del chitarrista con la band sono tre outtake di Wind & Wuthering che vengono impacchettate nell’EP Spot The Pigeon pubblicato il 20 maggio 1977: Match Of The Day, il quasi cabarettistico gioiellino Pigeons (che insiste per tutta la durata sulla stessa nota) e Inside and Out, che Steve Hackett, a ragione, considera da sempre degna di stare sull’album. Senza dubbio al posto di Your Special Way, aggiungo io.

E rimasero in tre: il numero perfetto?

Il 1977 è un anno generoso per l’esercito dei fan dei Genesis. Oltre le proposte della ‘casa madre’ il 25 febbraio esce l’atteso debut di Peter Gabriel, il primo di una serie a riportare il solo nome dell’artista in copertina. Per distinguerlo dagli altri, il disco verrà riconosciuto negli anni a venire come Car, dato che il frontman è ritratto a occhi chiusi dietro al parabrezza di una macchina bagnato dalla pioggia (resa con un trucco). Per la cronaca: è la Lancia Flavia di proprietà di Storm Torgherson della Hipgnosis.

A produrre il disco ci pensa Bob Ezrin che ci va pesante, sia con gli arrangiamenti che con la grana sonora, cesellando un mosaico di brani dalla più diversa ispirazione con i quali il cantante tenta di allontanarsi in fretta dai suoi trascorsi musicali senza riuscirci del tutto (Moribund The Burgmeister potrebbe essere la versione aggiornata di Harol The Barrell; Humdrum avrebbe potuto fare parte di The Lamb Lies Down On Broadway quasi così com’è; e per Banks trasformare Down The Dolce Vita in un brano epico sarebbe stata cosa da ragazzi). Ci prova sciorinando un bluesaccio, poi con del bieco rock’n’roll, ma alla fine estrae dal cilindro due perle pronte a entrare nella storia: Solsbury Hill e Here Comes The Flood, entrambe che rimuginano sull’abbandono della family. Il disco va alla grande, sfonda in tutta Europa e va bene anche negli States.

Poco prima della pubblicazione dell’esordio, Gabriel aveva registrato una cover di Strawberry Fields Forever dei Beatles, compresa nella colonna sonora del documentario All This And World War II, presentato fuori concorso al Festival di Cannes sempre nel 1977, la cui colonna sonora – un doppio LP farcito di star come Elton John e Bryan Ferry alle prese con una trentina di canzoni del Fab Four – incasserà molto di più della pellicola al cinema.

In fatto di esordi giunge del tutto inaspettato quello di Anthony Phillips, che esce dalle fredde nebbie del passato quando tutti ne avevano perso le tracce. Pubblicato nell’ottobre del 1976 grazie all’americana Passport Records (dopo un iniziale interessamento della Charisma/Virgin) The Geese And The Ghost arriva dopo una lunghissima gestazione dovuta sia a motivi personali sia per il coinvolgimento di Mike Rutherford sempre impegnatissimo con i Genesis. La lunga attesa è stata comunque ben riposta: il disco è un gioiello degno dei Genesis del 1970 (Trespass) che procurerà al musicista una affezionata schiera di fan destinati a crescere con gli anni. Al lavoro da queste parti ritroviamo anche Phil Collins, cantante in due toccanti ballate, e poi John Hackett, Jack Lancaster e la bravissima, e indimenticata, Vivienne McAuliffe, ex Affinity che canta ancora con voce virginale. Una menzione di merito va a Peter Cross per la copertina, che sarà complice grafico del ritrovato musicista per tanti dischi a venire.

Inoltre, un po’ come avvenuto per Gabriel, e sempre per merito della Passport Records, anche il ritorno di Phillips trova un antefatto in un progetto collaterale. Si tratta del folle Intergalactic Touring Band (pubblicato nel 1977), storia fantascientifica a base di musica inventata da Wil Malone e Danny Beckerman e portata a compimento con l’aiuto di decine di musicisti della più diversa estrazione: da Annie Haslam a Rod Argent, da Larry Fast a Percy Jones, da Clarence Clemons e Ben E. King.

Sempre nel 1977 (in aprile) esce Moroccan Roll, secondo disco per i Brand X, registrato ai Trident Studios di Londra tra il dicembre 1976 e il gennaio successivo. Il disco, concluso in fretta, possiede la stessa qualità dell’esordio. Si piazzerà al 37° posto nelle classifiche di casa ed è l’ultimo lavoro – di studio – dei Brand X nel quale Phil Collins viene coinvolto dall’inizio alla fine. Da questo momento in avanti sarà difficile sentirlo suonare a questi livelli.
In novembre viene pubblicato Livestock, primo album dal vivo della band registrato tra il Ronnie Scott’s, il Marquee e l’Hammersmith Odeon di Londra, altro lavoro all’altezza della fama (in fatto di qualità) della band, in gran parte improvvisato, dove Collins (che compare in tre brani su cinque) si alterna a Kenwood Dennard.

«Quando cominciammo a provare per il tour americano, all’inizio Chester Thompson non riusciva a venire a capo di Down and Out. Quando Tony Banks e io la scrivemmo pensavamo al riff nelle mani di Phil Collins. Lui e noi stavamo guardando la stessa struttura da posizioni differenti. E Phil non riusciva a spiegare il riff a Chester, così non si faceva che aumentare la confusione. È divertente perché una volta che sei abituato a uno strano tempo musicale ti suona come naturale, ma ti scordi che per altra gente ci vorrà del tempo affinché per loro sia lo stesso» (Mike Rutherford)

I tre depositari del marchio Genesis dal canto loro non stanno a guardare. Ma finora non lo hanno mai fatto, per loro il ferro è sempre caldo. Al momento della pubblicazione di Seconds Out, tra settembre e ottobre, il trio ha già scritto e registrato materiale a sufficienza per riempire un nuovo album, il nono di studio. Le registrazioni avvengono ancora in Olanda, agli Hilvarenbeek Studios dove la band è tornata a collaborare con il fidato David Hentschel. E proprio come era accaduto in passato, la prima idea, ovvero quella di rimpiazzare Hackett con un nuovo chitarrista, evolve in una riorganizzazione interna, con Rutherford in questo caso a prendere il posto del musicista dimissionario e a occuparsi delle parti di basso e chitarra. La scelta non si rivelerà delle migliori, soprattutto col senno di poi: l’abbandono di Hackett si dimostrerà una perdita decisamente più drammatica, per l’economia sonora della band, di quella di Gabriel. 

…And Then There Were Three… parte col giusto piglio: Down And Out ha una variegata intensità e un solo di synth degno dei migliori giorni, Undertow è un bel brano di Banks che spinge sul romanticismo, Ballad Of Big il primo brano debole, Snowbound una bella invenzione che ricorda qualcosa di Trespass, e gli oltre sette minuti di Burning Rope – appositamente troncata da Banks per creare discontinuità con Wind & Wuthering – sono la prova che il gruppo, pur semplificando il modo di fare, non ha messo i panni di chi è alla ricerca del facile consenso. Allo stesso modo la facciata B offre momenti di buon livello in Deep In The Motherlode , Many Too Many – che esce come singolo insieme a un paio di valide outtake: The Day The Light Went Out e Vancouver –, nella drammatica Say It’s Alright Joe che dal vivo diverrà una delle più belle “sceneggiate” del cantante, ma soprattutto nei sei minuti di The Lady Lies, che si fregia di un magnifico solo di Banks e dell’esuberante lavoro alle percussioni di Collins, anche questa destinata a diventare uno dei migliori numeri dei concerti del periodo. Restano da citare Scenes From A Night’s Dream, il secondo brano meno significativo, e la conclusiva Follow You Follow Me, che nata senza sforzo, e unico brano scritto durante il periodo trascorso in studio di registrazione, raggiungerà il settimo posto nelle classifiche dei singoli in patria e il n° 23 di quelle oltreoceano, diventando il singolo di maggiore successo della band.

A volere essere onesti, piaccia o meno l’album nel complesso, proprio Follow You Follow Me è l’unico brano che risulta avulso dalla tradizione musicale dei Genesis fino a questo punto. Intendo dire che nonostante …And Then There Were Three… sia stato spesso bollato col marchio del disonore, è più una questione “ideale”, ad andare perduta, che qualcosa di effettivo: in altre parole i Genesis non hanno venduto l’anima. E nemmeno si sono snaturati. Non ancora. Hanno “semplicemente” perso un elemento importantissimo (Steve Hackett) al quale si è posto rimedio in modo sbagliato ma non drammatico. Come una tempesta avesse spezzato a scaraventato fuori bordo l’albero di un veliero: un evento grave ma non sufficiente a fermarlo e impedirgli di compiere il suo viaggio. Rallenterà ma continuerà a navigare. In verità Banks e Collins suonano – e il tastierista compone – come hanno sempre fatto, mentre Rutherford fa la sua parte di bravo bassista e scrittore, prodigandosi alla chitarra come può. Ecco, spesso buttati nello stesso calderone con Yes, King Crimson e tutta la cricca, si può dire che ora i Genesis si avvicinano a EL&P perché di fatto sono un trio composto di tastiere, basso e batteria. La chitarra è di ornamento.

And Then There Three… giunge nelle mani dei fan dal 1° marzo 1978, e anche grazie a Follow You Follow Me – che diventa il primo singolo a entrare nella Top Ten statunitense, ricevendo ampia rotazione radiofonica – si attesta al n° 3 dei dischi più venduti nel Regno Unito, per rimanere nelle zone calde della classifica per ben 32 settimane. Negli USA fa altrettanto bene raggiungendo il n° 14 dei Billboard 200 e beccandosi il Disco d’Oro a meno di un mese dall’uscita. Le recensioni sono complessivamente buone e colgono il senso del disco. Probabilmente i più critici sono i fan di vecchia data che hanno mal digerito l’addio di Hackett che solo un paio di mesi dopo, nel maggio 1978, pubblica Please Don’t Touch!, un album che non si presta ad alcun compromesso ma soprattutto mette in evidenza una freschezza – e una fantasia – che i Genesis vanno perdendo. Hackett oltre a suonare da par suo dimostra come gli ex-compagni avessero torto a sottovalutare le sue composizioni: non solo alcuni brani di Please Don’t Touch! avrebbero meritato di prendere il posto dei pezzi più deboli di Wind & Wuthering, ma tutti gli altri avrebbero fatto la fortuna artistica – quella commerciale è arrivata comunque – di …And Then There Three…. Inoltre il chitarrista, spalancando la porta ad artisti per background fuori contesto come Richie Havens, Randy Crawford o il soprano Maria Bonvino – al di là della pletora di ‘grandi firme’ del progressive che vanno da Steve Walsh e Phil Ehart dei Kansas al violinista dei VdGG, Graham Smith –, non fa che mettere in mostra una voglia di aprirsi al mondo, e alle più disparate influenze, che la band, diventando una istituzione autarchica, va sempre più perdendo.

Il tour di supporto al disco per quanto riguarda l’aspetto visuale è come sempre all’avanguardia e riesce a superare quanto fatto in precedenza. Sopra al palco, oltre gli spot luminosi, ci sono sei giganteschi specchi ottagonali comandati da computer che possono cambiare posizione e offrono una combinazione di effetti, grazie alle luci laser che vi si riflettono, fino a quel momento impensabile. È un trionfo: tanto i fan più recenti guadagnati da Follow You Follow Me quanto quelli di vecchia data che avevano storto il naso di fronte a …And Then There Were Three… rimangono a bocca aperta. Sul palco inoltre si è aggiunto Daryl Stuermer, chitarrista canadese coi fiocchi che ha suonato con Jean-Luc Ponty e Gino Vannelli. Dalla sua il turnista ha buona sensibilità e uno stile jazz-rock che gli permettono di affrontare classici come The Fountain Of Salmacys con originalità e padronanza. Peccato che la band non lo porterà mai in studio e anzi nel corso degli anni ne limiterà sempre più lo spazio concedendone maggiormente, nel ruolo di chitarrista, a Mike Rutherford. Il tour si protrae da marzo a dicembre e il gruppo arriva per la prima volta fino in Giappone. Ma la ciliegina sulla torta è la partecipazione al gigantesco Festival di Knebworth del 24 giugno nelle vesti di headliner (ci sono anche i Brand X), l’unica apparizione live in patria per quell’anno, l’apice simbolico del successo accumulato fino ad allora.

Nel frattempo Phillips ha scaldato i motori e a un anno dal travagliato esordio sembra con Wise After The Events voler recuperare il tempo perduto (nel disco ci metterà anche la voce). Sempre del 1978 è il secondo lavoro di Gabriel, ancora senza titolo. Scratch per gli amici. Il disco viene registrato proprio agli amati (dai Genesis) Relight di Hilvarenbeek, in Olanda, e questa volta il cantante affida la produzione a Mr. Robert Fripp, che all’epoca si è guadagnato una gran reputazione anche come consigliere, supervisore e session man di lusso (un esempio: Heroes di Bowie dell’anno precedente). Infarcito di musicisti americani che ne determinano il suono – e che coincidono con i componenti della band che lo accompagna dal vivo – il lavoro possiede un sound più esile eppure cristallino, maggiormente uniforme, più à la Gabriel per come lo conosceremo più avanti negli anni. Adesso c’è davvero poco del cantante che aveva dato corpo e voce al golem Genesis. Il cantante comprende, ora più che mai, che prima di guardare in avanti deve riuscire a smettere di guardare indietro. Riesce soprattutto a fissare qualcosa che lo rappresenta nel presente, e grazie a Fripp e ai bravi musicisti coinvolti il lavoro può dirsi riuscito.

Intervallo

A pochi mesi dal premio Silver Clef Award “per l’eccezionale contributo offerto alla musica britannica”, i Genesis si prendono una pausa. Phil Collins chiede il time-out perché a fronte del successo planetario il suo matrimonio sta andando a ramengo. Decide quindi di raggiungere la moglie Andrea Bertorelli, conosciuta quando entrambi avevano 11 anni, che non ha retto la lontananza del marito per l’ennesimo lungo tour e si è trasferita con i figli a Vancouver, nella British Columbia canadese. L’idea del batterista è di mettere le cose a posto e riorganizzare il modo di lavorare con la band.

«Non puoi negare l’importanza del successo commerciale, fa parte di quello che fai. Per quanto mi riguarda le canzoni di cui vado più fiero probabilmente non sono i più grossi successi dei Genesis. Sto pensando a cose come Supper’s Ready e più recentemente Duchess. Mentre riguardo al mio personale materiale non ho avuto molte hit. Ma sono fiero di quello come di qualunque altra cosa abbia scritto. Ma i successi sono quello che ti tiene a galla; dopotutto è il tuo lavoro» (Tony Banks)

Tony Banks e Mike Rutherford, sempre ribollenti di idee, ne approfittano per pensare ai rispettivi debutti solistici. Il primo a fare da sé è il tastierista, che si reca in Svezia, ai Polar Music Studios, gli studi di registrazione della label degli Abba, che frequenta a singhiozzo durante la primavera e l’estate del 1979. Nasce in questo modo A Curious Feeling, che co-prodotto da David Hentschel e realizzato con un manipolo di musicisti ridotto al minimo è di gran lunga il migliore lavoro solistico del tastierista, e un titolo che per valore assoluto può rivaleggiare con i migliori lavori dell’intero prog rock. Banks suona tutto tranne la batteria, che è materia di Chester Thompson, e fortunatamente non ha ancora maturato alcuna velleità vocale che lascia alla capace ugola di Kim Beacon, ex String Driven Thing, vecchia band della Charisma. Non solo, l’album – potente, ispirato, epico – contiene alcuni dei brani più emozionanti – strumentali e no – scritti da Banks. Ovvio che trattandosi di un cristallo di purissimo prog rock in pieno 1979, quando del genere si è già celebrato il funerale, le aspettative in fatto di vendita non sono molte. Ciononostante, potendo fare affidamento sullo zoccolo duro del fan dei Genesis, magari su quelli parzialmente delusi da …And Then There Three…, l’album raggiunge il n° 21 della classifica e rappresenta un piccolo exploit.

Mike Rutherford è un po’ più lento, di fronte all’enorme mole di lavoro che comporta realizzare un lavoro del quale sei l’unico responsabile si muove con più circospezione, oppure aspetta semplicemente che Banks faccia le valigie, perché anche lui si accampa ai Polar di Stoccolma, nell’autunno del 1979, confidando nel solito David Hentschel che oramai pare l’ombra dei Genesis. Per narrare musicalmente Smallcreep’s Day – la storia di Pinquean Smallcreep che decide di allontanarsi dal posto di lavoro per partire alla scoperta dei segreti della fabbrica dov’è impiegato, che occupa il lato A e si basa sull’omonimo e unico romanzo dello scrittore Peter Currell Brown pubblicato nel 1965 – e i cinque brani che coprono il lato B, Rutherford chiede aiuto in primis ad Ant Phillips, poi al prestigioso batterista Simon Phillips, al noto Morris Pert ( percussionista nei Brand X) e a Noel McCalla che aveva notato nel lotto di coloro che hanno partecipato alle audizioni per trovare il sostituto di Peter Gabriel.

In aprile – sempre 1979 – esce anche Sides, terzo album di Anthony Phillips: lato A canzoni più brevi e orecchiabili, lato B brani più articolati. Un tentativo di fare breccia nelle classifiche anche grazie alla produzione di Rupert HineUm & Argh esce come singolo – versus la presenza di una parata di nomi a scaldare il cuore dei prog fan (Mike Giles, John G. Perry, Mel Collins, John Hackett, Ray Cooper, Morris Pert). Anche il quarto disco dei Brand X, portato a termine in modo alquanto macchinoso, esce lo stesso mese. Ad avvicendarsi in studio sono in pratica due formazioni diverse, e di conseguenza il lavoro risulta meno omogeneo e intransigente dei precedenti, tanto che in scaletta troviamo anche due pezzi cantati da Phil Collins e pubblicati come singoli (Don’t Make Waves e Soho). Ma ci sono anche autentiche perle come Dance Of The Illegal Aliens, Algon, Rhesus Perplexus e Wal To Wal, April.

Phil Collins ci mette solo quattro mesi per tornare tra le spire musicali dei compagni Tony e Mike che si rivelano più calde dell’abbraccio della moglie Andrea. Il matrimonio è irrecuperabile. Una esperienza che metabolizza e metterà a frutto trasformandola in output artistico. Il momento del resto è propizio, dati gli impegni dei compagni nei rispettivi progetti solistici, il batterista ne approfitta per chiudersi nella residenza di Shalford, nel Surrey, in parte adibita a sala prove e di registrazione, e inizia a stendere le basi di quello che diventerà Face Value.

Ma si tratta di un periodo di solitudine invero piuttosto breve, perché Banks e Rutherford finiti i rispettivi impegni lo raggiungono per scrivere nuova musica. Nel frattempo esce Spectral Mornings, il terzo album di Steve Hackett che dimostra per l’ennesima volta la capacità di scrittura dell’artista e ne afferma la statura di chitarrista: brani come Every Day e Spectral Mornings sono degni esempi dell’espressività applicata alla chitarra elettrica. Mentre in The Ballad Of The Decomposing Man il musicista ci mette anche la voce. Neppure Anthony Phillips se ne sta con le mani in mano: Private Parts And Pieces, che esce nel novembre del 1978 negli USA (e ad aprile del 1979 nel Regno Unito) è una raccolta di brani acustici che non avevano trovato posto nei precedenti dischi, il primo di una lunga serie di lavori strumentali che usciranno in parallelo a quelli di studio.

Intanto, nella tana di Collins i Genesis completano Duke, album che raccoglie dodici brani che rappresentano il felice compromesso tra la grandeur del passato (il prologo di Behind The Lines che si allaccia all’epilogo strumentale di Duke’s Travel/Duke’s End) e l’efficace scrittura a tre del presente (Duchess e Turn It On Again), non senza pecche (il dubbio e dubbioso altalenare di Rutherford in Man Of Our Times e Alone Tonight) e non senza prelibatezze (di quel grande chef musicale che rimane Tony Banks: Guide Vocal, Cul-de-sac e Heathaze). Un altro di quei dischi dei quali tutto si può dire tranne che è da buttare. Anzi, probabilmente si tratta del canto del cigno di un’epoca. La copertina è lì per attestarlo. Sarà l’ultima – almeno fino a We Can’t Dance – a suggerire un risvolto fantasy, con Albert, il personaggio già esistente dell’illustratore francese Lionel Koechlin, che avrebbe dovuto essere il soggetto di una suite – The Story Of Albert – dalla diversa sequenza e senza interruzioni.

La storia andrà diversamente e quello che la band registra negli svedesi Polar Studios e che vede per l’ultima volta alla produzione David Henstschel, è un album che non si può definire commerciale ma diventa l’ennesimo successo di vendite. Ad anticiparlo, il singolo Turn it on Again (che sull’altro lato porta Evidence Of Autumn, perla di Banks che resta fuori dall’album) che si piazza al primo posto in UK e al 58° negli USA, con il video che passa su MTV in heavy rotation. L’album fa anche di meglio: pubblicato il 28 marzo 1980, trascorre due settimane al n° 1 della classifica britannica e si aggrappa al n° 11 della Billboard 200. Bene anche i singoli che seguono, Duchess e Misunderstanding. Tanto che in luglio nel Regno Unito Duke è già Disco di Platino.

Fine di un’epoca

Il 1980 mette a dura prova la volontà di resistenza dei fan dei Genesis, molti dei quali decidono di rompere i maialini di creta per per investire tutto in una cascata di vinili. Dopo Duke e Smallcreep’s Day ecco farsi strada nei negozi altri dischi di indiscutibile interesse. Steve Hackett in giugno sforna il bellissimo Defector (meno di 37 minuti per 10 brani molti dei quali sotti i 4 minuti di lunghezza) e Anthony Phillips esce con Private Parts & Pieces II: Back To The Pavilion, raccolta variegata di materia acustica dalla pregevole fattura alla quale prendono parte anche Rutherford, Andy McCulloch (King Crimson) e Mel Collins. Nei negozi, spulciando con impegno, da aprile si riesce a trovare anche Do They Hurt?, il quinto lavoro di studio dei Brand X, niente più di una raccolta di outtake comunque di buona qualità. Segno che un po’ di interesse attorno alla band [r]esiste. Phil Collins suona da par suo in due brani, Voidarama e Triumphant Limp, per diverse ragioni entrambi imperdibili. Il batterista si presta ai tamburi e alla voce anche nel progetto estemporaneo di Jack Lancaster intitolato Skinnigrove Bay, negli anni a venire ristampato e piratato come Wild Connections e Deep Green. Una sorta di disco tributo all’area nella quale Lancaster ha trascorso la giovinezza, una dichiarazione musicale di amore in occasione della quale il musicista raccoglie una parata di musicisti di primo piano che ai fan dei Genesis, e del progressive in generale, dovrebbe dare più di una gioia (Clive Bunker, John G. Perry, Gary Moore, Rick Van Linden, Robin Lumley, Rod Argent, e molti altri).

«Penso che il terzo album per me fosse molto importante in termini di avere un suono personale e la band che mi seguisse. Fu il primo disco nel quale stavo chiaramente facendo qualcosa di diverso da quello che stavano facendo gli altri» (Peter Gabriel)

Ma il vero evento dell’anno, vista la qualità del lavoro, arriva da Peter Gabriel che, il 23 maggio 1980, pubblica III, o Melt, dimostrando di avere definitivamente rotto gli ormeggi per veleggiare verso lidi totalmente nuovi, tutti suoi. A ben guardare una continuità con il passato c’è anche qui, ed è evidente all’ascolto: ci sono Phil Collins e la sua batteria, e suoi sono i pattern ritmici più riusciti. Ma alla realizzazione del disco contribuisce un’intera squadra di fuoriclasse: Robert Fripp, Dave Gregory, Paul Weller, John Giblin, Kate Bush, Tony Levin, e in cabina di regia ci sono Steve Lillywhite e Hugh Padgham a muovere cursori e posizionare microfoni. Ci sono menti e orecchie aperte e mani capaci di tutto, un ambiente estremamente creativo dal quale scaturisce a cose fatte un risultato altrettanto sorprendente e ricercato.

John Kalodner della Atlantic, però, sentiti i nastri insiste con i vertici dell’etichetta per licenziare Gabriel. Il disco è invendibile dice, ma la sua previsione si rivela totalmente errata. Affatto facile – e con la trovata “estrema” di non usare i piatti della batteria – III raggiunge la cima delle classifiche UK e la posizione n° 22 negli USA. Per l’occasione il cantante prova anche la carta – non del tutto nuova perché negli anni ’60 si faceva con i singoli – di Ein Deutsches Album, in sostanza lo stesso disco con qualche leggera differenza strumentale, tra esecuzione e missaggio, ma cantato in tedesco.

Nel frattempo i Genesis hanno completato l’estenuante tour in supporto a Duke che li ha visti girare Regno Unito, USA e Canada. Stanchi di vagare alla perenne ricerca di un luogo per provare, e in eccellente forma economica, i tre acquistano la fattoria di Fisher Lane Farm, nel Surrey – ribattezzata semplicemente The Farm – per farne la loro definitiva base di lavoro. Riadattata e ristrutturata, la location sarà da ora in avanti la base operativa per le registrazioni che avverranno senza alcuna limitazione di tempo. La scelta si rivela funzionale alla composizione di nuova musica, tanto che il trio ne produce a sufficienza per un doppio album. Molto del materiale che puzza di passato viene scartato perché c’è voglia di ritagliarsi una nuova fisionomia sonora, e a tale scopo, dopo tanti anni e dischi di successo, la band chiude amichevolmente i rapporti con Hentschel per iniziare a lavorare con Hugh Padgham. Collins, che lo ha conosciuto durante le session di III di Peter Gabriel, lo vuole anche per il suo esordio solista, un disco che arriva senza particolari aspettative il 13 febbraio 1981 e invece fa il botto già con il singolo apripista – In The Air Tonight – che si attesta di colpo al n° 2 della classifica dei singoli UK, secondo solo alla pubblicazione postuma di Woman di John Lennnon contro la quale nessuno avrebbe potuto competere. In Austria, Germania, Svizzera e Svezia il singolo di Collins arriva imprevedibilmente dritto al n° 1 e negli Usa al n° 19. Insomma è un successo internazionale. Ma non è solo questione di numeri, perché il brano – al di là del valore artistico – cambierà per sempre il modo di registrare la batteria che da lì in avanti non sarà più lo stesso.

Forte di una serie di brani che gettano nuova luce sulle capacità e il gusto del cantante e batterista, Face Value diventa un caso internazionale. «Ho l’ambizione di fare un album molto vario – racconta l’anno precedente a Modern Drummer. Scrivo canzoncine ma anche cose in stile Brand X. Sono anche informato su quello che fa Eno, quel genere di colonne sonore al quale sono sempre stato interessato, due o tre minuti di mood. Quando verrà fuori, l’album avrà molti stili diversi». E così è sarà: campionario di canzoni nettamente più semplice e diretto rispetto alla produzione dei Genesis, Face Value arriva dritto al dunque senza troppi problemi di genere, forse senza neppure velleità di vendita.

Quello che traspare a prima vista è la voglia non porsi alcuna costrizione, di passare senza paura dalla forte possibilità di infastidire i fan (dei Genesis) perché si avvale della sezione fiati degli Earth Wind & Fire che rimodellano in stile festaiolo Behind The Lines (che compariva su Duke), all’inventare una ballata in odore di country che potrebbe essere pane per i denti di Neil Young. Con Droned in bilico tra Brand X e Oregon, o all’opposto il leggerissimo pop à la Paul McCartney di I’m Not Moving e l’impeccabile soul ballad di If Leaving Me Is Easy. Ci mette coraggio Collins, pochissimo calcolo, e la faccia (in copertina). Ma vince la partita alla grande. Come accaduto per il singolo, l’album diventa campione di vendite e lo consacra definitivamente come figura cardine del pop-rock internazionale. Anzi, diventa tale la sua popolarità che i Genesis rischiano di “tornare al futuro”: se prima cominciava a dare loro fastidio che il mondo pensasse che quella era la band di Gabriel, ora il rischio – sempre più forte a ogni disco di Collins – è che quasi tutti comincino a vedere il terzetto come il gruppo del batterista. Face Value diventa n° 1 nel Regno Unito così come in mezzo mondo, portando a casa di Collins tanto oro – sotto forma di riconoscimento da parte della RIAA (e affini europei) – quanto i conquistadores non avevano fatto in Sud America 500 anni prima.

Dopo due mesi di clausura a The Farm, più un mese di post-produzione, il 18 settembre 1981, anticipato dal singolo e titletrack Abacab, l’undicesimo album di studio dei Genesis raggiunge i negozi. Ed è un disco di rottura fin dalla scelta delle quattro copertine che cambiano nei colori di un minimale collage di macchie colorate. Abacab ha la durata di un classico del prog ma è una sorta di provocazione, perché i quattro minuti finali che una volta sarebbero stati tutto un fuoco d’artificio strumentale qui sono portati a termine tirando il freno a mano, suonando al minimo della capacità strumentali. Collins mantiene il ritmo nel modo più elementare, Tony Banks pare essere in stato di ipnosi regressiva, mentre Rutherford dà proprio quello che può, e per lui da questo momento sarà sempre così (come dire “vorrei ma non posso”).

Solo un capriccio? Tutt’altro, perché No Reply At All, con i fiati funky degli Earth Wind & Fire è ancora più straniante, Keep It Dark si muove sulla falsariga di Abacab – ma ha un bel ritornello, in odore “quasi” prog –, e Who Dunnit? resta un mistero, più autenticamente brutto che buffo. Rimangono a difendere i colori del vecchio e nobile casato Me & Sarah Jane di Tony Banks, un alquanto originale prog-reggae sul quale prevale l’antico romanticismo del tastierista; e Dodo/Lurker che apre in modo “classico” ma viene presto ferito a morte dalla pestifera infatuazione per il reggae (che con i Genesis c’azzecca meno di niente). Sul resto da citare c’è Man On The Corner di Collins che avrebbe potuto trovare posto su Face Value, Like It Or Not a firma di Rutherford, e infine Another Record che rappresenta forse il migliore esempio del nuovo cammino appena intrapreso, dove Collins si ricorda che senza bisogno di esagerare sa comunque lasciare l’impronta del batterista di razza che è. Abacab viene generalmente accolto in maniera positiva, ai critici dell’epoca non pare vero che anche il gruppo abbia rinunciato a ogni velleità progressive rock. In quanto alle date dal vivo, il cambiamento non porta nessuna flessione, anzi il tour è più lungo e ricco che mai. Dura da settembre a dicembre 1981, da questa e quella sponda dell’oceano, toccando luoghi sempre più capienti, facendo uso di uno show sempre più sorprendente grazie all’uso del Vari-Lite, un sistema costosissimo e complesso di spot colorati comandati dal computer che, come nella tradizione degli show dal vivo, pone la band da sempre a un livello di preminenza.

Se il consolidato trio non ha fornito una grande prova, a Steve Hackett non va meglio. Cured, che esce nell’agosto del 1981, porta in dote almeno tre errori: aver licenziato quasi al completo la rodata band con la quale il chitarrista era andato in tour e aveva in precedenza registrato; aver sostituito basso e batteria con l’elettronica; aver scelto di metterci la sua voce. Il disco offre il meglio nei soli due episodi dove a cantare è la chitarra: elettrica in The Air-Conditioned Nightmare, e acustica in A Cradle Of Swans. Il resto sono canzonette scritte con l’intento di fare breccia nelle classifiche, obiettivo che il musicista riesce anche a raggiungere (il 22° posto in UK non è affatto da buttare), magari trainato dai fan che aspettavano qualcosa di più e nelle orecchie si ritrovano tutt’altro che le note di Defector.

Chi fa bene, invece, è Anthony Phillips che a giugno pubblica 1984, un concept album di quattro brani strumentali a base quasi esclusivamente di tastiere – e batteria elettronica – basato sull’omonimo libro di George Orwell. Niente Peter Cross per la copertina che ritrae una gabbia su uno sfondo nerissimo e niente visibilità per un lavoro che passa quasi inosservato ma che mette bene in mostra l’inesauribile versatilità compositiva del musicista, tanto ampia quanto ricca di sentimento.

«Non si poneva alcuna questione sul da fare dopo i concerti, come andare fuori a mangiare con qualcuno. Non avevamo soldi. Richard si portava dietro dei sandwiches e carote grattugiate. Era una situazione ridicola! Abbiamo suonato con Nick Drake un sacco di volte e non abbiamo mai avuto modo di dire più che “Ciao Nick!”, e addio» (Anthony Phillips)

Il 1982 per i Genesis scorre all’insegna dei frutti sbocciati da quanto seminato l’anno precedente. Il 21 maggio esce l’EP intitolato 3×3 che nel titolo fa la parodia di un EP dei Rolling Stones (Five by Five) e nella posa della foto di copertina prende di mira Twist and Shout dei Beatles. Paperlate infarcita di fiati, la fiacca You Might Recall e Me and Virgil (quest’ultima un tentativo su un registro più originale) sono state tutte registrate durante le session di Abacab e non hanno trovato posto sull’album. Ma non sono peggiori di quelle scelte al loro posto, anzi Paperlate è di gran lunga più efficace di No Reply At All. Il momento – lunghissimo – però è fortunato, e anche 3×3 finisce per sgomitare nella classifica UK fino a raggiungere la posizione n° 10. Tempo una settimana e nei negozi arriva Three Sides Live, doppio album live e così intitolato in quanto stampato in due differenti versioni. Una per il mercato europeo, dove anche la quarta facciata a dispetto del titolo è costituita da brani dal vivo, e una per il mercato statunitense, che inserisce sul lato D i brani dell’EP che oltreoceano non era stato stampato, più Evidence of Autumn e Open Door, outtake di Duke che in Europa avevano visto la luce come B sides dei singoli Misunderstanding e Duchess. Sul primo disco sei brani su sette provengono dal tour del 1981 e dagli album Duke e Abacab. Il pezzo più stagionato è Follow You Follow Me. Sul secondo disco, oltre l’introduttiva Misunderstanding e la finale Afterglow (che è diventata una sorta di sigla sulla quale calare il sipario), The Cage Medley (che contiene In The Cage/The Cinema Show/Riding The Scree/Raven) fa un piccola concessione ai fan di vecchia data e, allo stesso tempo, un grosso torto a quelle nobili canzoni passandole al tritacarne per ridurle in un’unica polpetta. La quarta facciata, riportando registrazioni che riavvolgono il nastro fino al 1976 (quando dietro la seconda batteria c’era Bill Bruford e alla chitarra Steve Hackett), offre finalmente il meglio dei Genesis: One For The Vine, The Fountain of Salmacis (dove anche Daryl Stuermer riesce a liberarsi per qualche momento dal guinzaglio) e It/Watcher Of The Skies fanno riprendere a respirare a pieni polmoni.

Inferiore rispetto ai due precedenti lavori dal vivo ma trainato dal successo di Face Value di Collins, non sorprende più di tanto che Three Sides Live raggiunga il n° 1 delle classifiche di casa e, addirittura, si posizioni al n° 10 negli USA. E non sorprende nemmeno l’exploit di IV (o Security), album con il quale Peter Gabriel si mostra al mondo in vesti ancor più cupe e distopiche. Anche in questo caso il merito va ai singoli: Shock the Monkey è una big hit e va in rotazione massiva sia alla radio che su MTV, anche merito dei relativo videoclip che è tra i più emozionanti del periodo. Il disco – di cui, anche in questo caso, viene prodotta una versione in tedesco – è notevole, e tra i picchi vanno necessariamente segnalate: la tesa The Rhythm Of the Heat, la toccante San Jacinto, i sofferti chiaroscuri dagli echi tribali di The Family And The Fishing Net e Lay Your Hands On Me, il raggio di luce e di speranza che si fa strada tra le difficoltà di Wallflower.

Sempre parlando di ex, Steve Hackett, in compagnia di ottimi musicisti – in particolare Nick Magnus e John Acock alle tastiere e il bravissimo Ian Mosley alla batteria – pone parzialmente rimedio all’episodio minore Cured con il discreto (e non certo senza difetti) Higly Strung, suo ultimo lavoro per la Charisma/Virgin. Anche se le cose migliori arrivano pure in questo caso quando è la sei corde a esser lasciata in totale libertà, le parti vocali risultano più solide e Cell 151 si rivela il suo singolo più fortunato non solo fino ad ora ma in assoluto ( 66° posto in UK). Peccato solo per alcuni episodi parecchio brutti come la stunz-disco di Walking Through Walls o la fin troppo leggera Weightless, appunto. Chi mantiene indefesso rigore è invece Anthony Phillips che a marzo immette sul mercato Private Parts & Pieces III: Antiques, il solito pugno di composizioni acustiche e senza compromessi, questa volta in collaborazione col chitarrista argentino Enrique Berro Garcia. Ant lascia un segno importante anche in The Single Factor, nono album degli immarcescibili Camel pubblicato a maggio, mentre in settembre si rifà vivo anche il marchio Brand X. Is There Anything About? è un album che raccoglie session (non del tutto) inedite risalenti grossomodo alle registrazioni di Product. Non si tratta del loro migliore lavoro, ma di questa band non si butta via niente.

Il 1982 non finisce qui. Sul fronte dei titolari della squadra principale arrivano il secondo disco di Mike Rutherford (7 settembre) e quello – ben più atteso – di Phil Collins (5 novembre). Va male per il bassista che tagliando corto con il prog del precedente Smallcreep’s Day si dà alla musica leggera tra pop, rock e reggae. Ne viene che di Acting Very Strange si salva soltanto Hideaway, ultimo brano del vinile, guarda caso l’unico che ha qualcosa di gloriosamente “antico” tra le spire dei solchi. Su Hello, I Must Be Going! – titolo che è un tributo ai leggendari Fratelli Marx – è tutta un’altra musica. Se in scaletta non troviamo la nuova In The Air Tonight, You Can’t Hurry Love – con un azzeccatissimo video nel quale Collins si sdoppia… in tre, in una versione maschile delle Supremes – ci va molto vicino e guadagna al musicista la prima nomination ai Grammy, oltre che il primo posto delle classifiche UK e il n° 10 di quelle USA, olandesi e irlandesi. Anche l’album, più compatto e strutturato del debutto, fila bene (n° 2 in casa, n° 1 in Canada e n° 8 negli States), e non potrebbe esserci statement migliore per affermare a chiare lettere che, piaccia o meno, il batterista cantante, e ora popstar, Collins il “frivolo”, è qui sulla cima per rimanerci.

Hello, I must be going on tour solo!

Ovvio che l’inaspettata messe di riconoscimenti spinga Collins a girare i palchi del mondo senza i Genesis. Del resto questa è l’inesorabile legge del rock: composizione, produzione, tour. Si tratta della prima vera tournée per il batterista che comunque aveva già esordito in solo all’indomani della pubblicazione di Face Value, invitato alla raccolta di fondi per scopi benefici di The Secret Policeman’s Other Ball, evento all’interno del quale aveva eseguito i brani In The Air Tonight e The Roof Is Leaking. Le date sono numerose e portano il batterista a girare in lungo e in largo per Europa e Nord America tra novembre 1982 e febbraio 1983.

Nel frattempo va almeno menzionato, discograficamente parlando, Grace And Danger, splendido lavoro del cantautore scozzese John Martyn pubblicato alla fine del 1980. Martyn e Collins si erano trovati in sintonia per via della condivisione dei postumi del naufragio dei rispettivi matrimoni, tanto che il sodalizio artistico tra i due continua anche per il successivo e fortunato Glorious Fool (settembre 1981) che il frontman dei Genesis affronta anche nelle vesti di produttore. Qualunque cosa faccia il piccoletto è quella giusta: rimodellando alle fondamenta la natura del cantautore, assotigliandone la vena folk per aggiungere una patina di jazz, riesce a spingere il disco al n.° 22 delle classifiche britanniche. Ma per Collins è solo l’inizio di un percorso che porta in cento direzioni. All’inizio del 1982 viene chiamato – ai Polar Studios di Stoccolma dove i Genesis hanno registrato Duke e altri lavori solistici – niente meno che da Frida (Anni-Frid Lyngstad) degli ABBA. Questo è un periodo cruciale per la cantante: sta lavorando per la prima volta ad un disco cantato in inglese per lanciare a livello mondiale la sua carriera. Il disco si chiamerà Something’s Going On (settembre, 1982) e, anche grazie al tocco del batterista/frontman/popstar ora richiesto produttore, smercia un milione e mezzo di copie diventando l’album più venduto per un membro solista del gruppo svedese. Anche Robert Plant vuole Collins, ma alle pelli, per registrare Pictures Of Eleven, l’album di esordio oltre gli Zeppelin. E per finire, ciliegina sulla torta, ecco che sabato 2 ottobre – il giorno del compleanno di Mike Rutherford – l’inarrestabile musicista si trova al centro di un evento che neppure il più ottimista fan di lungo corso sarebbe riuscito a predire o solo sperare: Six of The Best, la reunion dei Genesis.

Alla fine ci saranno tutti: Peter Gabriel, Phil Collins, Tony Banks, Mike Rutherford, Steve Hackett (anche se solo per pochi minuti) più Chester Thompson e Daryl Stuermer. Merito – o colpa – di WOMAD, World Of Music Art And Dance, un’organizzazione fondata nel 1980 da Gabriel e un pugno di soci nata a sostegno della musica etnica. Ne segue un festival che per varie ragioni si rivela un fiasco clamoroso e un buco finanziario di fronte al quale il cantante rischia il fallimento economico. È a quel punto che Tony Smith suggerisce l’idea della reunion. Gli ex compagni aderiscono senza indugio e così facendo si può dire che salvino la carriera di Gabriel. Anche in questo caso – come accaduto per The Lamb Lies Down On Broadway dal vivo – non viene registrato nulla – né audio né video – di ufficiale. Dalle parti dei Genesis sbagliando non sempre si impara.

«Fu il giorno del mio compleanno. Ricordo soprattutto l’incredibile quantità di pioggia e fango. Anni dopo ci ho ripensato e ho capito che facemmo un errore a non filmare il concerto. Pensavamo che non andava fatto perché dal vivo non sarebbe stato perfetto. C’erano delle cose su cui lavorare» (Mike Rutherford)

Il 1982 si chiude e per Genesis & Co. ci si aspetta una pausa. Ma non è così, la sacra fiamma interna del gruppo è come quella di Olimpia, brucia perennemente. Nella primavera del 1983 i tre entrano a The Farm insieme a Hugh Padgham nel ruolo di fonico e produttore per comporre e registrare il seguito di Abacab. Non c’è nulla di già iniziato perché tutto il songwriting è stato impegnato per i progetti solisti. Giocoforza il metodo che scelgono è di gettare un seme, uno spunto, e svilupparlo sul posto.

Semplicemente intitolato Genesis, il dodicesimo lavoro di studio (3 ottobre 1983) non si rivela meno adatto ad assaltare le classifiche del fortunato predecessore. Mama è il singolo apripista e come oramai di regola si fionda senza sforzo al n° 1 in patria e al n° 9 negli USA, facendo molto bene anche nel resto del mondo. Rispetto ad Abacab si ha la sensazione di essere di fronte a un disco più “pulito”, non solo tecnicamente ma anche a livello di scrittura. I brani sono generalmente più “levigati” e questo a tutto vantaggio della loro resa come singoli (cinque su nove lo saranno). Se l’atipica Mama – un pezzo dalla sinistra aggressività e dallo spinoso argomento – raggiunge il n° 4 in UK, That’s All si staglia come il primo hit della band a entrare nella Top Ten americana. Il brano si apre un varco nella Billboard Hot 100 arrivando in sesta posizione. Non va altrettanto bene per la frenetica Illegal Alien, più efficace nel video che nella canzone, alla soffice Taking It All To Hard, e a Home By The Sea, prima parte dell’unico spezzone in grado di scaldare il cuore dei fan attempati (Home By The Sea/Second Home By The Sea). Sul finale la serrata Just a Job To Do, Silver Rainbow che grazie al buon lavoro di Banks/Collins riesce a spargere un po’ di quella magia/fantasy andata del tutto perduta dopo Duke, e la melanconica It’s Gonna Get Better non sono niente male. Il Mama Tour, neanche a dirlo, è un trionfo che batte a tappeto, come al solito, Europa e Nord America. Prima tappa il 6 novembre da Normal, Illinois, USA. Finalone: cinque date consecutive alla gigantesca NEC Arena di Birmingham, Inghilterra, dal 25 al 29 febbraio 1984. Viene prodotto anche un live video celebrativo messo in commercio col nome di Genesis: The Mama Tour e, in tutto ciò, la domanda a sorgere spontanea e che in molti si fanno a questo punto è solo una: quanto differisce ora questa band dal Collins solista?

Di sicuro il desiderio, inconscio o meno, degli altri componenti della formazione di emulare il successo del batterista è palpabile. Di Rutherford abbiamo già detto, ha toppato alla grande, ma a sorprendere di più è il fallimento di Banks. Del suo The Fugitive (giugno 1983) si salvano, a volere essere generosi, un paio di strumentali; ma a voler esser sinceri fino in fondo il secondo disco del tastierista è la cosa più brutta mai uscita sino a ora dall’officina Genesis. Fortuna che il tastierista nel frattempo ha pubblicato una colonna sonora niente male che va parzialmente a compensare le proporzioni della debacle. E parliamo delle musiche di The Wicked Lady (aprile, 1983), remake con protagonista Faye Dunaway di un film del 1945 noto in Italia come La Bella Avventuriera (e di nuovo nel 1983 come L’avventuriera Perversa). Il vinile – che non avrà un omologo su CD fino al 2013 – ha la peculiarità di riportare le medesime composizioni su entrambe le facciate: Lato A: interpretate da Tony Banks e le sue tastiere. Lato B: dalla National Philarmonic Orchestra (sono queste le musiche che si ascoltano nel lungometraggio). Vale la pena ricordare come Tony Banks, insieme a Mike Rutherford, esordì nel mondo della musica per cinema nel 1978 con il film inglese The Shout, ovvero L’australiano in italiano, diretto dal regista polacco Jerzy Skolimowski vincitore del Premio della Giuria al Festival di Cannes di quell’anno.

Tornando alle vicende legate ai Genesis, in un anno frenetico come il 1983 succede che Phillips e Hackett si scambino i ruoli. Il primo pubblica via Passport Records per gli USA (in UK arriva l’anno dopo) Invisible Men, un disco che raccoglie una manciata di canzoni dal tono leggero composte in compagnia di Richard Scott che si è occupato della programmazione delle drum machine e delle parti cantate. Senza dubbio un disco di cui si poteva fare a meno. Se capita di ascoltarlo, però, Invisible Men si regge fino in fondo, magari mettendosi a battere il piede e perfino lasciando scorrere qualche canzone con relativo piacere. Cosa che non succede per i livelli più bassi toccati sia da Tony Banks sia da Mike Rutherford. Cosa che spiace sia ricordare sia scrivere. In realtà Invisible Men si eleverebbe di tono – nel significato – per mezzo di un paio di canzoni che tirano in ballo l’assurdo conflitto delle Falkland tra Argentina e Regno Unito, ma l’atmosfera gioiosa di The Women Were Watching è perlomeno fuorviante, mentre al contrario la tensione che pervade Exocet centra nel segno, facendone l’unico episodio che – avendo una certa serietà/profondità – appare fuori contesto.

Hackett intraprende invece la strada imboccata da Phillips con la serie Private Parts & Pieces registrando una preziosa raccolta di brani acustici, alcuni dei quali già piccoli e grandi classici, qui rivisitati, come Horizons e Kim. Bay Of Kings – che grazie a Dio arriva tra le mani dei fan in ottobre pubblicato dalla Lamborghini Records, poiché ritenuto dalla Charisma poco commerciale, o tempora o mores – lava la macchia sul curriculum di dischi come Cured e Highly Strung. E i fan del chitarrista, in barba ai manager poco lungimiranti della Charisma che evidentemente hanno perso il senso della storia della label, ringraziano apprezzano e comprano. Dal canto suo Peter Gabriel comincia a raccogliere i frutti del lavoro che sta svolgendo da tempo anche sul palco. Oramai non è rimasto (quasi) più niente del Gabriel dei Genesis, tanto meno dal vivo, ed è arrivato il momento di farlo sapere a tutti, anche a quelli che non hanno avuto modo di partecipare a uno dei suoi spettacolari show: il 6 giugno 1983 esce il doppio vinile Plays Live, sedici brani registrati nell’arco di quattro date negli USA. Il disco è impeccabile e non lascia nulla al caso, nemmeno si esime di apportare alcuni piccoli ritocchi in fase di post-produzione per correggere umani difetti d’esecuzione. La resa sonora del resto è magnifica, così come la scelta dei brani e la band assoldata per eseguirli. Anche la foto di copertina – di Armando Gallo, il primo e principale cantore su pellicola dei Genesis – è spettacolare e fa da suggello a un disco che completa un mosaico in evoluzione portando la parabola ascendente del cantante al livello successivo. Da ricordare l’unico inedito, quella I Go Swimming che il performer esegue in concerto dal 1980, e il successo dell’operazione: n° 8 nelle classifiche britanniche.

«In Intruder c’è un elemento di travestitismo, di feticismo per i vestiti. C’è qualcosa di me ma c’è anche la metafora dello stupro. È decisamente cupa ma reale. Un brano che è mi sempre piaciuto eseguire» (Peter Gabriel)

Verso la fine dell’anno, in novembre, Phil Collins dà un’altra zampata che non ci si aspetta. Viene pubblicato Strip, secondo album di Adam Ant, la cui buona stella sta già perdendo di luminosità. L’ex idolo dei new dandies registra ai Polar Studios di Stoccolma, ed ecco come si spiega il coinvolgimento del batterista di Chiswick, di Hugh Padgham e Frida nella realizzazione di un paio di brani – Strip e Puss’ n Boots – che non sono sufficienti a tappare le falle della nave che sta colando a picco. In un periodo nel quale ogni cosa che tocca si trasforma in qualcosa di prezioso, questa è l’unica volta nella quale Collins non riesce a far magie.

Il 1984 per i Genesis è un anno sabbatico. Collins è preso da una valanga di impegni ed è in base a quelli che l’agenda della band viene compilata. Ma Banks e Rutherford non sono di quelli che stanno sul molo a scrutare in lontananza il ritorno del veliero. Si rimboccano le maniche e proseguono con i rispettivi discorsi solisti rimasti in sospeso. Hanno del terreno da recuperare. Del resto, per qualcuno capace di ammettere i propri errori, potrebbe essere l’occasione buona per porre rimedio a passati scivoloni. Sia come sia è Collins lo scattista, l’uomo che parte con uno spunto bruciante. Lo fa sconfinando nell’unico territorio che non ha ancora conquistato. Scrive (partendo da un demo che risale ai tempi di Face Value) e interpreta, e (indice di intelligenza e modestia) si fa produrre da uno scafato come Arif Mardin (che ha lavorato con gente diversissima, da Aretha Franklin a Bowie), Against All Odds (Take A Look At Me Now), pezzo trainante della colonna sonora dell’omonimo film di Taylor Hackford con Jeff Bridges e Rachel Ward. Il brano è talmente azzeccato da schizzare al n° 2 in UK, al n° 1 della Billboard Hot 100 negli USA e, caso forse più unico che raro, trascina gli spettatori al cinema e non viceversa. L’album della OST – che esce in febbraio negli USA e a marzo in UK – riunisce sul lato A altri due brani di collegamento ai Genesis: Making A Big Mistake di Mike Rutherford e Walk Through The Fire di Gabriel, entrambi di seconda scelta eppure dignitosi. I tre Genesis – o ex – vengono inoltre affiancati da altri grossi calibri come Stevie Nicks, Big Country e Kid Creole And The Coconuts, mentre il lato B è tutto per Larry Carlton ze Michel Colombier a cui è affidato il classico commento sonoro al film.

Con Against All Odds – siamo nel 1985 – Collins raccoglie una messe di riconoscimenti e qualche premio: ai Grammy si aggiudica il Best Pop Male Vocal Performance e la nomination nella categoria Song Of The Year (vince Tina Turner con What’s Love Got to Do With It), agli Oscar la nomination nella categoria Best Original Song (ma vince I Just Called to Say I Love You di Stevie Wonder) e idem ai Golden Globe (vince ancora Wonder). Nel frattempo, per non perdere l’abitudine, il poliedrico musicista ha prodotto e suonato la batteria nel terzo album di Philip Bailey, il lead vocalist degli Earth Wind & Fire. Il suo Chinese Wall, che viene pubblicato nell’ottobre 1984, frulla con sapienza e buon gusto pop, rock, r&b e funky. Per Collins è una bella gita fuori porta, di quelle che di tanto in tanto andrebbero consigliate anche ad altri artisti di area prog (e non), metti soltanto per sgorgare le vie uditive incrostate dai residui di Mellotron e sustain alle elettriche.

In mezzo a nove brani di quel disco – che scorrono come il nastro d’asfalto dell’autostrada – c’è Easy Lover, una stazione di servizio che diventa una tappa obbligata per fare il pieno di ritmo. Ciliegine sulla torta il duetto vocale dei due Phil e un video d’accompagnamento divertentissimo (vincitore di un MTV Video Music Award) nel quale il batterista, sempre più ricco, sembra sempre di più il nerd della porta accanto. Come si fa a prenderlo sul serio? E come si fa a non volergli bene? Ridendo e scherzando, pubblicato il 20 novembre, Easy Lover diventa un piacevole tormentone che si attacca come una piattola al primo posto delle chart di Regno Unito, Irlanda, Olanda, Canada, Giappone e USA. Ormai non fa neppure più notizia: Collins miete dischi d’oro come un contadino le spighe di un campo di grano (e ci vuole un carro trainato da quattro buoi per portarli tutti in granaio). Domani pioverà o ci sarà il sole? Di sicuro Collins sarà Top Ten.

Un’altra scappatella Collins la fa con il sodale Eric Clapton per Behind The Sun (marzo, 1985). I due lo registrano nel periodo in cui, strana coincidenza, anche quest’ultimo si sta separando dalla moglie. Il frontman dei Genesis qui produce e suona ma non in tutti i brani. Alla Warner non piace quanto sta prendendo forma, la label teme un lavoro parco di singoli e Slowhand, che non ha le idee chiare, ascolta i consigli della major e si presta al compromesso. Il pastrocchio che ne deriva è un disco di incerta paternità e relativa fisionomia. Vende bene, quello sì (n° 8 in patria e Disco di Platino negli USA), ma non è un granché e non sono in pochi, critica in primis, ad accorgersene.
Il 25 novembre arriva il momento del Band Aid. L’appuntamento è per incidere lo stra classico Do They Know It’s Chrismas, canzone scritta da Bob Geldof e Midge Ure e interpretata da una schiera di star (U2, Spandau Ballet, Duran Duran, Boomtown Rats, Heaven 17…), il tutto a scopo benefico, a supporto di chi sta affrontando la carestia in Etiopia. Collins è stipato in mezzo alle tante voci ma suona come unico batterista. Il merito non è solo suo, ovvio, ma il disco arriva primo in classifica in UK e in altri 13 paesi nel mondo. Nel frattempo, se c’è chi non riesce a rimettere con decisione la barra a dritta quello è Steve Hackett. Dopo un buon disco acustico il chitarrista ci riprova in versione elettrica. Risultato: la prova più confusa da lui mai pubblicata sinora. Con in testa l’idea di registrare in Brasile – la moglie Kim Poor che ha realizzato tutte le copertine dei suoi dischi nasce lì – e aggiungere elementi di World music, Till We Have Faces si perde in un marasma di (piccole) idee (e di già sentito) senza trovare la quadra. Tolti lo strumentale The Rio Connection (che sa fortemente di jam), il blues di Let Me Count The Ways e un solo (Duel), la trasferta a Rio de Janeiro è un fallimento. Meglio sarebbe stato godersi il Sud America, ricaricare le batterie e registrare con calma a Londra, ma tant’è. Se le session brasiliane vanno male, il matrimonio con la Poor andrà peggio. Peccato perché a lei va riconosciuto il buon lavoro svolto fin qui, compreso quello per questo Till We Have Faces che esce nell’agosto del 1984.

In aprile intanto, Anthony Phillips ha pubblicato il quinto capitolo della adamantina serie di album Private Parts & Pieces: potenziale di vendita pari a quello della percentuale di sodio di una bottiglia d’acqua minerale e qualità musicale inversamente proporzionale, ovvero molto buona. Questa quarta parte, A Catch At The Tables, raccoglie inediti del periodo 1979 – 1982, sketch acustici con drum machine e tastiere qui e lì a farcire (Earth Man e Heart Of Darkness sono esclusivamente ‘a tutta tastiera’). Anche qui, come già per 1984, la affascinante copertina è affare di Elsworth e coincidenza (?) vuole che assomigli proprio ai lavori di Kim Poor.

Dopo avere sfiorato la via della (ir)realtà del cinema ai tempi di The Lamb Lies Down On Broadway, nel 1985 Peter Gabriel entra nel mondo della settima arte realizzando la sua prima colonna sonora. Si tratta di Birdy, film di Alan Parker che ha chiesto espressamente il contributo dell’ex Genesis. Per l’occasione il cantante chiede l’aiuto di Daniel Lanois e i due da ottobre a dicembre lavorano su materiale già registrato per altre session ovvero, su tutte, Family Snapshot, Not One Of Us, The Rhythm Of The Heat, Wallaflower e San Jacinto, canzoni precedentemente incise per III e IV. Va da sé che se l’effetto sorpresa in Birdy Music From The Film (18 marzo 1985) è quasi pari a zero e l’opera non risulta imprescindibile per comprendere la storia dell’artista, il disco vale comunque un ascolto.

Nel frattempo è anche uscito Plays Live – Highlights, versione ridotta del doppio disco dal vivo, con alcune canzoni accorciate nella durata, pubblicato un paio di anni prima.

Anthohy Phillips nel 1985 prosegue con la serie dei Private Parts & Pieces pubblicando la quinta parte intitolata Twelve (dodici perle acustiche eseguite con chitarra 12 corde, una per ognuno dei dodici mesi dell’anno), e come non bastasse anche Harvest Of The Heart, una compilation di brani estratti dai primi quattro PP&P impreziosita da un paio di inediti, ovvero Trail Of Tears che risale alle session di Invisible Men, ed Erotic Strings registrata per una commedia trasmessa da Channel 4.

«La label americana, la Geffen, era così stufa di me che dissero che non mi avrebbero stampato il quarto album salvo non gli dessi un titolo. Dunque in America fu intitolato Security mentre nel resto del mondo non aveva titolo. La volta dopo decisi per un anti-titolo. Solo due lettere: So. Potrebbe essere più un simbolo grafico, se preferisci, opposto a qualcosa che ha scopo e significato» (Peter Gabriel)

Il 1985 è l’anno di No Jacket Required, terzo attesissimo album di Phil Collins. Viene pubblicato il 18 gennaio dopo una gestazione di 8 mesi, quasi quanto un pargolo, ed è il terremoto. Per la BPI (British Phonographic Industry) è Disco d’Oro dopo una settimana dall’uscita e Disco di Platino a due mesi di distanza; primo posto in UK, USA e Canada; con tutti e cinque i singoli estratti per il mercato USA a raggiungere la top 10, e i tre stampati per il mercato di casa a entrare senza sforzi nella top 20. A un certo punto il cantante è primo contemporaneamente nella classifica di album e singoli in patria e negli USA, con la differenza che oltreoceano il brano in vetta è il lentone One More Night e in Inghilterra la pimpante Easy Lover.

Il terzo album di Collins è anche quello che vende di più in assoluto. Nel 2001 viene certificato dalla RIAA Disco di Diamante (10 milioni di copie vendute, cosa che fa anche in Canada). Così come diventa uno dei 50 dischi più venduti di sempre negli USA. Inevitabile dunque il trionfo ai Grammy come Album Of The Year, Best Pop Vocal Performance (Male) e Producer Of The Year (insieme a Hugh Padgham), e ai Brit Awards dove disco e musicista si guadagnano il titolo di Best British Album e British Male Artist. Tutto questo per dire che No Jacket Required – il cui titolo è legato ad una vicenda che ha coinvolto il cantante in un ristorante di Chicago, il The Pump Room – si radica così tanto nel vissuto collettivo di quegli anni che buona parte dei suoi brani entrano a fare parte di libri (American Psycho di Bret Eastron Ellis), TV (la serie di telefilm Miami Vice, il Saturday Night’s Main Event prodotto dalla World Wrestling Federation), cabaret e di show della più varia natura.

Sussudio, Only You And I Know, Don’t Lose My Number, Who Said I Would sono arieti di sfondamento, forza d’urto e immediatezza basso-ventrale, canzoni buone per le piste da ballo, rock o dance che siano, ma a contare di più nel disco sono I Don’t Wanna Know e Inside Out (a base di riff e soli rock di vecchia scuola), One More Night (che sarà anche una ballata da cascamorto ma è ineccepibile), Long Long Way To Go (il testo più pregno, anche se non brillantissimo, con Sting ai cori) e Take Me Home (dall’ineffabile incastro ritmico melodico e Gabriel ai backing vocals). Valida anche la bonus We Said Hallo, Goodby (Don’t Look Back) che ricalca Against All Odds (entrambe con Arif Mardin ad arrangiare), con quest’ultima a intrufolarsi – remissata – nella colonna sonora di un film di minima rilevanza, Playing For Keeps (in italiano Rock Hotel Majestic).

Il No Jacket Required Tour dura da febbraio a luglio 1985 conquistando Europa, USA, Canada, Giappone e Australia con ripetuti sold out. Tempo di riempire l’ultimo palazzetto e il 13 luglio scatta l’ora X del Live Aid di Bob Geldof.

Al Wembley Stadium Collins esegue insieme a Sting una macedonia di brani suoi e dei Police, poi vola a Philadelphia in Concorde per suonare alla versione USA del concertone che si sta svolgendo in contemporanea. Qui suona prima con la band di Clapton e poi assieme a Robert Plant, Jimmy Page e Tony Thompson in una sorta di reunion dei Led Zeppelin. E non è finita qui: per non perdere il vizio della chart, in un momento di pausa dai live, il frenetico batterista registra Separate Lives, brano scritto da Spethen Bishop e cantato in duetto con Marylin Martin. A novembre la canzone svetta al n° 1 in USA e Canada (4° posto in UK), mentre come parte della colonna sonora del film White Nights (Il sole a mezzanotte) raccoglierà l’anno successivo una nomination agli Oscar nella categoria Best Original Song.

Tornando a Mike Rutherford, il fallimento di Acting Very Strange è servito da lezione, ma soprattutto a fare chiarezza sul concetto che la posizione di “uomo solo al comando” non è cosa per lui. Da un nucleo base comprendente B. A. Robertson – il cui maggiore successo è stato il singolo Bang Bang, che nulla ha a che fare con la l’omonima canzone di Cher, molto più bella – e il produttore Christopher Neil nasceranno i Mike + The Mechanics, band che comprende anche i cantanti Paul Carrack e Paul Young, Peter Van Hooke alla batteria e il polistrumentista Adrian Lee.

Se a Rutherford i Genesis stavano larghi, e da solo non era riuscito a fare i giusti accostamenti, i Mechanics gli calzano come un guanto. Con le spalle coperte dai nuovi compagni il musicista si attesta su una scrittura leggera e funzionale, suona la chitarra come sa, e se deve azzardarsi ad aprire bocca lo fa solo nei cori. E così l’esordio omonimo della formazione (5 ottobre 1985), dove tutto è fin troppo calibrato, è pronto e servito. È pop di buona fattura: ma solo se si circoscrive il disco al contesto di quegli anni e allo “spazio” che la band vuole aggredire e che di fatto conquisterà (26° posto nella classifica album USA, entrambi i singoli Silent Running e All I Need Is a Miracle in top ten). Silent Running è un brano di buon livello con Paul Carrack perfetto per la parte, ma la vera anima del lavoro si rivela da All I Need Is A Miracle in avanti, per mezzo di un pugno di brani pregnanti qualunquismo mainstream degni della decade edonista per eccellenza (Par Avion, ad esempio, è un lento da Foreigneir con l’aggiunta di una batteria elettronica). A proposito, A Call to Arms, l’altro brano che insieme a Silent Running sfodera il lato più rock della band, proviene dritto dritto dalle session dell’omonimo disco dei Genesis.

Music for two letter words

Dopo l’infusione di fiducia ottenuta con il nuovo progetto, Mike Rutherford non ci pensa neppure lontanamente a consegnare il ruolo di chitarrista in mani più capaci, e a ottobre i soliti tre si radunano assieme al sodale Hugh Padgham nella tana del Farm per iniziare i lavori che riguardano il prossimo album dei Genesis. Il metodo è lo stesso applicato in precedenza: si parte sostanzialmente da zero, con le session che si protraggono, per sei mesi, fino a febbraio del 1986. Il clima all’interno del gruppo è decisamente buono. Banks si lascia scappare che le nuove canzoni sono migliori di quelle che componevano Genesis; e il titolo del disco, Invisible Touch (6 giugno 1986), e omonima canzone, sembrano alludere all’euforia che circonda la formazione.

«Invisible Touch è una grande canzone pop. Riassumeva l’intero disco e spingeva i Genesis un po’ in area r&b; un po’ come una cosa à la Prince» (Phil Collins)

Tanto buonumore si scontra però, all’uscita del disco, con un’amara constatazione per i fan: l’esito del lavoro dell’attuale formazione non ha più nulla a che spartire neppure con quella di Duke – l’ultimo album che emana bagliori progressive – e dopo tutto questo rimescolare di carte e i progetti che hanno nel frattempo coinvolto tutti i membri della band questa volta le cose sono davvero cambiate per sempre. La band non si è mai sciolta, i musicisti sono gli stessi da un pezzo, ma niente è come prima. Se Tony Banks dà sfogo a un brano come Tonight Tonight Tonight che alla base è progressive, questo è il disco ultra pop della sopra citata title track, e ancor di più di Land of Confusion di cui tutti ricordano il videoclip con i burattini dello sketch show Spitting Image a impersonare la band e varie icone pop del periodo (Madonna, Michael Jackson), ma anche personaggi storici (Mussolini) e politici (Nixon, Gheddafi, Gorbachev, Khomeyni…), in particolare i coniugi Reagan.

Nel lotto delle frivolerie rientra Anything She Does, il fondo toccato dai Genesis non solo relativamente all’album ma forse dell’intero decennio. Domino, che ha le stesse doti di Tonight, Tonight, Tonight, prova a fare da balsamo per lenire il dolore causato dall’autolesionismo del precedente orrore. Effetto che riesce a ottenere solo in parte perché di Tonight, Tonight, Tonight ha i pregi ma anche i difetti: quella pesantissima, dorata, pacchiana, patinatura da anni ’80, e da Phil Collins solista, che fa di Domino una specie di Sussudio solo un po’ più epica. Throwing It All Away merita il repertorio solo del batterista, detto con amore: una bella canzone pop che vale la grande platea, certo; quella che ama canticchiare senza conoscere le parole del brano e spesso neppure il titolo. The Brazilian è lo zuccherino per i vecchi fan che in massa hanno girato le spalle al primo amore (musicale). Ma la cosa più brutta di tutte è il finale: ciò che resta nelle orecchie è la chitarra spompata di Mike Rutherford che prova a fare Hackett: questi con due note ricercate illuminava a giorno il più nero vinile; Pluto con le due sole note asfittiche che sa raggranellare fa incazzare sempre più. Per ironia della sorte, in tutto questo sfacelo artistico il disco è da record, con numeri che mettono i brividi. Copie vendute: decine di milioni. Dischi di Platino: multipli. Pronti via e il lavoro si piazza al n° 1 in Gran Bretagna dove ci resta per tre settimane. Complessivamente, in classifica Invisible Touch si accampa per ben 96 settimane, quasi due anni. In USA arriva al n° 3 ma sosta nella Billboard 200 per 85 settimane. Invisible Touch, Land Of Confusion, In Too Deep, Throwing It All Away e Tonight, Tonight, Tonight raggiungono la Top 5 di Billboard (Invisible Touch si porta a casa il primo posto), facendo dei Genesis il primo gruppo e la prima band straniera a fare così bene. In precedenza, in assoluto c’erano riusciti soltanto Michael e Janet Jackson, e Madonna. Manco i Beatles!

In forza di tutto ciò, nel 1987 la band si becca la nomination agli American Music Award come Favorite Pop/Rock Band; Hugh Padgham quella come Best Producer ai Brit Award; The Brazialian quella ai Grammy come Best Pop Instrumental Perfomance, e infine il video di Land Of Confusion quella per l’MTV Video Of The Year, che la band non vince perché Sledgehammer di Peter Gabriel, con le sue animazioni “passo uno” trionfa senza se e senza ma, gettando un pesante interrogativo su cosa avrebbero potuto fare, lui e i Genesis, se avessero continuato insieme. E arriva il tempo del tour: giro del mondo per centododici tappe rigorosamente sold out, per la maggior parte in arene e stadi (in Italia sono al Meazza di Milano e al Flaminio di Roma). Durata: dal 18 settembre 1986 al 4 luglio 1987 con le quattro giornate di luglio allo stadio di Wembley a venir immortalate e riassunte nel DVD Genesis Live At Wembley Stadium.

Nel frattempo a marzo esce No One Is to Blame, singolo di Howard Jones che il frontman dei Genesis co-produce assieme a Hugh Padgham e sul quale si spende come batterista. Ci sta per un musicista navigato come lui incidere un singolo in così poco tempo. Ma che dire di August di Eric Clapton, registrato tra aprile e maggio, per il quale Collins si adopera in tutti i ruoli, dalla produzione alla scrittura, dalla batteria alla voce? Se Howard Jones è un relativamente “nuovo arrivato”, Clapton rappresenta un’istituzione della musica mondiale, e di certo un suo disco non si produce come si incastrano i mattoncini del lego. Eppure It’s in The Way You Use It finisce nella colonna sonora di Il colore dei soldi (con Paul Newman e Tom Cruise) e l’album diventa il più venduto di Slowhand fino a quel giorno.

Veniamo ora a Gabriel. Durante e dopo la realizzazione di Birdy il cantante inizia a lavorare al quinto disco coadiuvato da Daniel Lanois e al solito dal chitarrista David Rhodes. Le idee partono dal trio e si stratificano con l’aggiunta di quello che offrono i tanti musicisti che il cantante chiama al suo cenacolo senza troppa calca. Su pressione dell’etichetta discografica a questo giro il titolo c’è, ma è comunque bello ermetico: So. Sebbene il vecchio Arcangelo sembra aver accantonato la voglia di spingersi sempre più in là, il nuovo lavoro non è certo un’apertura commerciale in stile ultimi Genesis. Di sicuro, la sinistra angolazione che aveva caratterizzato III e soprattutto IV è un pallido ricordo. Ne resta traccia palese nel solo We Do What We’re Told (Milgram’s 37), che è infatti un brano che Peter si trascina dietro da parecchi anni.

So è un disco maturo, equilibrato, forse troppo, la lunga gestazione e un estenuante processo di post-produzione ne hanno sì levigato ogni asperità ma anche cancellato ogni traccia di giovanile slancio e dunque di insofferente sfacciataggine.

Questo è un disco che si compiace di piacere, ma non senza un prezzo da pagare in termini di vera indipendenza creativa dai meccanismi della ricerca del più ampio consenso. Soprattutto, So è un disco ricolmo di singoli a partire dagli smash hit Sledgehammer e Big Time, per arrivare al duetto strappacuore con Kate Bush (Don’t Give Up) che parla di disperazione e speranza, a In Your Eyes che diventa un classico sing-a-long ai concerti, a Mercy Street che richiama alla memoria le atmosfere di San Jacinto (dedicata alla poetessa Anne Sexton). Vanno sicuramente menzionate: l’apocalittica Red Rain, la debole That Voice Again che non vale l’altro duetto di This Is The Picture (Excellent Birds), questa volta con Laurie Anderson, che trova posto come bonus sul CD (ma era già venuta alla luce, sebbene in forma leggermente più breve e diversa, col titolo di Excellent Birds, su Mister Heartbreak, datato 1984, dell’artista americana). A tradire la voglia di Gabriel di entrare in tutte le case ci si mette anche la copertina, che potrebbe essere quella di un disco di Michael Bublè.

A tal proposito, sul mensile inglese Uncut Gabriel ironizza: “Mi era stato detto che le mie abituali copertine mettevano a disagio le donne”. Ma il cantante ha buonissime ragioni per ridersela di gusto: se i Genesis fanno del 1986 il loro anno d’oro – e di platino – l’ex frontman segue a un passo. So (19 maggio 1986) diventa il suo disco più venduto: cinque volte Disco di Platino negli USA e tre in UK, con Sledgehammer a raggiungere il n° 1 dei singoli più venduti di Billboard scalzando dalla vetta proprio Invisible Touch dei Genesis. Per un soffio non arriva il Grammy per il miglior disco dell’anno che finisce nelle mani di Paul Simon (per Graceland). Ma a questo punto Gabriel è una popstar, anzi una popstar dalla spiccata sensibilità umanitaria che va bel oltre il nominale supporto alla musica terzomondista.

Nel giugno del 1986 il musicista prende parte ai sei concerti di A Conspiracy Of Hope – insieme a U2, Sting, Bryan Adams, Lou Reed, Joan Baez, Neville Brothers e Police al completo per tre date – che hanno luogo negli USA per dare risalto al lavoro compiuto da Amnesty International in favore dei diritti civili. Subito dopo a Londra partecipa a Artist Against Apartheid.

Il tour in supporto a SoThis Way Up – parte invece il 7 novembre: un bagno di folla per 93 date ben accolte da pubblico e critica che ha incensato anche il disco. Soltanto il Chicago Tribune avrà da ridire: secondo la testata al disco manca un brano dello spessore di Biko.

«Alcune parti di GTR mi piacciono molto, ma When The Hearts Rules The Mind mi piace nella sua totalità. Credo che sia una bella canzone che getta un ponte tra l’enorme gap che esiste fra rock e pop. Quando ero un adolescente, ascoltando i Beatles, ma anche i Monkees, sentivo che quella distanza era stata colmata, fusa. Dunque penso che sia possibile produrre un tipo di musica che soddisfa entrambe le urgenze. In genere la gente si rivolge verso uno o l’altro, rock o pop, e si può dire che c’è del pregiudizio. Ma io cercherò sempre una melodia: se riesci a tirarla fuori per un concerto o una sinfonia, ben fatto; allo stesso tempo se riesci a scrivere una canzone pop di due minuti come Eleanor Rigby, va benissimo» (Steve Hackett)

Se Collins nella sua attività è frenetico, Hackett, benchè il passo sia più cadenzato, appare inarrestabile. Dopo avere partecipato alla registrazione di Strange Land, secondo album dei Box Of Frogs, specie di cenacolo di assi composto da ex Yardbirds, Jimmy Page e Jeff Beck compresi, e ospiti vari, anche il chitarrista nel 1986 cambia intenti e look. Dopo un periodo di appannamento (elettrico) testimoniato dal trittico Cured, Highly Strung, Till We Have Faces, il chitarrista accetta di tornare agli equilibri “familiari” di una band. Lo vogliono i GTR, supergruppo pensato da un altro prodigio della chitarra, il famoso Steve Howe ex-Yes ed ex-Asia, al quale si uniscono veterani come Max Bacon, Jonathan Mover, Phil Spalding e Geoff Downes nel ruolo di produttore. Il progetto è un azzardo: Howe vuole asserragliarsi dentro uno studio dispendioso; a Hackett interessa di più la strumentazione da acquistare; il manager Brian Lane – e sono sempre parole dell’ex chitarrista dei Genesis – non fa altro che mettere zizzania tra i musicisti per avere maggior controllo sulla band. Non è un bel clima, non c’è che dire, eppure GTR, il disco omonimo pubblicato nel maggio del 1986 e lanciato dal singolo singolo When The Hearts Rules The Mind, non se la cava affatto male, soprattutto negli USA dove si piazza al n° 11 delle classifiche. Parliamo di un lavoro in bilico tra ultimi Yes, gli Asia e gli Styx; un ibrido tra AOR e (poco) progressive: nefasto binomio che è un po’ il segno dei tempi, con le chitarre che ovviamente fanno la parte del leone, e voce e cori ad accaparrarsi buona parte dello spazio di incisione che resta, il tutto tagliato su misura per gli appetiti grassi delle radio americane.

Ma qualcosa di buono c’è. Almeno Sketches In The Sun, tutta merito delle mani di Steve Howe, che chiude la prima facciata; la gradevole Jeckyll and Hyde (anche i Renaissance hanno un brano dal titolo identico) che lascia spazio ai due chitarristi per battagliare un po’, lo show case personale di Hackett To The Bits (sorta di rivisitazione di Please Don’t Touch!), e il piatto forte, Imagining, caratterizzato dagli stupendi intro e outro acustici, dal riff accattivante e dal bel gioco di intrecci tra i due leader (anche se per ottenere il massimo godimento bisogna essere bravi a cancellare mentalmente, o mantenere sullo sfondo, il querulo cantante). A riassumere il tutto ci pensa J.D. Considine della rivista Musician che, parafrasando il nome di band e disco, sentenzia con un geniale “SHT”.

Segue, inevitabile, un tour tra Europa e Nord America, e le cose sul palco, grazie a una corposa infusione in scaletta di materiale proveniente dai cataloghi di Yes e Genesis, come dai lavori solistici di Hackett e Howe, vanno molto meglio che su disco. Il chitarrista di Pimlico dirà in seguito che il progetto è stato “interessante per circa cinque minuti”. Per lui l’avventura in una band così limitata e limitante a livello creativo è finita. Howe proverà ad andare avanti con altri musicisti tra cui Robert Berry ma senza successo (soltanto nel 1997 verrà pubblicata la performance registrata al Wilshire Theater di Los Angeles per la famosa trasmissione radiofonica King Biscuit Flower Hour: King Biscuit Flower Hour Presents GTR).

Nel frattempo a casa Phillips non si sta con le mani in mano. In gennaio esce il sesto disco della serie Private Parts & Pieces dal titolo Ivory Moon: una raccolta di brani per solo pianoforte risalenti al periodo 1971-1985. È musica che sgorga dal cuore composta da un chitarrista che si camuffa (molto bene) da tastierista, e allo stesso tempo da un sublime autore che dopo essersi addentrato in un territorio scivoloso alla ricerca di chissà quali nuove ambizioni è tornato sui suoi passi ritrovando la lucidità perduta.

Tony Banks dal canto suo pubblica nel marzo del 1986 una antologia di brani e spezzoni sonori tratti dalle colonne sonore scritte per Quicksilver (in Italia Quicksilver – Soldi senza fatica), film con protagonista Kevin Bacon che si rivela un flop, e Lorca And The Outlaws, pellicola di fantascienza che ottiene pessime recensioni e viene distribuita solo in pochi paesi (ma non in Italia). La raccolta si intitola Soundtracks e il pezzo che balza subito all’orecchio è Short Cut To Somewhere cantato da Fish, un evento che sembra la trama di un racconto di Storia alternativa: cioè il musicista più rappresentativo dei Genesis da sempre che registra con il più accreditato clone di Peter Gabriel. Qualcosa che tanti fan hanno vagheggiato per lungo tempo, sebbene in versione definitiva: un sogno nel quale il gigante scozzese prendeva definitivamente posto dietro al microfono dei Genesis, e per sempre. Del disco vanno ricordati anche un paio di brani cantati da Toyah Willcox, futura moglie di Robert Fripp, e da Jim Diamond (assurto a fama mondiale come voce dei Ph.D. insieme a Tony Hymas e Simon Phillips), rispettivamente Lion Of Symmetry e You Call This Victory.

L’ultima sorpresa dal mondo Genesis è di marca Brand X: Xtrax, antologia compilata dalla Passport Records di valore storico/biografico pari a zero perché esattamente zero sono i secondi di materiale inedito. Misteri della discografia. Ma la copertina di Murray Brenman è degna di nota. A quest’ultimo si riallaccia l’unica proposta dal DNA Genesis del 1987. Anthony Phillips incarica il designer di dare “un volto” a Private Parts & Pieces VII: Slow Waves, Softs Stars, disco per lo più a base di tastiere elettroniche che si barcamena tra vari stati d’animo, o generi, che partono dall’ambient per arrivare al quasi psichedelico. I brani di stampo chitarristico sono pochi e sembrano riti di passaggio, su tutti Beachrunner – una questione di sei corde a quattro mani – e End Of The Affair – ondate di synth impreziosite da fregi di chitarra classica – messi lì forse solo per far racimolare all’amico Enrique Berro Garcia, che risulta il compositore, un po’ di royalties. Per la carriera di Phillips si tratta di un disco in qualche modo storico perché è il primo che viene pubblicato, in data 7 agosto 1987, contemporaneamente sia nella versione in vinile sia in CD.

Nel 1988, alla fine di marzo, Steve Hackett ci riprova con un album acustico, il secondo della serie su nove di studio. Musica classica – strana definizione per musica composta e realizzata tra il 1987 e 1988 – che registra con il solo ausilio del fratello John Hackett al flauto. Il risultato è un disco rigoroso e brillante, per questo non adatto a tutti (i fan): anni luce dai bombastici GTR e da quello che egli stesso ha realizzato negli ultimi tempi attaccando la chitarra all’ampli e miagolando dentro un microfono. Per i Genesis questo è l’anno dei chitarristi. Il 31 ottobre è la volta di Anthony Phillips che insieme a Harry Williamson, e prodotto da Simon Heyworth che è co-autore insieme a Ant di The Anthem, pubblica Tarka. Il disco è un concept in tre movimenti (più il citato The Anthem) che ha alle spalle una storia travagliata: Phillips tenta di farne una pièce orchestrale già nel 1975; poi la propone per commentare un film, viene registrata solo in parte, rifiutata, utilizzata per altri scopi e così via fino a quando viene stampato dalla minuscola Precision Records & Tapes su vinile. Il periodo di concepimento è abbastanza evidente perché Tarka denota diversi punti di contatto con la “fase” The Geese And The Ghost di cui traspare qualche accenno velato. Cosa che non fa che rivelarsi come garanzia, perché Tarka ha la stessa cristallina eleganza e profonda onestà – art for the art’s sake – che rende appunto il disco di esordio di Phillips così prezioso ed eterno. Follemente, dall’album è stato tratto il singolo The Anthem From Tarka (single mix) / The Rising Spring finito nella mani di pochi maniaci ma fortunati collezionisti. Quante copie ha venduto Tarka? Credo non abbia superato la fatidica soglia delle 600 copie, quelle di From Genesis To Revelation e The Cheerful Insanity Of Giles, Giles & Fripp: ma il disco di Anthony Phillips è di gran lunga superiore a entrambi; in una parola: meraviglioso.

Il 1988 è l’anno dei chitarristi dei Genesis, dicevamo. Fine, si esauriscono qui. Come dite? Scordo Mike Rutherford? Già, Mike Rutherford. In una sceneggiatura scriverebbero: “il personaggio che scrive deglutisce. (Rumore di un “rospo” da deglutire)”. Il terzo chitarrista dei Genesis, al secolo Mike Rutherford, ma in realtà l’unico in carica, si ripresenta in pompa magna, con tutta la banda dei Mechanics al seguito, il 28 ottobre 1988, con un asso che si intitola The Living Years e si dimostra sicuramente vincente a livello commerciale. Rutherford ha iniziato a scriverne le canzoni una volta concluso il tour relativo a Invisible Touch. Per lui è un periodo nero, segnato da problemi legati alla gravidanza della moglie. Tutto si risolverà per il meglio (e in futuro il musicista potrà vantare la paternità di ben tre figli) ma la scossa per lo scampato pericolo gli dà l’ispirazione per scrivere la maggior parte delle canzoni che vanno a completare il secondo disco dei Mechanics. Prima tra tutte The Living Years (co-autore è B. A. Robertson), pubblicata come secondo singolo e balzata al n° 1 in USA, Australia e al n° 2 in UK, una ballata pop dal testo e dall’atmosfera intensi nonostante la picchiettante chitarra del titolare diventata deprimente marchio di fabbrica. Un brano dal testo toccante, in realtà scritto da Robertson – lo si scoprirà anni dopo, ma questa è una storia lunga – pensando al padre da poco scomparso e al figlio nato pochi mesi dopo. The Living Years è un buon esempio di mediocre pop-rock che per lunghi tratti non si distingue dal peggio dei Genesis ultima versione. Si attesterà al n° 2 nel Regno Unito e raggiungerà il n° 13 nella classifica di Billboard 200. Per quanto mi riguarda, per meriti artistici potrebbe arrivare alla posizione n° 10.000 degli album dell’anno 1988, ma alla gente piace. Come la Nutella.

«Quello che ho imparato sul basso è tutto quello che so sulla canzone. Se hai un buona parte di basso, questa può elevarti la canzone e cambiarla. Il basso è sottovalutato. Le giuste note e il giusto feeling… e il basso può avere un impatto enorme. Quando registro non me ne sono mai dimenticato» (Mike Rutherford)

The cinema show

I Genesis nel 1988 incamerano un Grammy Award nella categoria Best Concept Music Video grazie a Land Of Confusion. E sempre a proposito di immagini, se Gabriel e Banks si danno al cinema ma restano dietro le quinte – producendo musica –, Collins, com’è sua abitudine, ci mette la faccia e la sfacciataggine. Il 23 novembre 1988 esce nelle sale Buster, la storia adattata allo schermo della Great Train Robbery, la Grande Rapina al treno postale Glasgow-Londra del 8 agosto 1963. Un furto da record che frutta 2,6 milioni di sterline. Collins interpreta Buster Edwards, un criminale di mezza tacca, uno dei quindici coinvolti nello storico fatto di cronaca che dopo essere fuggito in Messico, pur di ricongiungersi alla famiglia, torna a Londra e si fa arrestare. Il film non ottiene grande riscontro di critica ma il batterista, giudizi alla mano, supera la prova. Tra i dodici brani complessivi che compongono la colonna sonora pubblicata dalla Virgin a settembre, il frontman ne canta tre: Two Hearts, Big Noise, A Groovy King of Love; inoltre suona, contribuisce a scrivere e produce Loco in Acapulco interpretata dai veterani Four Tops. E chissà perché né Big NoiseLoco in Acapulco, entrambi dal potenziale commerciale enorme, non vengono stampati come singolo. A Groovy Kind Of Love e Two Hearts però non sfuggono alla (dolce e implacabile) legge di Collins: la prima canzone, remake di un brano dei Mindbenders, viene pubblicata il 27 agosto e arriva al n° 1 in UK e USA; la seconda, scritta appositamente per il film, arriva nei negozi il 29 novembre e balza al n° 1 delle classifiche in USA e al n° 6 in patria (così come fa l’album che complessivamente intasca tre Dischi di Platino in UK, il Disco d’Oro in UK, Germania e Svizzera). Two Hearts si becca un Grammy nel 1989 come migliore canzone scritta per un film, un Golden Globe per lo stesso motivo e una nomination per un Oscar, sempre per la migliore canzone; mentre A Groovy Kind Of Love guadagna una nomination al Grammy per la migliore prova vocale maschile pop. Ai Brit Awards, invece, l’intera colonna sonora vince il premio come British Soundtrack Album e Collins porta a casa il premio British Male Artist. Oramai gli ci vuole un hangar per fare posto ai riconoscimenti.

Se la prima volta di Gabriel al cinema è stata con un regista di primo piano come Alan Parker, la seconda proposta di lavoro arriva da qualcuno che fa parte della leggenda. L’interesse di Martin Scorsese per il musicista è una sorta di consacrazione. Gabriel è il rocker che più si è distinto negli ultimi tempi per voglia di rischiare. Ha lasciato il nido sicuro dei Genesis, si è rimesso in gioco, è stato a un passo da perdere tutto con WOMAD, si è risollevato e ha vinto la sua scommessa. È al massimo della popolarità, della maturità artistica e probabilmente di uomo, dato l’impegno che profonde nell’ambito di molte cause umanitarie. Il regista americano è fatto della stessa pasta, non è il tipo di cineasta che è solito adagiarsi, anzi ama compiere il passo che supera la linea di demarcazione del confine.

L’ultima tentazione di Cristo, il film che mette nelle mani dell’ex Genesis, è questo genere di operazione. Non può essere e non sarà la lettura più ovvia di Cristo come ce l’hanno propinata i Vangeli. Il cantante raccoglie attorno a sé un nutrito manipolo di musicisti che conosce bene, che fanno parte della sua band o hanno inciso per la Real World, e consegna a Martin Scorsese, e al mondo, oltre un’ora della musica più potente uscita dalla sua anima. Niente a che fare con la ricercata accessibilità di So, ma una lavoro pregno – crudo e selvaggio – che riprende, formalmente e idealmente, il discorso rimasto aperto di IV. Passion potrebbe sembrare un capitolo a parte della discografia di Gabriel, ma separato dalle immagini va considerato un titolo che prosegue nel solco dei suoi migliori dischi di studio. Se Birdy è una colonna sonora, questo lavoro rappresenta uno dei massimi vertici della sua arte e, come tale, non può essere incluso in alcuna sottocategoria (soundtrack o altro) della sua discografia. Passion, pubblicato il 5 giugno 1989, il primo disco stampato col marchio della sua Real World, ottiene una nomination ai Golden Globe nella categoria Best Original Score Motion Picture, e vince un Grammy come Best New Age Album nell’anno successivo. Il successo di vendite non è immediato, com’è ovvio che sia – non ci sono singoli ma un bellissimo video animato che accompagna il brano Zaar in rotazione su MTV –, eppure la colonna sonora diventa Disco d’Oro. Più tardi, sempre nel 1989, ancora via Real World, viene pubblicato Passion – Sources, lavoro sul quale Gabriel non suona né canta ma raccoglie artisti e forme musicali che sono state alla base della creazione dell’originale.

Tornando a Collins: dopo una comparsata sul palco degli Who che stanno riproponendo in concerto l’intero Tommy – il 24 agosto a Los Angeles nella parte di Uncle Ernie –, e la partecipazione alla registrazione della bellissima Woman in Chains (contenuta nell’album The Seeds Of Love) dei Tears For Fears, è tempo di rivelare il disco che tra aprile e ottobre è stato registrato alla Farm e negli studi della A&M americani. Pur affiancato dal solito Padgham, il suono di …But Seriously si distacca da quello di No Jacket Required e Invisible Touch per riavvicinarsi alla immediatezza priva di make up di Hello, I Must Be Going!. La musica è stata ripulita dalla mareggiata di synth e batteria filtrata che aveva reso gli episodi precedenti spigolosi, compressi, privi di respiro. In questo quarto capitolo il gioco, come suggerisce il titolo, si fa per certi versi più serio. Collins non canta a vanvera come in Sussudio, ha aperto gli occhi e ricorda – partendo da sé stesso – che la società cosiddetta civile, benestante e opulenta, considera normale vedere la povertà scorrere nella corsia di fianco, rallentata o del tutto ferma. Lo fa in Another Day In Paradise e allarga il tiro comprendendo apartheid (Colours che finalmente lascia spazio alla voglia repressa di dilatare i tempi) e la guerra tra le fazioni religiose nel Ulster irlandese (That’s Just The Way It Is).

Collins non è certo Bob Dylan, eppure il suo atteggiamento risulta più maturo, meno accusatorio anche nel dibattere le questioni di cuore. Ognuno ci arriva con i tempi che gli sono congeniali: il compito qui non è quello di risvegliare di colpo le coscienze ma di mettere una pulce nell’orecchio. Tra un soffice mid-tempo come Do You Remember, un blues coinvolgente come I Wish It Would Rain Down (con Clapton che ricambia i favori), lo scoppiettante funky-rock di Something Happened On The Way To Heaven, il (troppo) breve sketch salsa-funky-jazz di Saturday Night And Sunday Morning, la quasi ninna-nanna dedicata al figlio Simon di Father To Son e il festival ritmico di Find A Way To My Heart, in mezzo a tutto questo legittimo divertirsi, troviamo piccole, apprezzabili, parole di riflessione.

La moderata svolta di Collins trova un esercito di sostenitori. Another Day In Paradise, il singolo che anticipa la pubblicazione dell’album, arriva al n° 1 in USA e al n° 2 in UK. Vince un Brit Award come miglior singolo del 1990 e il Grammy come Record Of The Year nel 1991. Collins perde i capelli ma non il vizio di vincere a mani basse. Per quanto riguarda le fortune del vinile/CD, beh, basti ricordare come il titolo diventi quello più venduto del 1990 negli UK e il secondo negli USA. In Germania il secondo di tutti i tempi e il più venduto di sempre tra gli stranieri. Ma … But Seriously arriva al n° 1 anche sull’altra sponda dell’oceano diventando quattro volte Disco di Platino. Cosa che in UK fa nove volte. In entrambi i casi, UK e USA, piazza in classifica cinque singoli tra i Top 40; in Canada quattro n° 1. Il tour che segue a tanto ben di Dio tocca tre continenti per oltre 100 date. Ci sarebbero altri traguardi e meraviglie da elencare, ma siamo stanchi di tutti questi numeri. E invidiosi almeno quanto lo sono i colleghi che stanno lì a criticare appigliandosi a tutto quello che possono. Hanno ragione: è una vergogna che uno che ha l’aspetto del ragionier Mario Rossi raccolga tutte queste vittorie sul campo. Il mondo ama il prototipo di rockstar perennemente a bordo piscina, dall’immagine eccentrica se non kitsch, in compagnia di donne da sballo e se possibile saturo di sostanze che provocano un altro tipo di sballo. Collins invece che fa? Tutt’al più si sposa, mette al mondo figli, divorzia e paga alimenti. A ciclo continuo. E più si mette nei guai con la famiglia, sempre più allargata, più trova l’ispirazione per scrivere, per suonare, incidere, fare tour e mietere successi (…e pagar nuovi e ancor più cospicui alimenti). L’unico modo per farne tramontare la buona stella sarebbe di portarlo a più party, farlo bere, offrirgli coca e fargli conoscere un po’ di sgallettate, insomma tenerlo lontano dalla musica. Ma lui anche in quel marasma troverebbe modo di incidere e suonare, magari con un registratore portatile, percuotendo i bicchieri con gli ombrellini di carta dei cocktail, canticchiando anche da ubriaco tra gli ubriachi, metti come i fratelli Gallagher, tra i maggiori nemici giurati del piccoletto, che di certo non sono Lennon & McCartney ma se la tirano anche di più.

Anthony Phillips, che delle classifiche di vendita conosce soprattutto le zone più ombreggiate, nel dicembre del 1989 si industria a pubblicare come regalo natalizio per i fan una cassetta autoprodotta in 1000 copie: Missing Links Volume One: Finger Paintings, il cui sottotitolo – A Collection Of Television And Library Music 1979-89 – è alquanto esplicito. All’appuntamento con la fine della decade risponde anche Tony Banks. Pare che l’ispirazione di dare vita a un gruppo/progetto battezzato Bankstatement sia una risposta al successo racimolato da Rutherford con i Mike + The Mechanincs. La madre non gli ha avrà detto di stare lontano dalla cattive compagnie? Pare di no. Il tastierista fa un piccolo esame di coscienza e alla luce di quanto fatto – e male – con Still si contorna di un paio di buoni cantanti (Alistair Gordon e Jayney Klimek), di un gruppo di capaci session men, ma soprattutto del naso fino Steve Hillage: che mette una spolverata di chitarra, si porta dietro Dick Nolan dagli It Bites, ma soprattutto aiuta il tastierista nelle vesti di co-produttore. Ne risulta un disco che si getta in scia ai Mechanics, vero, ma quando le cose ingranano – I’ll Be Waiting, That Night, The Border, The More I Hide It e finalmente lo strumentale Thursday The Twelve – Banks riesce una volta di più a impregnare i solchi/bit di quella polvere magica che, per quanto impegnato a svilirsi, gli rimane appiccicata ai polpastrelli. Risultato: una magra soddisfazione sia dal versante della critica che da quello delle vendite.

«Phil e Mike mi davano un’occhiataccia se mi prendevo troppe libertà. Le mie canzoni sono più complesse di quelle di Mike. A me piacciono armonie insolite, cose come l’intro di Watcher Of The Skies. Ma ho scritto anche cose più semplici. Afterglow è fra quelle, un brano diretto fatto di strofa/ritornello/strofa» (Tony Banks)

Il primo anno della nuova decade in casa Genesis è interlocutorio. In novembre Peter Gabriel pubblica Shaking The Tree: Sixteen Golden Greats, una compilation di scarso interesse. Lo stesso fa Phil Collins, ma si tratta di una raccolta di brani dal vivo: Serious Hits… Live, un doppio CD/LP che contiene brani registrati durante il tour del Seriously, Live! World Tour. Un disco che ai Brit Awards del 1992 gli guadagna una nomination per il premio come British Male Artist. L’album raggiunge la vetta della classifica in Germania; il n° 2 in UK, Francia, Austria, Svizzera, Nuova Zelanda; il n° 3 in Italia; e si piazza tra i primi 10 posti in mezzo mondo. Segue di conseguenza una messe di dischi d’oro e di platino e di diamante (in Francia). Ma la formula è facile quanto vincente: prendere i brani di maggiore successo di un tour che ha fatto sconquassi e offrirli in una confezione accattivante alle centinaia di migliaia di persone che erano presenti tra il pubblico dei concerti e non. Su Serious Hits… Live, in più rispetto alle versioni di studio se vogliamo più “fredde”, c’è un gruppo di musicisti affiatati che ci danno dentro con grande impegno, voglia e una discreta dose di divertimento. Tutte cose che traspaiono e rendono spesso i brani più vitali delle versioni originali.

Il 1990 risulta un anno importante per Anthony Phillips che stringe accordi con la Virgin e ha la possibilità – finalmente – di registrare con buona disponibilità di mezzi: oltre ad avere a servizio più musicisti del solito, questa volta si può permettere una sezione di archi diretta da Gavyn Wright e registrata negli studi della CBS. Lui si occupa di tastiere in mille guise, chitarre, drum machine. Per l’ultima volta che la sua musica viene pubblicata anche su vinile pensa di farlo nella maniera a lui più congeniale, dunque progressive: una suite monumentale suddivisa in due parti, una per facciata: Slow Dance (Part One) e Slow Dance (Part Two). Slow Dance, che si dipana a metà tra la composizione sinfonica e la colonna sonora, viene pubblicato il 24 settembre 1990 e non fa rimpiangere il precedente, riuscito, Tarka. Sensibilità, inventiva, classe non vengono mai meno. Anzi possiamo dire che Phillips in questa fase ha raggiunto il pieno della maturità. Peccato per le copertine: sia Tarka che Slow Dance meritavano di meglio.

Nel 1991, in aprile, ci pensa Tony Banks a solleticare la curiosità dei fan che sono in attesa del nuovo album dei Genesis. Ma chi si reca a comprare il disco del tastierista può essere solo un fan di vecchissima data in attesa dell’Araba Fenice. E perfino molti di quelli, oramai, non se lo filano più, delusi dall’andazzo intrapreso dalla band e dallo stesso Banks solista. Il tastierista però, nonostante le scarse soddisfazioni ottenute in proprio, continua caparbiamente a provarci. Per Still raduna molti della squadra/band che l’hanno aiutato a mettere insieme Bankstatement, album che non era riuscito poi così male. In più c’è Fish che al microfono è una garanzia e canta Angel Face e soprattutto Another Murder Of A Day, uno dei migliori colpi di Banks in questi anni di appannamento. Nove minuti riusciti che si aggiungono alla bella Still It Takes Me By Surprise, cantata da Andy Taylor, dove il titolare si spende da par suo al quasi dimenticato pianoforte. Ma si distinguono anche la ipnotica ed elegante The Final Curtain, scritta da Nik Kershaw, l’iniziale Red Day On Blue Street che ha perlomeno un ritornello assolutamente azzeccato, l’intimista Water Out Of Wine e I Wanna Change The Score che non è neppure il più brutto dei singoli nel migliore dei mondi musicali. Le classifiche lo disconosceranno come sempre. Un caso da Dr. Jekyll e Mr. Hyde assolutamente originale, da studiare: un leone con i Genesis, una pippa totale da solo se si considerano le vendite.

Inestricabili strategie di marketing spingono i discografici a smerciare il nuovo Mike + The Mechanics nello stesso mese, aprile 1991. Se ogni disco si dovesse giudicare dalla copertina, in questo caso sarebbe meglio saltare il turno. Ma sappiamo da tempo immemore quanto il saio non faccia il monaco. Non del tutto, almeno. Il fatto è che musicalmente il terzo disco di Mike + The Mechanics, Word Of Mouth, non poteva partire peggio: Get Up gode di un incipit da denuncia per plagio. Il pezzo è sputato a You Can Call Me Al di Paul Simon (da Graceland, 1986). Ok, quasi sputato, giusto per evitare problemi legali. In compenso Word Of Mouth, che segue, riesce a fare anche peggio: come la chiamano quella roba che fanno gli Status Quo? Stadium rock. Bene. Al quarto brano arriva qualcosa che sa di centrato, la edulcorata ballad A Time And Place seguita dalla buona Yesterday, Today, Tomorrow, da Everybody Gets A Second Chance (che rubacchia a piene mani da Two Hearts e You Can’t Hurry Love nella versione di Collins), da Stop Baby (che arriva alla scopiazzatura di sé stessi, vedi The Living Years), e da Let’s Pretend It Didn’t Happen (che ha lo stesso “pregio” del brano precedente). Il problema principale è lo stesso che conosciamo dal 1978 circa: qualunque brano suoni, qualsiasi disco produca, non importa con che gruppo, Michael Rutherford suona sempre la stessa cosa. Se gli mettessero davanti lo spartito di La sagra della primavera, lui la trasformerebbe in The Living Years.

A sorpresa, fermandosi al n° 11 della classifica degli album UK, il disco non va bene come il suo predecessore. Mentre per quanto riguarda i singoli, il risultato migliore lo ottiene la title track che si aggrappa a una non disprezzabile tredicesima posizione. Il guaio è che Rutherford non riesce a fare collimare gli impegni tra i Genesis che lo reclamano – sic! – e un eventuale tour dei Mechanics che sicuramente spingerebbe Word Of Mouth più in alto.

Ma la rivincita per Tony Banks e Pluto Rutherford è dietro l’angolo. A ben cinque anni di distanza, per i Genesis è tempo di ricompattarsi e dare un seguito al loro disco di maggior successo. È possibile fare meglio di Invisible Touch? Non era mai successo che il gruppo si prendesse una pausa così lunga, eppure, se da un lato circostanze e successo hanno suggerito maggiore cautela, dall’altro portano con sé l’effetto contrario: le lancette del tempo sembrano essere corse a velocità raddoppiata. Un lustro comunque pesa, soprattutto se non sei un ragazzino, e le sorti di un album (come di un film o libro) sono tutt’altro che pronosticabili. Il metodo adottato dai tre per comporre le canzoni che andranno a formare We Can’t Dance è lo stesso degli ultimi lavori: trovarsi alla Farm e partire in scioltezza da una jam. Nel frattempo è cambiato il team di registrazione/produzione: Nick Davis, che ha lavorato insieme a Banks, ha preso il posto di Hugh Padgham. Il suono ne guadagna e si ammorbidisce, e la band – ma forse Davis c’entra poco – riacquista una parte delle qualità che l’hanno resa indimenticabile. Qualcosa, del resto, già traspare dal bell’acquerello in copertina a firma Felicity Roma Bowers. Per quanto poco possa contare nell’economia della musica, è un indizio di ciò che Collins, Banks e Rutherford hanno prodotto in fatto di qualità. La quantità però non è da meno: i tre hanno messo a punto un tale minutaggio di musica da riempirci un doppio album e anche di più, dato che un paio di brani rimarranno fuori dal disco e vedranno la luce sui tanti singoli ai quali la band – ribaltando completamente l’iniziale filosofia – ha abituato i fan.

We Can’t Dance è in linea con l’ultima produzione del gruppo. Driving The Last Spike può essere considerato un brano epico, non certo in assoluto, ma è il massimo della grandeur che il trio può permettersi ora. Lodabile, del resto, il tentativo di tornare a un minutaggio importante, perché aver superato i 10 minuti di durata è già di per sé un evento. Altrettanto buona è Driving While You Sleep, mentre Fading Lights rappresenta invero l’autentico colpo di coda che nessuno della Vecchia Guardia, quella disposta a gettarsi nel fuoco per i Fantastic Five che furono, si sarebbe aspettato.

Tre brani per un doppio album sembrano poca cosa, ma tutto sommato raggranellano la bellezza di quasi mezz’ora di buona musica. Riguardo al resto, vale la pena citare alcuni episodi che benché abbiano la fisionomia del singolo si dimostrano di dignitosa fattura: la drammatica No Son Of Mine e le brillanti e ironiche Jesus He Knows Me e I Can’t Dance, Living Forever dal break strumentale che somiglia pericolosamente a Home By The Sea, e Way Of The World che ricorda altrettanto pericolosamente i Tears For Fears con i quali il batterista ha collaborato. Non mancano neppure le canzoni che potrebbero indifferentemente far parte di un album di Collins o dei Mechanics: Never a Time, Tell Me Why, Hold On My Heart, Since I Lost You.

We Can’t Dance è un album di transizione, si dice così in questi casi, ma simbolicamente rappresenta qualcosa di più. Sarà l’ultimo disco di studio che Phil Collins incide assieme ai compagni. Sancisce la fine della seconda grande stagione per la band. E come accadde con Gabriel ai tempi di The Lamb Lies Down On Broadway, seppur con modalità e volontà differenti, prima che il mondo se ne renda conto passerà un bel po’ di tempo, quello che occorre per vendere una quantità smisurata di dischi e portare a compimento il giro del mondo sul palco.

Pubblicato all’inizio di novembre del 1991, il disco raggiunge entro la fine del mese il primo posto della classifica degli album più venduti in patria, il quarto negli USA. Resta in classifica per oltre un anno, precisamente per 72 settimane. Il 1° dicembre, a meno di un mese dall’arrivo nei negozi, We Can’t Dance viene certificato doppio disco di Platino (l’anno seguente quadruplo). Negli States, alla fine di dicembre 1991, ha già venduto un milione di copie, con contorno di primi posti nelle chart di altri Paesi attorno al globo, per un totale di ben 6 singoli estratti. Grandi fasti anche per il tour di supporto che però non tocca l’Italia: sono 70 i concerti, tra stadi e arene, sold out a ripetizione, con l’ultima data fissata a Wolverhampton per il 17 novembre 1992. Quando scende dal palco, Phil Collins non è più uno dei Genesis.

Per sfruttare il momento di enfasi, la Polygram/Vertigo mette in commercio Turn It On Again – Best Of ’81-’83: e il titolo dice già tutto.

«Ai tempi dei Genesis parlavamo di avere sezioni-ponte tra le canzoni, in altre parole sezioni strumentali d’atmosfera che legassero i brani. Qualche volta erano pezzi di musica, qualche volta solo rumore. Su The Lamb Lies Down On Broadway c’erano entrambi. C’erano pezzi d’atmosfera che non puoi descrivere come grandi pezzi di musica, ma l’ambient music di Eno che sarebbe venuta poi era influenzata da quello, e non viceversa» (Steve Hackett)

Il 1992 per Steve Hackett è l’anno di due “prime volte”. La Virgin stampa The Unauthorised Biography, per il chitarrista l’esordio in fatto di antologie, 15 brani e un libretto con le note dello stesso musicista. Ci sono anche due inediti: Don’t Fall Away From Me, registrato insieme a Brian May dei Queen, e Prayers And Dreams, un pezzo acustico per sola chitarra. La seconda “prima volta” riguarda l’album intitolato Time Lapse – Live, suo primo disco dal vivo che viene pubblicato il 31 luglio e raccoglie il meglio di due concerti distanti ben 9 anni l’uno dall’altro e due band diverse: quello del Savoy Theater di New York nel novembre 1981, e quello ai Central TV Studios di Nottingham dell’ottobre 1990. La selezione dei brani pesca tra le migliori invenzioni di Hackett eseguite con maestria dal titolare assecondato da due buoni manipoli di rockers che aggiungono quel qualcosa di diverso – dallo studio – che necessita. I bonus sono “un Genesis” d’annata, In That Quiet Earth, che sfocia nell’inedito, meritevole, strumentale Depth Charge. Bravò, monsieur Hackett.

Alla fine di agosto Anthony Phillips si presenta con l’ottavo capitolo della saga degli album acustici, Private Parts & Pieces: New England. Se proprio volete una graduatoria di merito, questo è probabilmente il suo sforzo più bello. Quello che, meglio di tutti gli altri della serie, non offre l’idea di un collage di brani di altra provenienza; insomma un disco che ha la fisionomia del canonico album “di studio” e non pare la raccolta di spizzichi rimasti da questo o quel banchetto (anche se poi la realtà è questa). Come spesso è accaduto in passato nella carriera del biondo e irsuto strumentista, in PP&P VIII non c’è nulla che non valga la pena di essere raccolto e tramandato: dai molteplici frammenti sotto il minuto alle due suite di New England Suite e Pieces Of Eight, entrambe suddivise in tre movimenti, o alla davvero magnifica Sunrise And Sea Monsters (superlativo Martin Robertson al sax soprano), che per valore e durata non cede nulla ai summenzionati e segmentati brani. Nota di pregio anche per la copertina: dopo tanto tempo è tornato a disegnarla l’eccellente Peter Cross.

Anticipato la settimana precedente dal singolo Digging In The Dirt, il 28 settembre giunge sul mercato il sesto lavoro di studio di Peter Gabriel. Il titolo scelto segue la personale saga della massima sintesi – US – e anche da queste parti, se restiamo nel novero degli album che lo riguardano direttamente, è passata una bella manciata di anni. Con Come Talk To Me a riprendere dove il cantante aveva lasciato, intersecando la sua poetica con ritmiche dalla eco africana, il disco si rivela come un lavoro differente, intimista, forse il suo più psicanaliticamente personale, scritto con l’intento di placare i dubbi e mettere ad asciugare alla luce del sole i panni sporchi delle proprie colpe. Gabriel sconta infatti un matrimonio e una seconda relazione falliti e la conseguente complicazione dei rapporti con la figlia. I Love To Be Loved, Blood Of Eden – insieme a Sinéad O’Connor –, Only Us, le soffuse ed eteree ma quasi agli antipodi Washing Of The Water e Fourteen Black Paintings, infine Secret World, sono brani sottili che trattengono tra le pieghe qualcosa di misterioso riconsegnato a ogni nuovo ascolto. D’altro canto, dopo il successo di So, è impossibile pensare a un nuovo disco dall’artista di Chobham che non contenga brani potenzialmente adatti a scardinare le classifiche di vendita: ecco così che Steam fa le veci di Sledgehammer, e Kiss That Frog e la già citata Digging In The Dirt rappresentano le altre hit che a ben vedere sono molto più che motivetti orecchiabili.

Le canzoni di US, la loro ricercata produzione (zenit fin qui per il Nostro) e l’eccezionale amalgama dei musicisti coinvolti per produrle, sono lo specchio della fine di una importante fase artistica di chi ha cercato a tentoni una strada, l’ha trovata dopo un paio di tentativi e poi abbandonata per provare a se stesso e al mondo intero che il successo mondiale poteva viaggiare di pari passo con la qualità. Qui Gabriel tira le fila della propria vita e vince su tutti i fronti. In UK e USA il disco arriva al secondo posto, trionfando nelle Top 10 nel resto del mondo. E così fa il Secret World Tour, un annunciato e immancabile successo planetario. A distanza di un anno, nel dicembre 1993, su Real World Media, viene alla luce XPLORA1: Peter Gabriel’s Secret World, un videogioco interattivo che prova a soffiare alle spalle del disco per mantenerlo in quota. All’interno del CD – eletto, tra gli altri riconoscimenti, Best Interactive Product Of 1994 – oltre a vari games, la possibilità di usufruire di musica, filmati, interviste con lo stesso Gabriel che ha contribuito allo sviluppo dell’allora innovativo prodotto. Sulla scorta di tutto ciò la Atlantic, a novembre, cerca di spremere lo spremibile pubblicando per il Nord America Rivisited, una raccolta di brani relativa ai due soli primi album del cantante, inutile e orribile nella confezione.

Per i Genesis è giunta ora di raccogliere i frutti, gli ultimi, di una semina già ampiamente produttiva. The Way We Walk, Vol. I: The Shorts chiude il cerchio, facendo entrare nelle case dei fan il resoconto di quanto accaduto nel corso del We Can’t Dance Tour (8 brani su 11). Mentre Hackett per il suo live ha confezionato un menù a base di classici – ma è vero che si tratta del suo primo disco del genere –, i Genesis ci tengono soprattutto a soddisfare le smanie dei fan che li hanno proiettati nello stardom. Il titolo del disco è eloquente: the shorts, i brevi. Tutti brani che sono usciti come singoli e hanno riempito le saccocce di Collins & Co. con un gruzzoletto che li ha messi a posto per tutta la vita. Da Land Of Confusion a Throwing It All Away, da I Can’t Dance a That’s All, da Tonight, Tonight, Tonight – abbreviata a meno di 4 minuti – alla immancabile Invisible Touch, qui ci sono tutti i Genesis solubili e multimediali, buoni per radio, TV, sottofondo per palestra o supermarket. E il grande pubblico apprezza: n° 3 delle classifiche britanniche e n° 35 di quelle USA. Un bel riconoscimento per gente che cammina ancora come i Madness.

Non ci mette molto ad arrivare – l’11 gennaio del 1993 – anche il secondo capitolo The Way We Walk, Vol. II: The Longs. La copertina è anche più brutta del volume I, salvo non ci si voglia vedere qualcosa di simbolico: i brani più recenti (shorts) sono in sfumatura di grigio, le perle del passato (longs) sono invece piene di colore. Il problema è andare a sondare qual è la portata di questo passato. Quante siano le vere perle. The Longs è un capolavoro di titolo (in ambito di marketing/copy), ambiguo quanto basta, e peggio, crudele per chi si aspetta un rigurgito di orgoglio dal terzetto. I brani D.O.C., quelli delle annate buone, sono stati ridotti a un misero frullato della lunghezza di poco meno di 20 minuti, sufficienti per una suite, davvero pochi per mettere insieme Dance On A Volcano (nell’originale 5:53), The Lamb Lies Down On Broadway (4:52), The Musical Box (10:28), Firth Of Fifth (9:36), I Know What I Like (4:03), che nelle versioni di studio totalizzano circa 35 minuti, per di più in questo caso inquinati da scorie di questa lagna insopportabile che è diventata (o è sempre stata) That’s All, da Illegal Alien, dalla sola menzione del titolo di Your Own Special Way e da Follow You Follow Me (legate non si sa per quale motivo a un atomo di Stagnation, come già fatto nella versione di I Know What I Like che si trova su Seconds Out).

Il resto dei longs sono Driving The Last Spike, Domino, Fading Lights, Home By The Sea/Second Home By The Sea e Drum Duet (sei minuti di godurioso solo di doppia batteria), brani per i quali abbiamo speso buone parole in sede di disamina dei rispettivi dischi ma che confrontati con la “materia della quale sono fatti i sogni”, quella dei cosiddetti Old Medley, impallidiscono. The Way We Walk, Vol. Two: The Longs arriva al n° 1 in UK e si attesta all’onorevolissimo n° 20 negli USA, posizioni che guadagnano al gruppo l’ennesimo Disco d’Oro in entrambi i paesi. La band è ancora a livelli di popolarità straordinaria, anche perché, nonostante tutte le critiche che si possono muovere al gruppo, dal vivo lo show è sempre, e da sempre, qualcosa di superiore alla media dello stardom rock.

In maggio Steve Hackett svela Guitar Noir, complessivamente uno dei suoi dischi più raffinati. Equilibrato e compatto, dal tasso qualitativo inattaccabile, con estremi che si toccano e vanno dalla orchestrata umoralità della barocca e umbratile Like An Arrow alla ‘metallizzata’, bluesy, dark, Vampyre With A Healthy Appetite. Ci troviamo anche alcuni vertici di carriera, e non a caso parliamo di strumentali che, passando dall’elettrico all’acustico, sono accomunati da ispirazione e resa emozionale (ovvero Walking Away From Rainbows, Sierra Quemada e Tristesse, con quest’ultima accreditata a Aron Friedman, tastierista e responsabile degli arrangiamenti orchestrali).

«Sono molto orgoglioso di Supper’s Ready, regge il passare del tempo. Ma lo sono anche degli ultimi tre album, da Genesis in avanti, perché è accaduto qualcosa nel modo di comporre, sembrava di essere dentro un flusso. Gli album sembravano prendere forma da soli, in pochi giorni, era davvero qualcosa di grande» (Mike Rutherford)

Dopo aver suonato batteria e tastiere per Hero, un brano contenuto nel terzo album di David Crosby intitolato Thousand Roads e pubblicato in maggio, Phil Collins se ne esce con un disco che la dice lunga: sessantasette minuti di musica scritta, prodotta ma soprattutto eseguita in totale autonomia. Siamo abituati a questo genere di sortite da Super Eroi come Todd Rundgren, ma non da Collins considerato dai più come cantante, songwriter e, in definitiva, hit maker, o dagli intenditori e vecchi fan dei Genesis e Brand X come “alieno della batteria”. Nessuno si aspetta che confezioni un disco in totale solitaria e il risultato è il riuscito Both Sides, un disco post-breakup (il musicista è al suo secondo divorzio) dai toni generalmente dimessi, in equilibrio tra la confessione personale, il momento di riflessione elementare sul mondo e l’autoanalisi per ricordare a sé stesso che è sopraggiunto il tempo di riconoscere i propri passi falsi. Le parole e la musica vanno di conseguenza, non possono essere quelle tutte leggerezza e ammiccamenti del passato.

Al di là della performance vocale e alle percussioni, certo le parti di tastiera non sono quelle di un virtuoso, ma se cerchiamo la sostanza, qui ce n’è. Apprezzabile è il tentativo di battere nuove strade, inanellando momenti che sanno persino di Blue Nile (I’ve Forgotten Everything e Please Come Out Tonight) o avvalendosi di strumentazione e arrangiamenti tradizionali (le cornamuse di Both Side Of The Story e We Wait And We Wonder o il salterio – il suono è quello, ma potrebbe essere un campione – di We Fly So Close, col frammento di una melodia che pare sputato la parte introduttiva di What A Feeling da Flashdance). Preceduto dal singolo omonimo che raggiunge il 7° posto in UK e il 25° negli USA –, il disco si aggiudica il n° 1 nelle classifiche di UK, Austria, Olanda, Francia, Germania, Italia, Portogallo, Svizzera. In mezzo mondo diventa Disco d’Oro e Disco di Platino multiplo. Tredici sono i mesi complessivi di durata del tour, con oltre 150 concerti ai 4 angoli della Terra.

Shipwrecked

Nel 1994, nel breve giro di un paio di settimane, Anthony Phillips delizia il mondo musicale con altrettante chicche sotto forma del solito, buon, spezzatino al quale ha abituato da tempo i fan. Sail The World è una raccolta di frammenti sonori che facevano da commentario alla regata trasmessa in TV Whitbread Around The World Yacht Race. Suonato in solitaria – l’apporto alle percussioni di Joji Hirota è minimo – il disco sorprende per le somiglianze tra il suo registro e quello di Tony Banks ultima versione, non un grande complimento beninteso, ma considerata la natura del lavoro – l’accompagnamento sonoro di immagini che sembra di veder scorrere – ciò che se ne ottiene si colloca agli antipodi della musica di dubbio gusto prodotta dal tastierista dei Genesis. Inoltre, è bene ricordarlo, Phillips ha un senso della misura (potete chiamarlo stile, classe, buon gusto, integrità artistica o come vi pare) che nessuno dei Genesis, nell’arco dell’intera carriera, può vantare.

Differentemente, l’altro disco, Missing Links Volume Two: The Sky Road, ha una fisionomia per sua stessa natura meno organica. Considerato per l’ennesima volta come contenitore di materiale commissionato (e in alcuni casi rimasto inedito), l’album accomuna brani dal respiro molto più ampio rispetto a quelli del sopracitato Sail The World. In più troviamo quattro musicisti, a offrire un amichevole contributo, che male non hanno fatto. Ci sono le consuete suite del polistrumentista – durata media di 10 minuti – o brani che sforano di poco il minuto. Quadretti, istantanee, skcetches, impressioni che si possono pescare a caso e rimescolare in qualunque ordine senza che il risultato cambi. Eppure vale quanto detto per il disco uscito 15 giorni prima (e per quelli che lo hanno preceduto): Phillips sbaglia un brano, anche il più apparentemente insignificante, con la stessa frequenza con la quale il Real Madrid perde una finale di coppa, nazionale o internazionale che sia.

Il 1994 è l’anno in cui Steve Hackett, rinfrancato dal buon esito di Guitar Noir sposta la propria palette cromatica sul blu (della copertina del nuovo disco) e sul blues (dei suoi arrangiamenti tra chitarra e armonica a bocca). Blues With A Feeling è una mossa tanto spiazzante quanto appagante: l’ex Genesis non stravolge il genere ma da buon “intruder” riesce a metterci quel personale quid che fa la differenza. Basterebbe la sola A Blue Part Of Town per consegnare a Hackett la laurea honoris causa dalla Università del Blues, se esistesse.  

Nel frattempo, nel mese di settembre, Gabriel pubblica il secondo album dal vivo della sua carriera in solo, Secret World Live, un doppio che rappresenta il poderoso resoconto (100 minuti) di quanto proposto sui palchi di mezzo mondo durante il tour dell’anno precedente. Nello specifico si tratta del meglio dei concerti del 16 e 17 novembre 1993 al Palasport di Modena (dove gioca la squadra della Panini di pallavolo). Non c’è molto altro da aggiungere: una scelta dei brani inattaccabile, un contorno di musicisti di prima fascia, e la consueta impeccabile attenzione nel curare la resa sonora e non solo: l’artwork del disco ottiene una nomination ai Grammy come Best Record Sleeve Packaging Design. Sulla stampa il live album riceve una calorosa e unanime accoglienza critica, mentre sul fronte delle vendite, senza troppa fretta, macinerà nei mesi seguenti Dischi d’Oro e di Platino.

Ci spostiamo di un anno e siamo al 1995. Per quanto riguarda la famiglia Genesis è l’anno di – ancora! – Anthony Phillips che immette sul mercato altri tre CD. Il primo, Gypsy Suite, è una faccenda a due tra il titolare e Harry Williamson contenente l’omonima suite divisa in quattro movimenti, oltre a venti minuti di demo registrati tra maggio 1975 e aprile 1976 che rappresentano i prodromi di Tarka. Il secondo lavoro è The Living Room Concert, una sessione di 10 brani dal vivo registrati – chitarra, pianoforte, voce – in casa dello stesso musicista come parte di una serie di concerti mandati in onda all’interno della trasmissione radiofonica statunitense Echoes. Infine Anthology, una raccolta prodotta dalla Blueprint in occasione dell’inizio delle ristampe dei vecchi titoli del suo catalogo (ottobre).

Un disco dal vivo lo fa uscire anche Steve Hackett, per filosofia curiosamente vicino al summenzionato lavoro di Phillips dal vivo. There Are Many Sides To The Night contiene una carrellata di brani registrati al Teatro Metropolitan di Palermo il 1° dicembre 1994, nella quale, salvo qualche saltuaria parte affidata al tastierista Julian Colbeck, è praticamente in solitaria. I titoli spaziano da classici della family – un medley con Horizons, l’incipit di Blood On The Rooftops, accenni di Cucko Cocoon – ai suoi di classici – Kim, Walking Away From Rainbows, Ace Of Wands, Cavalcanti, Second Chance – a classici della classica – Andante In C di Mauro Giuliani, Concerto In D (Largo) di Vivaldi – fino a quelli del cinema – Cinema Paradiso del Maestro Ennio Morricone. Parafrasando Virna Lisi, testimonial prediletta del dentifricio Chlorodont, Hackett con quella tecnica, con quel cuore, con quello strumento, può suonare ciò che vuole.

«Se ripensi a tutta quella gente che è stata in una band e ha in seguito ottenuto il successo, di esempi ce ne sono di ragguardevoli – pensate a Sting o Peter Gabriel – ma la lista non è poi così lunga. E non ho mai sofferto di non farne parte. Il mio è stato un problema di salute. Non ho mai avuto una vera chance, ecco perché quando la gente mi chiede “hai dei rimpianti?» (Anthony Phillips)

Sempre nel 1995, a marzo, esce anche un nuovo album dei Mike & The Mechanics, Beggar On A Beach Of Gold, disco che si presenta con una copertina che per bruttezza fa a gara con quella del lavoro precedente, eppure, con i dovuti se e i dovuti ma, rappresenta un salto in avanti di qualità per la band. A ben vedere però non è oro tutto ciò che luccica sulla spiaggia dell’accattone raffigurato in copertina. In primis perchè sono ben undici i session men che si alternano in sala e suonano quasi ogni strumento. Praticamente un secondo (e terzo) gruppo al servizio dei Meccanici che al momento sono due cantanti che se la cavano, un batterista che offre un contributo adeguato alla musica che si sta producendo, e un chitarrista che meno si sente meglio è. Risultato: un disco che porta a Mike & The Mechanics l’agognato Disco d’Oro soprattutto grazie a quella Over My Shoulder che quell’anno raggiunge il dodicesimo posto nella classifica dei singoli UK (e che ancora oggi viene trasmessa da diverse emittenti radio). L’album agguanta invece la posizione n° 33 e il secondo singolo Another Cup Of Coffee staziona brevemente al n° 51. Tutto sommato è una vittoria di Pirro. Alla fine di quell’anno il tastierista Adrian Lee e il batterista Peter Van Hooke si toglieranno la tuta e lasceranno la band.

A settembre 1995 è Tony Banks a pubblicare le sue session casalinghe. Colonne sonore escluse, è la sua quinta volta dopo una serie di tentativi all’insegna dell’incertezza, fatto salvo per quel capolavoro che risponde al titolo di A Curious Feeling. Che vuole fare da grande, anzi da solista, Tony Banks? Nessuno l’ha capito, lui per primo. Questa volta si avvale delle prestazioni vocali dell’ex Wang Chung Jack Hues, del solito Daryl Stuermer alla chitarra, dello stretto collaboratore di Phil Collins Nathan East al basso, e non ultimo di John Robinson che ha una lunga esperienza in ambito mainstream (da Michael Jackson a Madonna) alla batteria.

Il tastierista mette tanta carne al fuoco, azzecca qualche buona melodia e innalza delle buone architetture sonore. Eppure nonostante lo sforzo profuso, la storia, la sua personale, sembra non insegnargli nulla (o lui non imparare). Banks è uno dei magnifici cinque dei Genesis, uno con un passato che gli storici fan della band non possono avversare nemmeno mettendoci tutta la più buona volontà. Non ci sarebbe nulla di male nel tornare a fare il colto e capace tastierista di progressive rock. La legge inglese non lo considererebbe un reato. Neppure il resto del mondo. Lo diciamo perché qualcosa del genere accade, a fine ascolto, nell’opus An Island In The Darkness – un po’ come era avvenuto per Fading Lights su We Can’t Dance – che in oltre 17 minuti prova a ripristinare un quadro, benché non del tutto a fuoco, più realistico, intimo, profondo, della psiche del tastierista. Forse l’indizio, e l’inizio – lo stabilirà il tempo –, di un definitivo cambio di rotta, magari di un auspicabile ritorno al futuro. Per quanto riguarda i dati di vendita, basti ricordare che il potenziale accreditato dai discografici al progetto Strictly Inc. (il disco non è a nome di Tony Banks) è tale che il disco non trova neppure una distribuzione americana.

Tornando alla casa madre, il 28 marzo 1996 Wire scrive che i Genesis stanno cercando un nuovo cantante. Phil Collins, scrive la testata, si concentrerà d’ora in poi sui suoi progetti solistici, mentre Mike Rutherford ci tiene a sottolineare che si è trattato di una separazione amichevole (“Capisco bene le motivazioni dietro la decisione di Phil, convivere con due progetti di grande successo è un lavoro molto duro”) e che il futuro ha in serbo per loro grosse novità (“Stiamo sperimentando una nuova direzione… Il nuovo album sul quale stiamo lavorando Tony e io sarà molto più duro e oscuro”). Tony Banks, ancor più sicuro dei propri mezzi, parla addirittura di “opportunità non di problemi”. Insomma parole chiare, importanti, di sfida.

Nel frattempo Collins non ci ha dormito sopra e ha formato la Phil Collins Big Band, progetto che lo vede tornare alle origini, con lui dietro alla batteria, al comando di una formazione che insegue le orme di un vecchio idolo del batterista, Buddy Rich. La formazione si propone di eseguire nuove versioni di classici dei Genesis, ma anche del repertorio dello stesso Collins, oltre a cover di, tra gli altri, Miles Davis. La Phil Collins Big Band si dà da fare in tour per la delizia dei melomani con le orecchie aperte e disposti a scavallare, ma per adesso di registrazioni di studio non se ne parla. Collins ci pensa di suo a offrire un output registrato ai fan. Il primo da quando ha detto addio ai Genesis e, in un certo senso, un back to basics, un salto all’indietro di due caselle. Both Sides del resto non ha venduto secondo le aspettative, e allora ecco la dichiarazione di pentimento scritta sul pentagramma: vecchi e nuovi amici a suonare di tutto, fiati compresi, Hugh Padgham sul suo scranno come ai bei tempi, e una manciata di canzoni upbeat, solari, dalla forte componente ritmica, positive e accattivanti. Dance Into The Light è una vacanza in territorio ben noto e sicuro. Ci sono evidenti rimandi – se non vere scopiazzature – a Paul Simon (Wear My Heat, Take Me Down), parecchio pop ‘della casa’ che risfodera trombe, trombette, sax e vuvuzela (That’s What You Said, Love Police, It’s In Your Eyes, No Matter Who) e davvero poco di nuovo (Just Another Story, il pezzo migliore, che instaura un clima in stile Miles Davis periodo Tutu). Inoltre una versione disgraziata di un classico (The Times They Are a-Changin di Bob Dylan).

Merita di essere ricordata la toccante storia che si cela dietro a Lorenzo: brano il cui testo è accreditato a Michaela Odone, madre del bambino (lo stesso di L’olio di Lorenzo, film del 1992 di George Miller con Nick Nolte e Susan Sarandon) che dà il titolo alla canzone, colpito da una malattia rarissima mentre si trovava in Africa con i genitori. La mamma del bimbo aveva scritto a Collins confessando che gli sarebbe piaciuto che l’artista componesse la musica per le parole che narravano la storia di Lorenzo, scritte dal bambino con l’aiuto della madre. Così è stato; allo stesso modo in cui i proventi della canzone sono andati al Progetto Mielina, un centro di ricerca per debellare il terribile morbo.

Nonostante i correttivi Dance Into The Light vende meno di Both Sides. Probabilmente la buona stella di Collins comincia a offuscarsi, indipendentemente da ciò che fa. Ma questo non significa che sarà costretto a esibirsi nei tunnel della metro londinese facendo un numero con batteria, cagnolino accucciato sulle zampe posteriori e borsalino del padrone in bocca per raccogliere gli spiccioli. Il fatto è che il sesto disco di studio del tuttofare raggiunge “solo” la posizione n° 4 in UK, la n° 23 di Billboard, la n° 4 in Italia e Olanda, la n° 3 in Spagna, la n° 2 in Austria, Belgio e Svezia, e diventa n° 1 “solo” in Francia, Germania, Portogallo, Svizzera. Insomma, nonostante Dance Into The Light sia il disco meno venduto di Collins finora, non è ancora il caso di dichiarare fallimento e chiudere la ditta.

Un altro che inforca il vecchio sentiero in maniera molto più nostalgica, per ripercorrerlo a ritroso fino in fondo, è Steve Hackett. Il chitarrista mette in piedi un progetto che manda in brodo di giuggiole buona parte di quei fan che ricordano la fine dei Genesis ogni anno accendendo ceri e disperdendo petali di rose al vento, esattamente il giorno nel quale Hackett ha dato le dimissioni. Genesis Revisited (o in modo maggiormente eloquente, come riportato da alcune fonti, Watcher Of The Skies: Genesis Revisited) già dal titolo non lascia molto spazio all’interpretazione. Ci sono decine, se non centinaia di cover band che vivono di rendita sul lavoro compiuto dagli originali, dunque Hackett ha più diritto di tutti di dire la sua in fatto di “cover”. Del resto può attingere a una quantità di materia grigia sufficiente da permettergli di affrontare la pratica nella maniera migliore: rispettosamente ma al contempo guardando al glorioso passato da una angolazione che gli consente, grazie alle doti di finissimo musicista, di aggiungere, spostare, riconsiderare quel particolare, quell’ingrediente, che rende perlomeno interessante ciò che già si conosce nelle microscopiche pieghe (ma si riascolta ad libitum con immenso, rinnovato piacere).

Ma Hackett fa di più e aggiunge Déjà Vu – frammento lasciato incompiuto addirittura da Gabriel e risalente ai tempi di The Lamb Lies On Broadway –, l’inedito strumentale Valley Of Kings, e The Waiting Room Only, un brano la cui natura è quella del pezzo aperto all’improvvisazione (dal vivo), e dunque mai uguale a se stesso. L’unico pezzo al quale non riesce a infondere nuova vita è Your Own Special Way, molto probabilmente l’episodio più debole risalente ai tempi d’oro. Ma facendo tale scelta Hackett compie un doppio errore: la canzone non andava ripescata né affidata al cantato di Paul Carrack che non fa che riportarci con la memoria ai Mechanics. Benché il chitarrista ce la metta tutta, con un solo da par suo, si tratta di una “mission impossible”, niente da fare. Ho sempre mal digerito questo tipo di iniziative – il tributo, la cover band, le imitazioni, il remake – ma in questo caso mi sento di fare una eccezione alla regola. Fino a questo punto, il 1996, quando Hackett imbraccia la chitarra, personalmente non riesco a immaginare un altro musicista che sappia trarne un suono migliore. Promosso anche alla voce “revisited”.

«A un certo punto, nei primi anni ’80, ricevetti una telefonata da Keith Emerson che stava lavorando con Jack Bruce e Simon Phillips. Mi disse “ti andrebbe di formare una band con noi?”. Feci qualche prova con loro poco prima della reunion a Milton Keynes. Gli altri Genesis sentirono che stavo pensando di lavorare in quella situazione e mi dissero “sarebbe la morte musicale”. Allora pensai “perché sarebbe la morte musicale?”. Keith ha fatto cose interessanti, Jack Bruce ha fatto cose interessanti, Simon ha fatto cose interessanti; ma sembrava che qualunque cosa suonasse come un supergruppo dava l’idea della morte musicale» (Steve Hackett)

Anthony Phillips si presenta con una doppietta anche nel 1996. Confeziona prima The Meadows Of Englewood, un lavoro realizzato in combutta con l’amico argentino, chitarrista e tastierista, Guillermo Cazenave col quale aveva già lavorato e inciso; poi, verso la fine dell’anno, ecco Private Parts & Pieces IX: Dragonfly Dreams, questo in duetto con Enrique Berro Garcia. Di nuovo c’è che il lungo brano che dà il titolo al disco – oltre 36 minuti, praticamente un disco a parte – è una lunga escursione elettrica che sa tanto di psichedelia e rischia addirittura di sfociare nel chitarrismo “primitivo”-ipnotico di band tedesche quali Ash Ra Tempel e dello stesso Manuel Göttsching. Ma da Phillips, novità oppure no, ci aspettiamo quella integrità e quella onestà che gli sono tipici. E sono alla base degli ennesimi due lavori che non riescono a deludere.

Si rifanno vivi anche i Brand X. Ma Live At The Roxy LA, anche se circola in poche copie come una release ufficiale, è un bootleg – di qualità sonora accettabile – stampato da Robin Lumley. Registrato il 23 settembre 1979 è una delle rare registrazioni (di discreta reperibilità) che ci danno modo di godere della band nella sua migliore formazione e ancora al centro della sua più brillante era. Nelle note di copertina, il tastierista ci tiene a fare sapere che la fonte della registrazione è una cassetta sul cui contenuto musicale non si è intervenuto per preservarne il feeling. Invece di farci prendere dalla smania di perfezionismo prendiamo la cosa per buona. Quello che conta è avere Phil Collins alla batteria, John Goodsall alla chitarra, Percy Jones al basso, Robin Lumley e Peter Robinson alle tastiere, tutti sullo stesso disco per quasi un’ora e mezza, senza tagli e rimescolamenti come avvenuto purtroppo per Livestock del 1977, il solo live ufficiale della band. Qualità sonora 6,5 + qualità artistica 10 = reperto obbligatorio da acquisire in tutti i modi (anche quelli non ammessi dalla legge, ma senza esagerare). Per esaurire l’anno discografico Mike + The Mechanics pubblicano Hits, una raccolta per il mercato europeo che presenta i tredici singoli di maggiore successo della band. Sulla bella copertina campeggia uno spossato Mike Rutherford dopo avere eseguito il solo di That’s All (è una battuta!).

I Genesis hanno scelto il nuovo cantante facendo audizioni nello stesso periodo nel quale componevano la musica per dare un seguito a We Can’t Dance. Tra tutti i candidati è doveroso ricordare almeno Francis Dunnery, uno dal timbro vocale ideale, nonché chitarrista sopraffino, inoltre ottimo autore di musica e testi, e per questo una personalità che cozza con le speculazioni di Banks e Rutherford che hanno in testa un burattino al quale concedere il minimo sindacale non solo in fatto di stipendio. Ecco dunque che la scelta ricade su Ray Wilson, già negli scozzesi Stiltskin, una meteora post-grunge dei mid 90s.

La nuova formazione comprende anche l’israeliano Nir Z (Nir Zidkyahu) alla batteria, un “picchiatore” senza eccessivo pedigree che è quanto di più lontano i Genesis hanno bisogno, e Nick D’Virgilio, un americano avvezzo al prog data la sua militanza negli Spock’s Beard. Tutti insieme raggranellano …Calling All Stations…, un disco che sconfessa dalle prime battute le fandonie che Banks e Rutherford avevano raccontato alla stampa.

L’attacco chitarristico della title track suona, dopo 16 anni, esattamente come quelli registrati per Abacab, la batteria assomiglia allo scorrere di una carrozza della metropolitana tra una stazione e l’altra, le tastiere poi sono le solite: non ci sono e se ci sono non si sa che ci sono. La nota positiva, che nessuno si aspetta dato il nefasto contesto, è che la voce di Ray Wilson regge bene. Una magra consolazione perché …Calling All Stations… offre davvero ben poco. Cosa abbiamo? Congo, il cui ritornello radio-friendly risulta piacevole finché sei imbottigliato nel traffico della rush hour; Shipwrecked dalla melodia che i Genesis dei tempi migliori avrebbero usato come merce di scambio per un paio di pinte di birra ciascuno al pub. Alien Afternoon non è buona nemmeno per quello. Not About Us, If That’s What You Need, Small Talk e Uncertain Weather – ammorbate dala letale “chitarra-follow-you-follow-me” di Pluto – fanno parte della stessa covata di pulcini tutti uguali: piccoli, di un solo colore, indistinguibili anche agli occhi della chioccia. Ci provano The Dividing Line, There Must Be Some Other Way, One Man’s Fool ad alzare la testa, ma anche quando le cose vanno bene non ci si riesce a distaccare dal modello Driving The Last Spike. Talmente appannate sono le loro facoltà, che Banks e Rutherford non riescono più a distinguere il catalogo dei Genesis da quello dei Meccanici, o dei loro più fallimentari dischi solisti. Forse sarebbe il caso di sedersi su un divano, braccia conserte, in attesa del triplice fischio o, perché no, mettersi a scrivere per altri. Del resto, all’inizio i Genesis volevano solo essere questo: autori di canzoni.

Se Calling All Stations… è  il canto del cigno, il povero pennuto è quanto mai rauco. Questi Genesis poi non si distinguono nemmeno più da molti dei gruppi di quegli 80s e 90s. Anzi, non è vero: in nessuno di loro milita un chitarrista più dannoso che inutile.

Con …Calling All Station… i Genesis raccolgono farina, zucchero, uova, acqua, poi impastano e mettono in forno. E servono in tavola così, pretendendo che tutti applaudano e mangino di gusto una torta senza lievito che hanno pure scordato di guarnire. Non ci sono più con la testa. E lo si capisce anche dal fatto che ai bis dei loro concerti del 1998 suonano Throwing It All Away e I Can’t Dance; e lo si capisce ancor di più ascoltando le nuove versioni live di Firth Of Fifth, Carpet Crawlers e The Lamb Lies Down On Broadway soffocate dai venefici fumi di tutto il ciarpame, composto, premiato e osannato oltre l’effettivo valore negli ultimi 20 anni di carriera.

Tutte queste scelte sbagliate inficiano un tour che dura da gennaio a maggio del 1998 per 47 date europee. L’affluenza è piuttosto scarsa, le date americane vengono cancellate, il disco stroncato senza appello dalla critica. È il primo lavoro dei Genesis dai tempi di And Then There Were Three a non arrivare al n° 1 in UK, e il primo dai gloriosi tempi di Selling England By The Pound a farsi sbattere la porta in faccia dalla Top 50 negli States.

Dove lo storico disco della band non vendeva per eccesso di qualità – troppo impegnativo per le radio e per un ascolto superficiale – …Calling All Stations… non vende per eccesso di inettitudine musicale. E riguardo a Wilson c’è da domandarsi se l’operazione Genesis sia stata per lui un affare o piuttosto un autogol. Che il ragazzo fosse in gamba si è capito in seguito. In qualche modo è uscito dalla discutibile esperienza con la schiena dritta e ha continuato a vivere di musica, pur barcamenandosi e non conducendo certo la vita della star.

Per 7/8 anni (1969-1977), i Genesis hanno preso la forma del diamante puro. In seguito, nei successivi 20, hanno cambiato pelle fino a trasformarsi in qualcosa di totalmente diverso. Un serpente cambia pelle ma non diventa un rospo. Va bene un cambio di rotta. Evolvere diventa necessario, se non fisiologico, in qualche caso anche auspicabile. Ma da un certo punto in avanti la band si è trasformata nella classica macchina da soldi. Non di cambio di pelle s’è trattato bensì di vendita dell’anima. Il fiume creativo si è pian piano trasformato nel deserto, e dell’acqua del “river of constant change” non è rimasta una goccia. L’addio di Collins era l’occasione migliore – quasi un insperato ma a quel punto quanto mai opportuno coupe de theatre – per dimostrare al mondo che la band, con le tasche rigonfie di sterline, giunta all’età della maturità (non solo anagrafica), dopo essersi presa tutte le soddisfazioni che poteva concedersi nel mondo del rock, era pronta a (ri)dare valore al significato dell’arte, o perlomeno a provarci. Il 17 febbraio 1998 il sottoscritto era al Palasport di Casalecchio a testimoniare della catastrofica involuzione della band. Il marchio Genesis non meritava di essere svilito in questo modo.

«Ognuno degli album che ho fatto da solo ha fatto peggio del precedente. Quando pubblicai Strictly Inc., l’ultimo dei miei album, non ho ottenuto alcun riscontro, da nessuna parte. Ero fiero di quel disco. Era pure un buon disco. Poi facemmo …Calling All Stations…, che era bello ed ebbe successo. Era diverso rispetto a quanto fatto in precedenza. Allora pensai, “bene, è fatta, forse ora è meglio fermarsi”. Eppure mi ronzava per la testa questo pensiero, da tanti anni: prima di mollare avrei dovuto fare un tentativo con la musica per orchestra. Mi è sempre piaciuto questo breve tema che avevo scritto molti anni prima per un film intitolato The Wicked Lady, ho pensato che con l’orchestra avrebbe reso molto bene» (Tony Banks)

Nel frattempo, se i Genesis hanno fatto la fine che hanno fatto, Steve Hackett, idealmente parlando, continua a essere il ragazzo che era all’inizio degli anni Settanta. A Midsummer Night’s Dream – che viene pubblicato il 1° aprile come fosse uno scherzo – ne è una palese testimonianza. Pubblicato per la collana EMI Classics, il disco raccoglie 18 brani (uno scritto da Roger King) che sono l’altro lato dello specchio dei Genesis in Wonderland. Dove la band si presta e si prostra, Hackett si erge in purezza e integrità artistica spalleggiato – ma non in tutti i brani – dalla Royal Philarmonic Orchestra condotta da Matt Dunkley. Nello stesso anno, (comprensivo) del chitarrista esce anche un disco elettrico. Lo pubblica la King Buiscuit Flower Hour Records, l’etichetta che stampa su disco la registrazione dei concerti mandati in onda dalla omonima trasmissione radio americana. King Biscuit Flower Hour Presents GTR – al Wiltern Theater, nel febbraio 1986 – offre una istantanea più cruda – più attendibile e godibile – del rutilante progetto GTR e della strana coppia formata da due primedonne dotate delle stesse armi e confinate nello stesso angusto spazio. Ma soprattutto nel disco c’è oltre mezzora di Hackett e Howe che tirano fuori dal cilindro, suonando da par loro e ben supportati dalla band (bravissimo Jonathan Mover alla batteria proveniente dai Marillion), alcuni dei conigli più immacolati della loro vita artistica oltre i GTR. Partendo da Hackett To Bits (GTR), l’ex chitarra dei Genesis inanella di seguito Spectral Mornings e la parte finale di After The Ordeal (da Selling England By The Pound), … In That Quiet Earth (Wind & Wuthering) e I Know What I Like (Selling England By The Pound). Poi tocca a Steve Howe, iniziando da Sketches In The Sun, proseguendo con Pennants (da The Steve Howe Album) e finendo con una corretta e integrale versione di Roundabout (da Fragile degli Yes).

Sul finire dell’anno, in novembre, arrivano altre due belle sorprese. La prima è una sorta di appuntamento fisso: quello con Anthony Phillips. Esce il terzo disco della serie Missing Links, Time & Tide, ventinove brani registrati tra il 1992 e il 1997, che grazie al sostegno di Joji Hirota alle percussioni compongono un mosaico dal sapore etnico, un lavoro unitario come raramente accaduto in precedenza nella discografia dei “collegamenti mancanti”, così come dei PP&P, del bravissimo artista. La seconda “improvvisata” è un regalo che nessuno riusciva a immaginare. Secondo le note di copertina di Missing Period dei Brand X, John Goodsall si vede consegnare dai familiari rimasti in Inghilterra una scatola contenente memorabilia della band di ogni genere, compresi diversi nastri senza alcuna notazione. Vagliati dal chitarrista insieme al bassista Percy Jones, si scopre che i supporti in questione contengono registrazioni antecedenti l’uscita di Unorthodox Behaviour, e dunque risalgono con tutta probabilità al 1975-1976. Signori, il pezzo di storia è servito: Phil Collins, John Goodsall, Preston Heyman (alle percussioni), Percy Jones e Robin Lumley suonano in piena libertà ponendo le basi di una della band più eccitanti del periodo, capace di ritagliarsi un posto nella storia della musica rock/fusion con solo una manciata di album, pur non potendo contare su apparati discografici disposti a investire e nemmeno sulla dea bendata. Ma questa, in un certo senso è musica maledetta, come tutta quella che invece di puntare a fare centro in classifica sgorga per il solo motivo – direbbe Robert Fripp – di dover venire al mondo facendosi strada attraverso il corpo e le capacità dei musicisti. La qualità delle registrazioni – che palesa ciò che verrà in seguito pubblicato sui primi due album – non ha nulla da invidiare alle release ufficiali. Solo, si poteva fare di più in fatto di packaging. Sia come sia, per qualunque fan della band Missing Period è un lavoro imprescindibile.

La fine degli anni ’90, soprattutto grazie alla fine dei Genesis, diventa un momento importante nell’archeologia musicale “genesisiana”. Abbiamo visto quanto accaduto – senza alcun clamore – per i Brand X, ma nel 1998 è la volta diAnthony Phillips che dopo le Live Radio Sessions (un CD di registrazioni di apparizioni radiofoniche fatte nel 1997 in combutta con Guillermo Cazenave, pubblicate inizialmente solo per il mercato spagnolo dalla Discmedi Blau e pochi mesi dopo dalla Astral Records dello stesso Cazenave per tutti gli altri paesi) si vede pubblicare dalla Blueprint, alla fine di marzo, The Archive Collection – Volume One, una raccolta che non è la solita sbobba preparate dalle label meno preparate ma una preziosa collezione di outtake periodo 1969-1990, molte delle quali risalenti agli anni ’70 e vedono il coinvolgimento di Mike Giles (King Crimson), John G. Perry (Caravan), John Hackett e vecchi amici come Mike Rutherford e Richard Macphail. Una vera chicca.

Ma in fatto di archivi, la scossa capace di mettere in subbuglio il mondo Genesis arriva da Archive 1967-75 proprio perchè… Genesis. Fatto ancor più clamoroso considerando quanto poco (e male) la band si sia mossa sul lato delle ristampe nel corso degli anni. Niente dischi dall’audio ripristinato, o ricolmi di bonus e corredati di libretti grondanti informazioni, resoconti dei protagonisti e interviste come fatto per tantissimi altri nomi storici del rock. Perché distogliere l’attenzione, o sprecare energie, nella celebrazione di un passato che sembrava non appartenere più alla band? Ma una volta che il presente ha ridimensionato i piani dei (… e siamo rimasti in) tre, ecco che le prospettive finalmente sono cambiate e ci si è ricordato di cosa fossero – e tuttora sono, e sempre saranno – i Genesis del periodo 1967-75.

Venendo al dunque: il boxset comprende 4 CD con i primi due a riportare per intero The Lamb Lies Down On Broadway nella versione dello show del 24 gennaio 1975 allo Shrine Auditorium di Los Angeles. Va detto che alla registrazione originale Gabriel e Hackett hanno apposto alcuni ritocchi, inevitabilmente, vista la qualità dei nastri originali, ma al netto di ciò il documento è storico. I cinque brani che aprono il disco 3, live dal Rainbow Theatre di Londra, registrati il 20 ottobre 1973, bastano da soli a spazzare via – musicalmente – tutti gli show dei Genesis dal tour di Abacab in poi. Altro che “Old Medley”! Poi, per chiudere in modo sontuoso il CD, giungono Stagnation – dalla BBC – e outtake degne di comparire da titolari su qualunque disco di studio: Twilight Alehouse, Happy The Man e Watcher Of The Skies in versione singolo. Il disco 4 raccoglie venti perle, tra antichi demos e inediti dei quali, in alcuni casi, si sentiva parlare da anni come pezzi di mitologia (su tutti Going Out To Get You, e le fantomatiche Sheperd, Pacidy e Let Us Now Make Love, tratte dal Night Ride show radiofonico della BBC, anno di grazia 1970), benché preda del mondo dei bootleg, verissimo.

Per i fan di “quei” Genesis è stato come il comando che ha scoperchiato le tombe. Un esercito di loro – compreso il sottoscritto – dato per morto e sepolto era ritornato in vita. Di nuovo nelle strade come zombie, a far tardi la notte, con una birra in mano e la foto di Gabriel nell’altra, a mangiarsi vivo il primo che passava per la strada canticchiando Illegal Alien o Maxine.

Archive 1967-75 viene pubblicato il 22 giugno, segnatevi questa data come ricorrenza da festeggiare tutti gli anni. E del resto, dell’importanza di questa pubblicazione se ne accorgono un po’ tutti, industria discografica e pure la (vecchia) band. Per l’occasione Gabriel, Banks, Hackett, Rutherford, Phillips e John Silver trovano modo di ritrovarsi per una sessione fotografica con ovvie speculazioni su una futura reunion a rincorrersi ed alcuni, non si sa se ben informati o meno, a riportare che tutti sarebbero d’accordo tranne uno. Che sia Gabriel? Che sia invece Tony Banks?

Ma le belle sorprese non finiscono qui: Steve Hackett forte del buon risultato ottenuto da Genesis Revisited ci riprova. Racimola un supergruppo – completato John Wetton e Chester Thompson alla sezione ritmica, Ian McDonald a tutto ciò che sa suonare che non è poco, e Julian Colbeck alle tastiere – e vola in Giappone. L’intento è deliziare i fan dagli occhi a mandorla con alcuni cavalli di battaglia dei Genesis così come altri del suo personale repertorio, più ovvie deroghe a tributare i compagni d’avventura: The Court Of The Crimson King, Battlelines, Heat Of The Moment, I Talk To The Wind. Le regole del commercio dicono che non si può fare a meno di trarne un doppio CD dal vivo, registrato tra il 16 e 17 dicembre 1996 alla Koesinenkin Hall di Tokyo, intitolato The Tokyo Tapes, data di uscita 27 aprile 1998. In più ci sono un paio di brani inediti di studio, Firewall e The Dealer, che sono tutt’altro che modesti riempitivi, e Los Endos nella versione di studio (da Genesis Revisited). Il gioco è bello ma comincia a diventare ripetitivo.

«Generalmente compongo con la chitarra acustica. Credo che la chitarra elettrica sia uno strumento meravigliosamente espressivo, ma non la penso come un mezzo per scrivere. Adoro suonarla, e alcune cose sono state scritte avendo assolutamente in testa la chitarra elettrica. Ma solitamente se sto lavorando su qualcosa, se sto elaborando armonie, è su una chitarra acustica» (Steve Hackett)

Un disco di hits, ma in studio, lo pubblica anche chi detiene i diritti di stampa della musica di Phil Collins. In ottobre. Come si intitola? …Hits, guarda un po’. Almeno quei tre puntini fanno la differenza, per la prima raccolta di successi del batterista & cantante & 101 cose (una in più del magazine). Il solito disco per gente che ha fretta. Che ama i vincenti anche sotto forma di musicisti. L’osso lanciato ai cani – senza intenzionale offesa per i fruitori di Collins, tra questi ci sono pure io – è una cover di True Colors di Cindy Lauper. A dimostrazione del fatto che la gente vuole sempre sentirsi dire, ma anche cantare, le stesse cose, …Hits schizza al n° 1 in UK e al n° 28 negli USA. La cosa sorprendente è che in Nuova Zelanda il disco si prende la prima posizione nelle classifiche nell’agosto 2008, a dieci anni di distanza dall’uscita: forse hanno portato le copie in quella terra lontana e misteriosa con la piroga. Paese che vai… (tre puntini che trovi).

Anche per i Brand X è tempo di antologie. Il doppio CD si intitola X-Files: A 20 Year Retrospective. La cui copertina è una delle più brutte della storia della musica al di là dei generi. Il primo CD è una carrellata live in ordine cronologico discendente, dal brano più recente al più lontano nel tempo, che offre brani e relative diverse formazioni partendo dal 1994 per finire al 1979. Esce dalla logica di compilazione l’ultimo brano, John “No” Doe, una breve jam di cui si è persa ogni memoria tranne il fatto di essere stata registrata nel 1976. Interessante e coinvolgente. L’unica cosa di cui dispiacersi è il terribile ritardo con il quale queste registrazioni, complessivamente di qualità accettabile, stanno venendo alla luce. I musicisti sono in buona parte quelli che hanno fatto la storia della band (ma non solo): John Goodsall, Percy Jones, Frank Katz, Franz Pusch, Pierre Moerlen, Kris Sjobring, Mike Clarke, Robin Lumley, Morris Pert, Preston Heyman, e naturalmente Collins. Il secondo CD è un potpourri di musica proveniente da progetti più o meno oscuri di Goodsall e Jones. Questa volta la qualità artistica è altalenante, i generi si diversificano e così le prestazioni, ma in gran parte si tratta di musica che ha ragione di esistere.

Conscia e preoccupata di avere risvegliato il pericoloso popolo di morti-viventi e fan della prima ora, la Virgin nel 1999 tenta di porre rimedio alla catastrofe offrendo pane per i denti dei più giovani sotto forma dell’ennesima antologia intitolata Turn It On Again: The Hits. Una ventina di brani (versioni di studio) che sono più o meno quelli che compaiono sul live The Shorts. Pubblicato il 26 ottobre 1999 il disco si aggrappa al gradino n° 4 delle classifiche UK e arriva al n° 65 di quella dei Billboard 200. I ragionieri della discografia sanno quello che fanno. Unico motivo di interesse: The Carpet Crawlers 1999, storico brano della formazione, ri-registrato per l’occasione da Gabriel, Banks, Hackett, Collins, Rutherford e pubblicato anche come singolo.

Nel frattempo Anthony Phillips non si fa distrarre nemmeno in prossimità del nuovo millennio. Solo per il mercato argentino, su misconosciuta label Melopea, esce una compilation intitolata Legend. Ai fan di tutto il mondo invece, a novembre, consegna il decimo episodio della serie PP&P intitolato Soirée, un grappolo di brani per solo pianoforte. Ma le uscite discografiche collegate in qualche modo alla band, in questo periodo diventano ben quattro. Due addirittura pubblicate lo stesso giorno. Merito di Phil Collins che con una mano porge A Hot Night In Paris, targato Phil Collins Big Band, e con l’altra offre la colonna sonora di Tarzan, lungometraggio animato della Walt Disney. La prima delle due uscite, dalla bella copertina che richiama l’illustrazione discografica degli anni ’60 – e sul retro l’omino stilizzato che suona la tromba con le iniziali PC – per il batterista è la realizzazione di un sogno. Scrive nelle note di copertina: “Era il 1966 quando sentii per la prima volta la Buddy Rich Swinging New Big Band. Tutte le altre cose che stavo ascoltando dovevano lasciare il passo e fare spazio a questo meraviglioso chiasso che avevo scoperto. Cercai altro e scoprii Count Basie con Sonny Payne (…) e poi Duke Ellington e molti altri. Decisi che un giorno avrei dovuto fare un tentativo e formare la mia big band. L’ho fatto trent’anni dopo. Nel 1996 ho girato l’Europa con Quincy Jones a dirigere la band e Tony Bennett come cantante. Ero in Paradiso. (…) Nel 1998 ho portato di nuovo la band in tour in Europa e USA. Abbiamo registrato alcuni show e qui c’è il risultato. Per me è una cosa fatta col cuore. Ritorno al posto dove appartengo, dietro la batteria, a suonare musica della quale sono fiero, con musicisti meravigliosi (…)”. Palese che Phil Collins si diverta, che i tamburi siano il primo amore al quale torna con slancio dopo averlo trascurato per troppo tempo. In un certo senso anche tradito, benché la sua musica sia sempre stata così piena di ritmo da pensare che la batteria gli sia sempre rimasta in testa, anche quando non era a portata di mano, anche quando era solo scritta sullo spartito.

La Phil Collins Big Band reinventa i successi del musicista (Sussudio, I Don’t Care Anymore, Against All Odds), dei Genesis più stanchi (That’s All, Invisible Touch, Hold On My Heart), e classici come Los Endos – qui The Los Endos Suite, con Daryl Stuermer alla chitarra –, Milestones (Miles Davis) e Pick Up The Pieces (della Average White Band, con Geoge Duke al piano). Collins non ha la libertà dei Brand X, qui il gioco è più incanalato: benché i solisti facciano cose funamboliche l’unico a non rimanere da solo sotto l’occhio di bue è proprio lui. Ma ugualmente è uno spettacolo – sonoro – che vale la pena provare anche se non siete avvezzi a questo tipo di suono. Con questo disco (e questo progetto), l’ultimo di una serie che l’ha visto protagonista fuori dai sicuri ma angusti confini degli ultimi Genesis, Collins si dimostra di gran lunga il più capace di spaziare – insieme a Gabriel e Hackett – tra i generi e sperimentare nuove esperienze. Banks e Rutherford non hanno avuto né la stessa elasticità né uguale bravura. Dicevamo di Tarzan, il 18 maggio esce la colonna sonora per la quale il cantante e batterista non solo scrive, produce, arrangia, ma canta anche in diverse lingue, quella di alcuni Paesi europei (Francia, Germania, Spagna) nei quali i brani cantati escono appunto nella lingua locale. Per la versione italiana interpreta canzoni intitolate come Se Vuoi, Sei Dentro Di Me, In Tuo Figlio, Al Di Fuori Di Me, Se VuoiFinale, che canta con grande padronanza, tradendo un po’ di accento, ovvio, ma nulla di imperdonabile. Insomma, Mal dei Primitives e Furia Cavallo Del West sono tutt’altra cosa.

Al botteghino il film va benissimo; il disco in classifica altrettanto e l’industria, che segue a ruota, lo omaggia dei premi più prestigiosi: You’ll Be In My Heart vince un Oscar e un Golden Globe nella categoria Best Original Song – oltre a ottenere una nomination come Best Song Written For Visual Media –, mentre l’intera colonna sonora (il cui score è di Mark Mancina, che aveva composto la musica di The Lion King) si accaparra un Grammy come Best Soundtrack Album. Non ultimo, Collins agguanta un American Music Award per essere risultato il migliore nella categoria Favorite Adult Contemporary Artist. In definitiva un disco piacevole, che alterna canzoni in italiano e inglese, e alcuni brani strumentali estremamente dinamici, tipici di una – buona – colonna sonora: come usa dire nel mondo del cinema per i film, “adatto a tutta la famiglia”. Un mese dopo, il 16 giugno, la stella col nome di Phil Collins viene depositata lungo il tragitto della Hollywood Walk Of Fame.

Il 4 maggio è intanto uscito Darktown di Steve Hackett, disco il cui dittico iniziale – non fossero bastati titolo, copertina e libretto che ritraggono immagini di sepolcri e il volto accigliato del chitarrista – fa da arcigna sentinella a un agglomerato cupo e al suo sinistro abitato: le asperità di Omega Metallicus, la title track con voce filtrata e il querulo sax di Ian McDonald (King Crimson) che stigmatizza il sistema scolastico britannico, la drammatica storia di guerra di The Golden Age Of Steam, lo strumentale Darktown Riot e la malinconica solennità che ammanta In Memoriam, tolgono il fiato e affievoliscono la luce. Ma un passo alla volta, sollevando lo sguardo e guardandosi attorno, ci si accorge che il cielo sta schiarendo, e quel mondo-città non è così umbratile come si pensava. Man Overboard, Days Of Long Ago e Jane Austen’s Door illanguidiscono l’umore; mentre Rise Again con una infusione di elettricità spazza in modo definitivo la cappa di tenebra. Sono Dreaming With Open Eyes e Twice Around The Sun ad abbagliare, la prima in modo gentile, la seconda quanto mai insuperabilmente à la Steve Hackett: grazie a un raggio luminoso emanato dalla chitarra elettrica che si eleva e si perde in lontananza come la luce di una stella attraversa il cosmo. L’ex Genesis non poteva chiudere il millennio in modo migliore.

«Non c’è niente di peggio del pensiero di tornare indietro e fare The Geese And The Ghost Part Two perché sarebbe un disastro. Ma fare qualcosa di quel genere e differente sarebbe bello, brani strumentali più lunghi che concedano la possibilità di maggiore sviluppo, invece che pezzi per library music di due o tre minuti» (Anthony Phillips)

L’ultimo dei quattro dischi sopra accennati e usciti in maggio è quello di Mike & The Mechanics dal titolo omonimo, altrimenti noto come M6 per non fare confusione con il disco di esordio del 1985 (Mike + The Mechanics). Per non fare confusione coi dischi precedenti bisognerebbe andare ben oltre il titolo però, ma è anche vero che c’è chi dei Meccanici non riesce a stare senza. Anzi, non sono pochi, dato che la band spedisce nella Top 40 inglese Now That You’ve Gone. Ciononostante le cose non vanno proprio a gonfie vele, e la pubblicazione del disco per il solo mercato europeo ne è indice. Venendo alla tracklist: Ordinary Girl ha un bel piglio beatlesiano, What Will You Do infonde vitalità, la intimista My Little Island non passa inosservata, Asking alza la testa, Open Up si gioca belle strofe ma un ritornello che diventa quanto mai Mike + The Mechanics, raro caso nel quale avere un marchio di fabbrica, un tratto distintivo, non è proprio la migliore delle qualità. Ma brano più brano meno, la band il compitino lo fa e lo consegna alla cattedra per tempo strappando la sufficienza. Nessun segno particolare, nessuna dote particolare, men che meno un chitarrista particolare. Bravi Paul Carrack e Paul Young – quest’ultimo, e dispiace davvero, morirà l’anno seguente – e bravino Mike Rutherford, al quale siamo per lo meno grati per averci evitato il bruciore di stomaco derivante dalla chitarra suonata in modalità “gnicca-gnicca-follow-you-gnicca-gnicca-follow-me”. Trattenersi deve essere stato uno sforzo titanico.

In un periodo di inattività, i Brand X si presentano con un doppio CD dal vivo intitolato Timeline. Il CD numero uno ci porta a Chicago, all’interno di un luogo non ben precisato il 16 novembre 1977. Sul palco ci sono John Goodsall, Percy Jones, Kenwood Dennard, Robin Lumley e Morris Pert. L’altro dischetto è faccenda dei due leader più Frank Katz alla batteria. Può sembrare il classico raschiare il fondo del barile: il mercato non è più interessato al jazz-rock, non in questa forma, e i Brand X provano a monetizzare qualunque pezzo della loro storia venga a galla. Ma è una mezza verità. Purtroppo l’interesse attorno alla band langue, ma questa doppia testimonianza è di valore. Soprattutto il secondo CD, registrato a New York il 21 giugno 1993, che copre un arco di tempo della band poco noto e svela materiale inedito o se già registrato in studio lo offre in forma differente. Ma questa è la prerogativa dei Brand X, ogni concerto mai uguale al precedente. In cinque o in tre, il gruppo ha sempre qualcosa di peculiare che gli passa per la testa e arriva agli strumenti in modo altrettanto sorprendente. Come quando, all’interno dei quasi dieci minuti di musica in libertà di A Duck Exploding, John Goodsall si profonde nella imprevedibile esecuzione strumentale di O Sole Mio. Forse i Brand X erano a Little Italy, oppure a Chinatown e Goodsall ama così tanto quel pezzo della nostra tradizione che niente lo ferma. Fatto che sta che nessuno dei presenti al concerto riconosce il brano. Strana coincidenza, molto prima di Goodsall, lo stesso numero lo aveva provato un altro chitarrista che ama l’Italia, Steve Hackett. Con la differenza che quella sera al Palasport di Bologna, negli anni ’80, una reazione ci fu. Eccome se ci fu.

Genesis is back. Gabriel is Back To Front

Intorno alla fine del 1998 Peter Gabriel viene ingaggiato per dare una mano alla realizzazione del Millenium Dome Show, uno spettacolo multimediale che si tiene all’interno dell’omonima sito londinese per celebrare l’avvento del 2000. La performance che debutta il 1° gennaio si replica 999 volte e chiude il 31 dicembre. Al fianco di Mark Fisher – che ha curato la realizzazione della scenografia per i tour di The Wall e The Division Bell dei Pink Floyd, ma ha lavorato anche con Madonna, Lady Gaga, Metallica e perfino per il Comitato per i Giochi Olimpici –, Gabriel si occupa delle musiche. Il disco che le raccoglie sotto il nome di Ovo – Music For The Millenium Dome Show viene pubblicato il 12 giugno 2000 ed è un lavoro che mette in risalto l’elasticità mentale del musicista che qui si circonda di nuovi e vecchi eroi del rock – tra i vocalist: Ritchie Havens, Elizabeth Fraser, Paul Bachanan, Neneh Cherry, il rapper americano Rasco; tra i musicisti: oltre i soliti Tony Levin, David Rhodes e Manu Katché, ecco Steve Gadd, Shankar, Stuart Gordon, Richard Evans, James McNally. Personaggi della più diversa estrazione sonora riuniti per realizzare un disegno che integra rap e rock, musica etnica ed elettronica, celtica e tribale. Tutto smontato e ricomposto secondo una metodologia tipica di Gabriel.

OVO è uno dei lavori più sfaccettati e complessi della discografia dell’autore, probabilmente il suo disco più incompromissorio, quello che non contiene alcun brano costruito per essere una hit, ovvero nessun “naturale” seguito a pezzi come Sledgehammer, Steam o Kiss That Frog. Si stagliano Downside-Up e Make Tomorrow, con Elizabeth Fraser e Paul Bachanan a dividere il microfono, mentre sulla riva opposta, quella degli strumentali, in The Nest That Sailed The Sky – col violino di Shankar – troviamo la stessa forza impressionista che ci aveva colpito nel profondo di Passion. Eppure è un forte senso di unitarietà a pervadere ed elevare OVO.

Anche il disco che esce in maggio a nome di John Hackett & Steve Hackett tende a un disegno similare. Sketches Of Satie è un progetto acustico per soli flauto e chitarra classica che intende omaggiare e allo stesso tempo veicolare la “voce” di un grande compositore classico in direzione di un pubblico poco avvezzo a quel mondo. La musica del francese è per pianoforte, i fratelli Hackett la traspongono per adattarla ai loro strumenti e farne un disco quasi ambientale. Da meditazione, verrebbe da dire, come per certo vino. Gymnopédie N° 1, nella sua intensa ed emozionante semplicità, è il pezzo più noto, un brano di una grazia e delicatezza paradisiache. Gymnopédie N° 2 e N° 3 che occupano solo un gradino più basso nella scala delle delizie sono utili anche solo per comprendere la provenienza di Kim, uno dei pezzi favoriti del pubblico che segue il chitarrista. Altrettanto valide sono le serie dei meno noti Avant Dernières Pensées, delle Gnossienne, e dei Nocturnes dal N° 1 al N° 5. La conseguenza di una vera passione, secondo quello che racconta Steve Hackett nelle note di copertina; un lavoro che prosegue nel solco della musica classica già tracciato da tempo, il suo quarto disco del genere, anche se per essere precisi il lavoro va ascritto, come detto, al duo Hackett & Hackett.

Non arrivano buone nuove sul fronte Phil Collins. Non si tratta di flop musicali, ma di cose ben più serie. Un virus lo ha reso parzialmente sordo da un orecchio. Ma questo non basta a fermarlo. In occasione del Music Manager Forum che si svolge il 21 settembre i Genesis si ricongiungono per suonare e omaggiare Tony Smith, loro storico manager. Gabriel decide di stare in disparte a godersi lo show, Collins indefesso sale sul palco. Nel frattempo Hackett si riprende la scena in ottobre con Feedback ’86, una raccolta di brani scritti nell’anno che suggerisce il titolo, molti dei quali composti per il secondo episodio dei GTR e mai pubblicati. Prizefighters, ad esempio, composta insieme a Steve Howe, veniva eseguita dal vivo dal supergruppo (compare anche nel live pubblicato dalla King Buiscuit Flower Hour nel 1997). Il disco è un deciso passo indietro nella discografia del chitarrista. Non bastano gli ospiti – Chris Thompson, Bonnie Tyler e Brian May, Pete Trevawas e Ian Mosley – e non aiuta quel clima AOR del quale il percorso del chitarrista in quel particolare momento della sua carriera è intriso. In pratica è il classico disco per completisti, ma non un fallimento completo: Notre Dame Des Fleurs – strumentale per la sei corde acustica – e The Gulf, in piena zona recupero, sono lì a raccogliere punti.

Il 6 novembre in negozio rispunta la sigla dei Genesis. Per la seconda raccolta di curiosità, b sides, versioni live e 12”. Archive #2: 1976-1992 copre la vita della band lungo un arco di tempo che parte dalla fine di un’epoca di splendore e si allunga verso la fase del cambiamento e l’inizio del declino artistico. Il paragone con il primo Archive è impari, ma sulla lunga distanza – e nonostante la copertina inqualificabile – nei tre CD troviamo perfino alcune chicche: Entangled (con Bill Bruford), Duke’s Travel, Ripples, The Brazilian, Burning Rope, Deep In The Motherlode, ad esempio, valgono più di un ascolto. Ci sono poi outtake che avrebbero meritato la parata su album in sostituzione di altri obbrobri – Inside And Out, Naminanu, Do The Neurotic, Vancouver, Evidence Of Autumn, Open Door, It’s Yourself –, e in quanto al resto fortunatamente non siamo proprio di fronte al peggio del peggio.

In pieno periodo natalizio arriva anche la strenna firmata Mike And The Mechanics, e cioè l’antologia intitolata Favourites / The Very Best Of.

Nel mondo Genesis il 2001 è appannaggio del solo Steve Hackett. È lui che pubblica via Camino Records, la sua etichetta personale, Live Archive 70,80,90s; generoso cofanetto di 3 CD, più uno di bonus nella versione limited edition. Il primo e il secondo disco dedicati al concerto al Hammersmith Odeon di Londra del 30 giugno 1979, il terzo allo show di Castel Sant’Angelo di Roma del 13 settembre 1981, il quarto risalente al 8 giugno 1993, nella sede del Grand Theatre di Londra. Il meglio del suo repertorio è interpretato in modo magistrale, con un gruppo di musicisti, soprattutto quello dei primi due eventi, che non sbaglia un colpo. Se i dischi dal vivo sono diventati una consuetudine più che appuntamenti di rilievo, questo Live Archive 70,80,90s è uno di questi ultimi. Dunque giù il cappello per il chitarrista che compone anche tre brani strumentali a supporto del documentario Outwitting Hitler che viene trasmesso dalla TV statunitense Showtime, resi disponibili in download gratuito sul suo sito e successivamente inclusi nell’album Metamorpheus (2005).

«Prendi una canzone come Domino, per esempio. Nella prima parte Mike suona un riff per tutto il tempo, e io provo a fare ogni cosa potevo per renderla interessante. Abbiamo fatto così per anni. Se vai indietro a brani come The Cinema Show e Apocalypse in 9/8, Mike è sempre fantastico nel trovare un groove. E quello mi dà la possibilità di metterci su quello che voglio» (Tony Banks)

Il 16 aprile 2002 torna a farsi vivo Peter Gabriel. È il primo output musicale dopo OVO, il titolo è Long Walk Home: Music From The Rabbit-Proof Fence, colonna sonora composta per il film Rabbit Proof Fence, in italiano La generazione rubata, diretto da Phillip Noyce (dietro la cinepresa anche di The Giver – Il mondo di Jonas). A differenza di OVO, Long Walk Home è un lavoro strumentale sulla falsa riga di Birdy, un crogiolo di frammenti sonori ambientali, di pennellate musicali impressioniste, con echi di qualcosa che il musicista ha già inciso (Sky Blue) o è in procinto di pubblicare (Up). Un disco di grande profondità emotiva, capace di catturare l’attenzione dell’ascoltatore e “forzarlo” a uno stato emozionale, spesso dolente e catartico, dettato da musica che risplende – per lunghi tratti anche della sua cupezza – di vita indipendente dalle immagini. Complessivamente, considerato quello che registrerà in futuro, una delle migliori cose realizzate da Gabriel nel nuovo millennio. Il migliore piazzamento nelle classifiche di vendita Long Walk Home lo ottiene proprio in Italia arrivando al n° 34, mentre un riconoscimento critico giunge dal mondo del cinema che nomina il disco per un Golden Globe Award come Migliore Colonna Originale per film.

Le parole Gabriel le riserva per Up che arriva nei negozi il 23 settembre, a ben 10 anni di distanza dal suo predecessore di studio Us. Un lavoro di lunghissima e sofferta gestazione le cui basi poggiano nel lontano 1995, che è costato tre anni di session e quattro tra quelle e la sua stampa via Real World. Gabriel è cresciuto – Growing Up –, ha superato la soglia dei 50 anni e comincia a sentire pressanti certi argomenti che nel mondo del rock, mediamente, sono tabù. La paura, la morte, il dolore, la perdita, questi gli argomenti sul piatto. Musicalmente l’impronta è quella che conosciamo, così come la qualità artistica che è alta. A mancare forse è l’elemento sorpresa che ti aspetti da una mente come la sua, da uno che si è sempre dimostrato sensibile a tutto ciò che lo circonda in fatto di novità, da uno che quando poteva giocava d’anticipo.

Sky Blue è autobiografica ma anche un’allegoria della vita stessa (“so tired of all this travelling” ), un brano dal finale commovente che lo ricollega all’epilogo della colonna sonora di Long Walk Home (ed è il tema del viaggio che ritorna). Il meglio continua con No Way Out, altra canzone sulla perdita, nella traslucida sofferenza che impernia I Grieve, nell’ovattato incedere orchestrale di My Head Sounds Like That, e nella disperata e allo stesso tempo speranzosa Signal To Noise che canta: “When all things beautiful and bright sink in the night / yet there’s still something in my heart / that can find a way / to make a start / to turn up the signal / wipe out the noise”. Ovvero: quando tutte le cose meravigliose e splendenti sprofondano nella notte / c’é ancora qualcosa nel mio cuore / che può trovare un modo / per offrire un inizio / per alzare il segnale / cancellare il rumore. Brano e parole rese oltremodo drammatiche dalla morte di Nusrat Fateh avvenuta prima del completamento del pezzo (verranno aggiunti postumi alcuni estratti di una registrazione del cantante pakistano tratta dal canale TV musicale VH1).

Ci sono poi due brani editati come singoli ma non di particolare successo commerciale: The Barry Williams Show, che prende di mira il mondo dei reality show, e More Than This. Ma Up è un disco in cui il termine spensieratezza non trova rifugio. Il frammento di tre minuti che chiude il disco, The Drop, è una sorta di sequel a Here Comes The Flood nella versione per soli voce e piano, un pezzo che il cantante si trascina dal vivo da tempo immemore. “One by one / You watch them fall / Fall through cloud / One by one / You watch them fall / No idea where they’re going / But down”. Una per una / le vedi cadere / cadere dalle nuvole… / nessuna idea dove siano dirette / se non giù…”, e il riferimento va dritto al motivo della copertina, con quelle cinque gocce che danzano nel vuoto e imprigionano il volto dell’artista che fa capolino, sfocato, sullo sfondo. Up è un disco inequivocabilmente à la Gabriel – che il musicista produce (quasi) in solitaria –, ma anche un lavoro che si staglia su tutta la precedente produzione. Lo domina un senso di disincanto, forse di accettazione di un destino ineluttabile. A ben guardare il cantante mette in pratica anche un sottile gioco di sottrazione, soprattutto nei testi, che porge in maniera quasi scarna, di certo semplificata, come fosse in un certo senso conscio, e pago, di essere arrivato a una conclusione, alla fine di un lungo viaggio, e di come ora sia “stanco di tutto questo viaggiare”. Sono oramai i tempi della vita liquida e di conseguenza della musica liquida. I dischi – anch’essi alla fine di un ciclo, del loro viaggio – sono oggetti avviati all’obsolescenza. Up raggiunge il n° 1 in Italia, il n° 2 in Canada, il n° 4 in Francia, Polonia e Svizzera, il n° 9 negli USA, ma in patria non riesce a entrare nella Top 10.

Il 3 giugno Phil Collins fa il batterista della house band di un posticino che si chiama Buckingham Palace. Un “localino” gestito da Elisabetta II. È il culmine di quattro giorni di festeggiamenti che intendono celebrare il Golden Jubilee della Regina, i suoi 50 anni di reggenza della corona. Insieme a Collins ci sono Phil Palmer alla chitarra, Pino Palladino al basso, Paul Wickens alle tastiere (Paul McCartney, John Foxx, The The…), il percussionista Ray Cooper, e il sassofonista Eric Robinson. Tra i vari ospiti Queen, per i quali Collins suona la batteria mentre Roger Taylor (che era dietro ai tamburi quando Collins si dava da fare alla voce con You Can’t Hurry Love) è impegnato a cantare Radio Ga Ga. Uno scherzetto, si fa per dire, da 12.000 spettatori sul posto, 1 milione attestati lungo il Mall (il viale che porta da Buckingham Palace a Trafalgar Square e al Queen Victoria Memorial) e 200 milioni di fronte agli apparecchi TV. Un evento propagandato come il più grande concerto nel Regno Unito di sempre. Cinque mesi dopo, in novembre, Collins se ne esce con un altro album da solista. Si intitola Testify, e almeno per quanto riguarda la copertina torna alla tradizione del suo volto in primo piano – un’espressione burbera – tradita solo dal precedente Dance Into The Light. Cosa ci si può aspettare dall’eclettico artista a questo punto della sua carriera? Esattamente ciò che mette nei dodici/tredici brani (nella edizione giapponese e australiana c’è n’è uno in più) che compongono il disco: canzoni alle quali ci ha abituato, piccoli approdi sicuri, dalle acque calme e calde, per lui e per chi lo ha seguito nella carriera oltre i Genesis, un esercito di fan che comincia a disertare. Tra le canzoni ispirate alla sua vita personale, sempre a cavallo fra divorzi e beghe, qualche attenzione per il sociale e cose più frivole, colpiscono It’s Not Too Late che ha una sorprendente somiglianza – anche vocale – col più recente Gabriel; This Love This Heart, la classica ballata intimista pezzo forte della casa; e The Least You Can Do, scritta insieme a Daryl Stuermer. C’è anche una cover, Can’t Stop Loving You di Leo Sayer, che esce come primo singolo e arriva negli USA al n° 1 della Adult Contemporary Charts. L’album si attesta però a un modesto – considerato i precedenti – 30° posto nella classifica di Bilboard, e al n° 15 in patria. Ma benché Testify risulti il disco di Collins che fa meno sfracelli le cose non vanno poi così male, perché grazie alle vendite registrate nell’Europa continentale il settimo lavoro di studio del batterista raccoglie il consueto malloppo di dischi di platino e d’oro che vanno ad accatastarsi nel capiente forziere dei trofei. E a onore del vero Testify non è un disco privo di qualità, nonostante la scarsa accoglienza riservatagli dalla critica che non aspettava altro che la buona sorte girasse le spalle al buffo “Signore delle classifiche”. È sempre stato difficile “perdonare” chi ha troppo successo: se ne attende con pazienza l’inciampo e poi il ruzzolone, fino alla caduta rovinosa, soprattutto se questi ha le fattezze della persona qualunque, dell’uomo della porta accanto, di quello che “io saprei fare anche di meglio”.

Per quanto riguarda Hackett va intonata la solita litania: esce un disco dal vivo, l’ennesimo, Somewhere In South America, che per l’ennesima volta non si può fare a meno di apprezzare per quella capacità di aggiungere, togliere e ritoccare la sua stessa musica. Prendete questo doppio CD e DVD e confrontatelo con le ultime release live dei Genesis e vi renderete conto che non c’è partita. L’etichetta Recall immette inoltre sul mercato Genesis Files, compilation di 2 CD infarcita di brani tratti da Genesis Revisited, Darktown, Bay Of Kings, Feedback ’86 e The Tokyo Tapes. Nessun inedito. Il chitarrista si toglie poi lo sfizio di comparire su tre brani, per quasi mezz’ora di musica, di Emergent, il secondo lavoro dei muscolari Gordian Knot, band del bassista Sean Malone alla quale si aggiunge pure Bill Bruford. Ma nell’anno 2002 perfino Anthony Phillips riesce a iscriversi al gioco delle release pressoché inutili. Lo fa con Soft Vivace che si materializza in aprile. Una antologia di materiale totalmente noto stampata per la piccola etichetta di Guillermo Cazenave atta a promuoverne la musica in terra di Spagna e nelle regioni di lingua spagnola.

«Se fossi rimasto nei Genesis credo che avrei seguito il loro corso. Non mi sono mai sentito critico sulla decisione diventare più commerciali» (Anthony Phillips)

L’estate del 2003 per i fan dei Genesis è molto calda. Come accade da diversi anni il più attivo si dimostra Steve Hackett. In giugno esce addirittura con due dischi a distanza di una settimana. Il primo, di studio, quattro anni dopo Darktown, è To Watch The Storms, uno dei dischi più eclettici dell’intero catalogo del chitarrista. In tracklist: Marijuana Assassin Of Youth, un improbabile rock blues infarcito di citazioni musicali anche più inverosimili; e ancora in fatto di blues Fire Island, oppure Brand New che avrebbe potuto fare parte del repertorio dei GTR e vede Ian McDonald prodigarsi al sax. La parte del leone però la fanno, e sono tanti, i brani più squisitamente progressive, con alcune sorprese assolute come Frozen Statues, suggestiva parentesi per pianoforte e voci colte chissà dove, con aggiunta di tromba e Hackett al canto; o il meraviglioso strumentale di Wind, Sand And Stars che inizia come un brano dei Tangerine Dream del periodo Phaedra e sfocia in una esplosione di colori generati dalla chitarra classica. Poi un pugno di composizioni che lavorano come una squadra vincente: il frammento “bladerunneriano” di Pollution B e l’aggressiva Mechanical Bride, The Silk Road che si tinge di esotismo e la fokeggiante Come Away, il break acustico di The Moon Under Water e Serpentine Song dal meraviglioso finale impreziosito dagli strumenti a fiato di John Hackett e Rob Townsend. C’è anche una cover, “strana” in tutti i sensi, non solo musicalmente, perché di derivazione tutt’altro che progressive: The Devil Is An Englishman di Thomas Dolby.

Il secondo disco di Hackett esce il 28 giugno ed è Live Archive NEARFest, 2 CD registrati al Patriots Theater di Trenton, New Jersey, il 30 giugno 2002. Due mesi dopo segue il terzo: Hungarian Horizons – Live In Budapest, altri 2 CD o DVD che rappresentano il resoconto di un concerto a tre – Steve e John Hackett più Roger King alle tastiere – che il chitarrista impreziosisce con brani classici di Satie, Vivaldi, Debussy, Bach, Carcassi, Giuliani. E come non bastasse il suo prodigarsi ce ne sarebbe un quarto, per merito (o colpa) della King Biscuit Flower Hour Records che ristampa con diversa copertina e titolo – ora è Greatest Hits Live – il live dei GTR già pubblicato nel 1998.

Per quanto riguarda le antologie, Peter Gabriel contribuisce con Hit che esce il 4 novembre, e Anthony Phillips con Soundscape pubblicato in aprile. Entrambi doppi CD senza sorprese (solo la briciolina di Downside Up live in quello di Gabriel). Più interessante il disco che Phillips immette sul mercato il 16 giugno. Radio Clyde è una registrazione che risale addirittura all’estate del 1978, di un concerto “live in the studio” avvenuto negli studi di Radio Clyde di Glasgow, in Scozia. Dato che il polistrumentista non si esibisce dal vivo dai tempi dei Genesis, ed esiste solo un altro reperto registrato live (at home), lo show rappresenta senz’altro una preziosa testimonianza, ma è la qualità del registrato che conta, e qui ce n’è tanta. Phillips con voce e chitarra sciorina brani come Reaper e Field Of Eternity o Flamingo; e poi magnifiche sorprese come Moonshoter e Now What (Are They Doing To My Little Friends): in origine su Wise After The Events con fastoso arrangiamento, ma qui, ridotte all’essenza, non fanno che confermare quanto il cuore della sua musica, la sua parte centrale, sia di assoluto valore. E come non citare il trittico Silver Song, Which Way The Wind Blows – cantate in studio da Phil Collins – e Matter Of Time? Da sole valgono il… prezzo del concerto.

Nel 2003 esce dal guscio anche Phil Collins, che dopo l’ottimo lavoro svolto per la colonna sonora di Tarzan viene confermato dalla Disney per Koda, fratello orso. Nuovamente accanto a Mark Mancina, con il quale compone i tre strumentali, Collins scrive nove brani tra cui uno cantato da Tina Turner (Great Spirits), uno dal Bulgarian Women’s Choir, uno da lui stesso insieme al gruppo vocale dei Blind Boys Of Alabama e a Oren Waters. Tutti gli altri sono faccenda sua. Come già successo per Tarzan, nella versione italiana canta in lingua indigena. Ai Satellite Awards, Great Spirits guadagna una nomination come Miglior Canzone Originale, agli ASCAP Award del 2004 Collins viene insignito del Top Box Office Films, agli Annie Awards del 2004 la musica del film prende una nomination come Migliore Colonna Sonora mentre ai BMI Film & TV Award vince nella stessa categoria. L’uomo invecchia tra mille difficoltà fisiche, ma l’artista continua a fare un ottimo lavoro. Look Through My Eyes, No Way Out, On My Way, Transformation sono lì a testimoniarlo.

Si fanno risentire anche i Brand X, che tuttavia continuano a sfornare musica già sfruttata o registrata dal vivo. Meglio di niente. Spetta alla piccola Buckyball Records pubblicare Trilogy, box set di 3 CD: il primo e il secondo costituiti dalla ristampa degli album di studio Manifest Destiny e X Communication, il terzo comprendente la registrazione di un concerto del 27 settembre 1979 al The Bottom Line di New York. Per chi non avesse i due CD di studio (oggi di difficile reperibilità) l’acquisto è d’obbligo. Se poi si aggiunge la performance dal vivo, il discorso è simile a quelli fatti per Hackett e i suoi dischi live: qualità di scrittura, di esecuzione, di inventiva messa in campo per rendere ogni concerto diverso dall’altro, sono assicurate. L’ultima chicca dell’anno arriva da Gabriel con il DVD Growing Up Live, secondo palese tributo all’Italia, poiché registrato al FilaForum di Milano il 12 e il 13 maggio 2003 (il primo è stato il doppio CD intitolato Secret World Live, registrato il 16 e 17 novembre 1993 al Palasport di Modena).

La più bella sorpresa del 2004 è il ritorno di Tony Banks in veste del tutto inattesa. Dall’ultimo album che lo vedeva protagonista, Strictly Inc., sono passati quasi dieci anni. Una lunga fase che non è trascorsa invano, se è vero che il tastierista giunge a questa importante tappa completamente disintossicato. Da cosa? Dalle velleità di classifica che lo avevano così bene abituato ai tempi dei Genesis. Il tastierista si è guardato allo specchio e ha capito chi era. È tornato a fare quello che ha sempre saputo fare e fatto al meglio per tantissimo tempo, almeno dagli esordi con i Genesis fino agli albori degli anni ’90: musica pura, cristallina, strumentale (talvolta fatta cantare in modo appropriato). Solo che in questo caso, invece di limitarsi a realizzare canzoni e brani secondo le modalità del progressive rock, si slancia addirittura verso la musica classica e agisce soprattutto da compositore, scrivendo sette brani per orchestra: cinque immaginati per il progetto in questione e un paio di vecchia gestazione rimasti nel cassetto. Il titolo del disco svela senza mezzi termini di che si tratta: Seven – A Suite For Orchestra. L’orchestra è la London Philharmonic Orchestra condotta da Mike Dixon, i brani sono stati registrati nel luglio del 2002 e Banks suona il pianoforte solo su tre di essi, Spring Tide, The Ram, The Spirit Of Gravity. Il risultato è grandioso. I detrattori direbbero pomposo. Ma questa è musica sinfonica e Banks va goduto in tutta la sua magniloquenza, ritrovata lucidità e capacità di inanellare melodie e intrecci armonici, nell’alternare con rispolverata sapienza la dinamica dei pieni orchestrali alla voce del singolo strumento, nella sua infinita classe che pareva andata smarrita e invece era solo stata inconsciamente silenziata. Anche se ha messo via i synth e gli hammond, il musicista è tornato e ne siamo estremamente felici.

Al sussulto di Banks gli altri ex e la stessa sigla madre (o chi per loro) rispondono in modo blando. La Virgin in maggio pubblica The Platinum Collection, un box che raccoglie le ristampe di Face Value, No Jacket Required, … But Seriously di Phil Collins. E sempre la stessa label, in una straordinaria dimostrazione di creatività, si fa notare il 1° novembre per la pubblicazione di una raccolta di 3 CD che va a ingrossare il catalogo Genesis. Udite, udite, il titolo che danno alla collezione è Platinum Collection. Ammirevole. Con Phil Collins ci prova anche la Atlantic che lancia, ancora il 1° novembre, un’antologia intitolata Love Songs: A Compilation… Old And New. Ma l’etichetta americana fa meglio della inglese perché compie almeno il piccolo sforzo di inserire, tra inediti e brani dal vivo, una manciata di canzoni che per i die hard fan possono giustificare la spesa. Perfino l’accattivante copertina offre l’idea di qualcosa che non è stata buttata lì e impacchettata di fretta, badando al risparmio.

«The Lamb Lies Down On Broadway è il miglior disco che abbiamo mai fatto» (Phil Collins)

Non solo Banks. Anche Mike Rutherford esce dalle nebbie del tempo con il primo album di studio a cinque anni di distanza da M6. Ora la formazione dei Mechanics si è ridotta a due – il chitarrista e Paul Carrack – più una serie di turnisti che si danno da fare per dare una mano e tutto sommato operano bene. Non senza sorprese, e pur scandagliando a fondo, i “nuovi” Mike + The Mechanics + Paul Carrack – questa la dicitura esatta della band – riescono a produrre qualcosa di nuovo ma soprattutto di buono: buono che consiste, in modo palindromico, proprio in quell’essere nuovo, almeno relativamente al marchio Mechanics. Per esempio il copioso uso di elettronica – a volte spinta sul ritmo, altre virata all’etereo – del quale si fa uso in brani come One Left Standing, If I Were You, Rewired, Falling, Underscore (un ottimo, cinematico, strumentale!): finalmente una buona idea. Ci sono almeno in tre, oltre allo stesso Rutherford, a cimentarsi al “programming”. Che porta sonorità talmente avulse dai classici Meccanici da fare di Rewind un lavoro, se non consigliabile, per lo meno da provare; perfino da tenere nello spazio che dedicate ai dischi che non vanno sbolognati, almeno non nell’immediato. Stare fermi a rimuginare almeno un lustro, per alcuni ex Genesis si è rivelata una buona terapia. Tanta elettronica in più, tanta chitarra in meno, e perfino Mike + The Mechanics trova ragione di esistere. La cosa intrigante è che a posteriori Mike Rutherford dichiarerà che questo disco non gli piace e non avrebbe mai dovuto farlo. Una dichiarazione che non fa che avvalorare la tesi che si tratta di un buon disco. Come oramai va di moda, Rewired viene pubblicato in tutte le versioni possibili: singolarmente, in coppia con un DVD, insieme al CD Hits. E a differenza di M6 il lavoro viene stampato anche negli USA dalla Rhino Records.

Resta tempo, nel 2004, per concedere una opportunità ad altri chitarristi e al contenuto dei loro “magazzini”. Anthony Phillips prepara la bella antologia Archive Collection II, due CD che raccolgono brani registrati tra il 1971 e il 1988, inediti o in versioni demo, o alternative. (Ma quanto ha suonato quest’uomo?). Viene pubblicata in maggio dalla Voiceprint, con una copertina al solito intrigante, di quel talento dell’illustrazione mai troppo incensato che è Peter Cross. Con i suoi archive arriva anche Steve Hackett, sono due dischi dal vivo, entrambi doppi CD, Live Archive 03 e Live Archive 04. Il primo registrato lungo l’arco del To Watch The Storm Tour, tra ottobre e novembre, in Gran Bretagna, Germania, Belgio, Svezia. Il secondo di più fresca origine registrato il 3 aprile del 2004 nella concert hall Petőfi Csarnokdi a Budapest, in Ungheria. Risponde per ultimo Peter Gabriel che nel 2004 non riesce a fare di meglio che impacchettare insieme 23 video di canzoni che coprono l’intero arco della sua carriera – da Solsbury Hill a The Drop – in formato DVD sotto il nome di Play – The Videos, disponibile da novembre. Non che si tratti di una operazione disdicevole, per carità. Ma tra le dita resta sempre quella strana sensazione, come stanno facendo tutti quanti, che si stia spremendo il limone quando oramai non dà più una goccia di succo. I Genesis, invece, nella loro carriera hanno messo in cascina una tale quantità di fieno che anche restando immobili ottengono riconoscimenti, piaccia o no. La prestigiosa rivista inglese Q li mette al 17° posto nella lista delle band più grandi di sempre in base ai seguenti criteri: numero degli album venduti; quantità di tempo relativa alla presenza nelle classifiche del Regno Unito; numero di show in veste di headliner. Insomma dati congrui: bazzecole come la qualità artistica e il valore storico li lasciamo alle chiacchiere da bar.

Nel 2005 Hackett continua, con puntualità svizzera, a solleticare il palato dei fan offrendo musica inedita e la consueta nuova puntata dei Live Archive. Alla fine di marzo la Camino Records pubblica Metamorpheus, prodotto dell’alter ego acustico del chitarrista. Rispetto al consueto lavoro classico, e all’immancabile presenza del fratello John, c’è la novità della Underworld Orchestra ad accompagnare, tanto che il disco è accreditato a Steve Hackett & Underworld Orchestra, piccola orchestra da camera a sei elementi composta di tromba, contrabbasso, corno francese, violino e due violoncelli. La narrazione che sta alla base del disco riguarda la storia di Orfeo e del suo viaggio nell’oltretomba. Musicalmente, quello che il chitarrista ha sempre fatto con la chitarra classica viene amplificato dalla presenza degli orchestrali che offrono un contributo importante in fatto di dinamica, dando all’esperienza dell’ascolto quella profondità di campo che in certe occasioni mancava ai suoi precedenti lavori acustici. Da frammenti di poco meno di due minuti di durata, infatti, si va agli oltre dodici di That Vast Life, una sorta di suite acustica che rappresenta, al di là della durata, una delle più belle composizioni scritte dal chitarrista. Un brano che si avvicina, per filosofia, a quanto fatto da Tony Banks con Seven. La caratura e brillantezza della scrittura, e della resa oltre lo spartito, è quella. Senza troppo girarci intorno Metamorpheus è uno dei dischi più maturi e coinvolgenti, benché in modo atipico, di Hackett. Da questa esperienza di studio nasce Live Archive 5, interpretato dallo Steve Hackett Acoustic TrioSteve & John Hackett, Roger King alle tastiere –, registrato il 3 aprile 2005 alla Queen Elizabeth Hall di Londra e pubblicato il 23 agosto.

In data 17 ottobre Anthony Phillips arriva nei negozi con Field Day. Anche per lui è passato un lasso di tempo enorme dal precedente disco di studio, ben sei anni. Si trattava di Soirée, l’episodio numero X della serie dei Private Parts & Pieces. E Field Day, una copiosa lista di 61 brani acustici, tutti suonati in modo autarchico, prosegue nel solco della tradizione del marchio: musica che è l’equivalente di una tiepida brezza primaverile dopo un rigido inverno, l’abbraccio di un amico che vedete una volta all’anno, il sole che cala nel mare in lontananza e vi fa fantasticare. Peter Gabriel, invece, sta agli antipodi e sfrutta formati che nel frattempo si sono affermati sul mercato: Still Growing Up: Live & Unwrapped esce in DVD il 22 novembre 2005.

Steve Hackett ha preso un buon ritmo e pare non volersi più fermare. Dopo un sostanzioso hors-d’œuvre a base di brani dal vivo, Live Archive ’83 (registrato alla Queens Hall di Edimburgo nel 1983 e reso disponibile nel giugno 2006) la Camino Records pubblica Wild Orchids, un viaggio sonoro capace di toccare le più distanti sponde, come il chitarrista ci sta abituando sempre più spesso. Pur essendo un modello frammentario, con qualche episodio che rasenta il kitsch – A Dark Night In Toytown; Waters Of The Wild, la prima incursione di Hackett nel raga indiano; i pochi secondi di Why –, o sa tanto di già sentito – The Fundamentals Of Brainwashing ha una pericolosa somiglianza, nel ritornello, con High Hopes dei Pink Floyd – l’essenza della maggior parte delle singole composizioni è di tale valore da rintuzzare ogni genere di critica. Non mancano, anzi, i brani che si candidano a diventare potenziali classici. E gli strumentali che sono sempre stati il suo pezzo forte e anche questa volta producono almeno un paio di perle assolute, Blue Child e Howl. Ma per i fan dei Genesis il 2006 è una data da sottolineare con la penna rossa perché il 18 ottobre la band annuncia il Turn It On Again Tour, il primo con Collins in quattordici anni. Nessuno se lo aspettava. Ma quello che trapela nell’occasione è ancora più emozionante perché avrebbe rischiato di realizzare il sogno di ogni fan della prima ora: nel 2004, in novembre, Collins, Banks, Rutherford, Hackett e Gabriel si sarebbero riuniti in gran segreto a Glasgow per discutere l’ipotesi di portare in tour una versione tecnologicamente aggiornata e rivisitata di The Lamb Lies Down On Broadway. Purtroppo è Gabriel, (per la seconda volta) a mandare in frantumi il sogno, proprio come aveva fatto con “la macchina musicale perfetta” nel 1975. Un rifiuto che alla luce di ciò che il cantante farà da questa data ai giorni nostri, e della avvenuta reunion formato tre + due (Stuermer e Thompson), fa doppiamente male.

Phil Collins nel frattempo ha approfittato dell’escursione nella terra delle colonne sonore per allargare il raggio d’azione e spingersi fino a sondare il musical, uno dei pochi mondi musicali sul quale non si era ancora abbattuto con la forza del martello di Thor. Lo fa con Tarzan che nasce sulle fondamenta della versione Disney per il cinema. Alla musica scritta per il lungometraggio a cartoni animati, Collins aggiunge altre nove canzoni scritte per l’occasione. Lo spettacolo esordisce a Broadway il 24 marzo 2006 e viene replicato per quasi 500 volte, chiudendo l’8 luglio 2007. Dopodiché viene realizzato da produzioni locali in Olanda – dove nel 2008 viene premiato come Migliore Musical –, Svezia, Germania e perfino nelle Filippine.

«Mike e io fummo contattati per fare la musica per The Shout molto tempo fa, nel 1978, e io per scrivere la colonna sonora di The Wicked Lady. Mi proposero di farne altre a metà anni ’80, ma a quel tempo eravamo molto impegnati col The Invisible Touch Tour che si protrasse per lungo tempo. Quando decisi che volevo davvero scrivere per il cinema fu dopo We Can’t Dance, ma non trovai più nessuno interessato» (Tony Banks)

È il 2007, l’anno del grande ritorno. E di un ritorno in grande. L’apparato scenografico e tecnico, la strumentazione, sono quanto di più spettacolare la band abbia mai utilizzato. I concerti sono 47, quasi equamente distribuiti tra Europa e Nord America. Il Turn It On Again Tour utilizza un palco gigantesco progettato dall’architetto Mark Fisher e un fantascientifico impianto luci che è opera di Patrick Woodroffe, solo un omonimo dell’indimenticabile illustratore di copertine per Greenslade, Budgie, Bandolier, Judas Priest, Pallas e dell’intero The Pentateuch Of The Cosmogony. Di tempo ne è passato, ma Genesis è ancora un buon nome da spendere: per i concerti nel Vecchio Continente vengono venduti 400.000 biglietti. In Germania e Olanda sono esauriti in poco più di mezz’ora. Il 7 luglio la band apre l’edizione inglese di Live Earth che si tiene al Wembley Stadium – un evento mondiale che si svolge in contemporanea in buona parte del mondo civile ed è trasmesso in diretta dalla TV – per sensibilizzare la gente sui rischi del cambio climatico. La band esegue Behind the Lines/Duke’s End, Turn It On Again, Land Of Confusion e Invisible Touch. Ma l’apice del tour è toccato in occasione dell’ultima data, non a caso italiana, con il concerto del 14 luglio al Circo Massimo di Roma, all’interno del quale, anche grazie al fatto che l’evento è gratis, si radunano mezzo milione di persone in visibilio. Sul fronte delle pubblicazioni il rinnovato – o mai sopito – interesse per il gruppo porta alla rimasterizzazione di tutto il catalogo per mano di Nick Davis. I dischi vengono suddivisi in tre box set: Genesis 1970–1975, Genesis 1976–1982 e Genesis 1983–1998. Ogni titolo è doppio e contiene un Super Audio CD con nuovo missaggio e un DVD in surround 5.1. In più ci sono interviste, materiale raro, spezzoni dal vivo. Finalmente si concede la meritata attenzione a una band che ha scritto la storia del rock. In più, per sfruttare l’onda lunga dell’entusiasmo dei fan che hanno decretato il successo del recente tour, alla fine di novembre viene messo in commercio Live Over Europe 2007, doppio CD con 21 brani che ripropongono la musica eseguita in Inghilterra, Olanda, Finlandia, Germania, Francia, Repubblica Ceca, Italia.

Peter Gabriel invece tiene un profilo basso. Sforna una sola registrazione che viene data in omaggio col tabloid settimanale The Mail On Sunday del 17 giugno. Si tratta di una compilation che raccoglie 14 brani di ottima qualità, la cui raccolta di fondi serve per finanziare The Elders: Global Elders For A Global Village, una organizzazione non governativa con scopi umanitari la cui fondazione si deve proprio all’impegno congiunto dello stesso artista e del miliardario Richard Branson. All’appello delle registrazioni nel 2007 non manca Anthony Phillips che si presenta con un CD registrato insieme all’amico e collaboratore di vecchio corso Joji Hirota. Wildlife è la raccolta di brani che ti aspetti dal polistrumentista, sempre più assorbito dal mondo dei documentari naturalistici per la televisione – nel caso specifico Survival e Natural World, serie trasmesse entrambe dalla BBC – e relative sonorizzazioni. Nulla di nuovo, ma come sempre godibile. Alla cerimonia dei VH1 Rock Honors – evento annuale inventato per omaggiare le band che hanno influenzato il suono della musica rock – i Genesis sono presentati e premiati dall’indimenticato attore americano Robin Williams. Come si usa in questi frangenti un’altra band paga omaggio eseguendo un brano – i Keane con That’s All – dopodiché i Genesis con Daryl Stuermer e Chester Thompson si lanciano nell’esecuzione di Turn It On Again, No Son Of Mine e Los Endos.

Nel 2008 Gabriel viene coinvolto dal celebre compositore di musiche per film Thomas Newman nella realizzazione di un brano, Down To Earth, che viene inserito nella colonna sonora e sui titoli di coda del lungometraggio animato WALL-E. La canzone gli vale un Grammy nella categoria Best Song Written for a Motion Picture, Television or Other Visual Media; una nomination ai Golden Globe Award come Best Original Song, e una candidatura all’Oscar come Best Original Song. Anche Collins, dal canto suo, continua a fare incetta di riconoscimenti. Il 22 maggio riceve a Londra, dalla British Academy of Songwriters, Composers and Authors il suo sesto Ivor Novello Award. Il giorno dopo arriva nei negozi il triplo DVD di When In Rome che contiene l’intero concerto dei Genesis al Circo Massimo di Roma dell’anno precedente, e un documentario di quasi oltre due ore sull’intero tour. In Austria, Belgio, Olanda, Svezia, Svizzera e Italia il titolo di arrampica fino al numero 1 delle classifiche di vendita dei DVD musicali.

In autunno la EMI cala l’asso. Il 24 novembre mette in commercio Genesis 1970-1975, box set contenente gli album in vinile della cosiddetta “era Gabriel” rimasterizzati. Ma la chicca imperdibile è uscita pochi giorni prima, il box set dall’identico titolo ma in formato CD che comprende 7 CD e 6 DVD: ci sono tutti i dischi dell’epoca appena menzionata con una quantità di bonus, tra brani mai apparsi ufficialmente in precedenza, interviste realizzate per l’occasione e filmati d’epoca, da farne un oggetto imperdibile, quasi certamente la migliore opera di ripristino/recupero compiuta sulla band fino a questo punto. Il 24 giugno esce quello che Peter Gabriel definisce “la musica che più mi ha divertito realizzare”. È Big Blue Ball, un progetto che per venire alla luce ha impiegato, nella tipica lentezza che caratterizza il musicista, quasi 20 anni. L’idea è quella di raccogliere una manciata di amici e incidere altrettante canzoni in totale collaborazione. Tra i nomi noti partecipano Joseph Arthur, Vernon Reid, Justin Adams, Karl Wallinger, Tchad Blake, Sinead O’Connor, Joji Hirota, Rupert Hine, Billy Cobham, Wendy Melvoin, Manu Katché e la solita parata di artisti extra comunitari che danno al doppio disco quell’anima etno-esotica che così tanto piace a Gabriel. Ma quando si esce dallo stereotipo – la musica etnica oramai è diventato questo – il risultato è buono: lo testimoniano Whole Thing, Altus Silva, Everything Comes From You, Big Blue Ball. Intanto Steve Hackett in febbraio ha dato ai fan il quinto disco della serie “classica”. Tribute è un riconoscimento e un inno a quelli che egli stesso nel libretto allegato al CD descrive come le sue maggiori influenze classiche. Tra Bach, Byrd, Barrios, Granados e un tradizionale, il chitarrista riesce a piazzare tre composizioni personali, ovviamente all’altezza del compito. Nello stesso periodo i Genesis ottengono il Lifetime Achievement Award alla cerimonia dei MOJO Awards indetta dall’omonimo mensile inglese.

Sul piano discografico il 2009 vede concretizzarsi un paio di lavori degli ex-chitarristi della band. Steve Hackett pubblica in ottobre Out Of The Tunnel Mouth, che arriva a tre anni di distanza dal precedente lavoro elettrico Wild Orchids. L’album non comporta grandi scossoni, oramai si sa cosa ci si può aspettare da lui, nel bene – tanto – e nel male. La sorpresa consiste nel fatto che tra gli ospiti troviamo Anthony Phillips: dopo quasi 40 anni i binari paralleli delle vite artistiche dei due convergono. A questo punto manca solo la reunion dell’intero gruppo, ma è una cosa che, lo si sa da tempo, non avverrà mai. L’altro musicista di gran riguardo che compare su Out Of The Tunnel Mouth è Chris Squire, il bassista degli Yes col quale Hackett inciderà un disco nel 2012 sotto la sigla Squackett. Anche Phillips propone il suo disco di bits & pieces acustici, una quindicina dei quali erano stati sparsi su compilation di difficilissima reperibilità oppure oramai fuori catalogo. Per completare, il polistrumentista aggiunge una manciata di brani di library music mai pubblicati in precedenza, il tutto sotto il titolo di Missing Links Volume IV: Pathways & Promenades. In settembre la Virgin confeziona Genesis Live 1973-2007, provando a replicare quanto fatto dalla EMI l’anno precedente, limitandosi al solo campo delle registrazioni live. Il box set comprende tutti i dischi dal vivo della band eccetto Live Over Europe 2007 fresco di pubblicazione. Al di là della rimasterizzazione e alla versione Surround 5.1, quello che veramente fa gola sono le registrazioni aggiuntive piazzate in fondo a Genesis Live, 25 minuti risalenti al concerto dello Shrine Auditorium di Los Angeles del 24 gennaio 1975; e Live At The Rainbow, quasi 75 minuti registrati nell’ottobre del 1973. In novembre segue Genesis Movie Box 1981–2007, altro cofanetto pensato per prosciugare le tasche dei fan, e che non fa altro che mettere nella stessa scatolina i DVD di Three Sides Live, Live – The Mama Tour, Live At Wembley Stadium, The Way We Walk – Live In Concert, VH1 Behind The Music (revisited). In mezzo alle due uscite marcate Virgin, Phil Collins rende noto che vuole registrare un album di cover di brani Motown e che vuole che “le canzoni suonino esattamente come gli originali”. Ma allora, caro Phil, a cosa servono?

Nell’anno da seconda odissea fantascientifica 2010, per la precisione il 15 marzo, i Genesis in formazione “classica” sono introdotti alla prestigiosa Rock And Roll Hall Of Fame. Alla celebrazione ci sono tutti tranne Gabriel, che ci tiene a fare il bastian contrario. Al suo posto ci sono i Phish che per bocca di Trey Anastasio, leader e chitarrista, non hanno mai nascosto l’ammirazione per i cinque inglesi: eseguono Watcher Of The Skies e No Reply At All. Gabriel nel frattempo è impegnato nella promozione di Scratch My Back pubblicato in febbraio, il primo disco a suo nome dai tempi di Us, il primo in otto anni. Il musicista pensa in origine di uscire con due lavori in contemporanea: uno, Scratch My Back, raccoglie cover fatte da lui di brani altrui, artisti che a loro volta, realizzando cover di canzoni di Gabriel, andranno a riempire i solchi di And I’ll Scratch Yours. A causa dell’impossibilità di sincronizzare i tempi di tutti i nomi coinvolti, il cantante decide di pubblicare solo il primo. Ma per Gabriel l’originalità non è mai abbastanza: registrare cover è ormai diventato come prendere cappuccino & brioche al bar di prima mattina. Deve aggiungere qualcosa, che in questo caso significa togliere qualcosa, cioè tutto quello che di rock si trova in una canzone rock. Dunque via basso, chitarra, batteria, e al loro posto la London Scratch Orchestra fatta di archi e fiati, e un pianoforte. Si potrebbe dire che non ce n’era bisogno, che si tratta di una variante da chef su un piatto tradizionale fatta per stupire, quando un piatto tradizionale – il rock – dà il meglio di sé quando resta legato alla “tradizione”, benché questa tradizione notoriamente abbia confini i cui limiti si possono, e spesso si ama, spostare. Gabriel sta perdendo smalto, è vero, ma è anche un artista sincero, e questo da Scratch My Back, in tutta la sua drammatica intensità, traspare. Inoltre, per quanto sia quasi totalmente privo di luce piena, il disco vende bene. Anche perché il marchio Gabriel è talmente autorevole che il fan compra a scatola chiusa.

«Andai a vedere Otis Redding nel 1967 al Ram Jam club di Brixton. È stato un momento importante. Tecnicamente non sono mai stato un grande cantante, o musicista. Sono qualcuno che va alla ricerca dell’emozione di qualcosa e tenta di trarne delle immagini. E ascoltare la voce e l’emozione che mi ha dato Otis Redding andava oltre le parole» (Peter Gabriel)

In questo caso – se circondati da un contorno desolato e deprimente – meglio affidarsi a Phil Collins che il 13 settembre vede pubblicarsi Going Back, il preannunciato disco di cover – destino sempre incrociato con Gabriel – annunciato l’anno precedente. Rispetto alla scelta del primo ex cantante dei Genesis siamo esattamente agli antipodi. Due CD infarciti di canzoni piene di ritmo e solarità, capaci di infondere il buonumore, eppure forzate. Ciò che gli era riuscito con You Can’t Hurry Love è lontano nel tempo ma anche nello spirito. Oltre agli anni che si accumulano, Collins deve scontare condizioni fisiche che in qualche modo ne minano le intenzioni. Il disco, supportato da un mini tour di sei date e alcune apparizioni TV, vende fino ad arrivare al n° 1 delle classifiche britanniche: Phil perde l’udito ma non il vizio di scalarle. Anthony Phillips si fa vedere il 14 giugno con Ahead Of The Field, antologia di materiale composto nel 1985 per l’editore musicale De Wolfe. Una prima nota di colore consiste nel fatto che a eseguire lo spartito è un gruppo di turnisti – chitarra, basso, tastiere, batteria, che per l’occasione si battezzano X-Cess – e solo in un secondo momento Phillips sovraincide alcune parti di chitarra e tastiere. Inoltre i brani sono molto più grintosi e up-tempo rispetto al mood tipico del musicista, avvicinandosi molto per tipologia a ciò che aveva provato a ottenere con Invisible Men, questa volta in versione integralmente strumentale. Directions, View Points, Knowledge Of Man, Databank, per lo meno, valgono la spesa.

Nel 2011 cominciano a circolare voci preoccupanti sullo stato di salute di Collins e della sua carriera che pare essere giunta a conclusione. Ma il 7 marzo il management smentisce e fa sapere che tutto procederà più o meno come sempre. Lo stesso batterista, però, lo stesso giorno, posta sul suo sito un messaggio per i fan col quale smentisce il management e ribadisce che le intenzioni sono quelle di tirare i remi in barca per dedicarsi di più alla famiglia. Come nel mondo della finanza, nel quale una dichiarazione riesce a spostare quantità bibliche di soldi, le parole che circolano su Collins bastano a soffiare il vento alla spalle di …Hits – uscito nel 1998! – che per la seconda volta scala le classifiche americane per arrivare fino al n° 6 della Billboard chart.
Una volta scaldata l’orchestra, Peter Gabriel ne approfitta. Partendo da quanto fatto nella seconda parte dei concerti per il tour di supporto a Scratch My Back, cioè offrire la versione acustico-orchestrale di una manciata di brani del suo repertorio, il cantante torna in sala di registrazione e applica il medesimo concetto a quello che diventa il suo nono album di studio, New Blood, pubblicato il 10 ottobre. È la parola d’ordine del secolo nel mondo del rock: cover. Le tue, quelle degli altri, in tutte le salse: se sono elettriche le fai acustiche, se erano unplugged le esegui heavy, se sono al cartoccio le riscaldi al vapore. Per quanto bene possa venire, il gioco ha… stufato.

Lo Steve Hackett del 2011 si presenta con una cesta di parafernalia: il primo articolo è il DVD intitolato Fire & Ice, registrazione dello show al Shepherds Bush Empire di Londra del 30 novembre dell’anno precedente; poi ci sono due CD. Un doppio live che esce in aprile, rodato mix di materiale a proprio nome impreziosito da alcune immancabili gemme a marchio Genesis intitolato Live Rails; e in settembre la sorpresa più bella, Beyond The Shrouded Horizon, uno degli album di studio del chitarrista tra i più ispirati. Senza considerare che chi riesce ad accaparrarsi l’edizione speciale che aggiunge un CD di bonus tracks, versioni alternative e brani che comparivano in edizioni approntate per il Giappone, si diverte anche di più. Si svegliano dal letargo anche Mike And The Mechanics che in primavera, con The Road, arrivano al settimo album di studio. Sette, ma tutt’altro che magnifici. Tra i musicisti coinvolti c’è anche Anthony Drennan che era sul palco con i Genesis del loro peggior tour, quello di supporto a …Calling All Stations… . La portata dei Mechanics capitanati da “Pluto” Rutherford è più meno la stessa: o mangi quella minestra o salti dalla finestra. Meglio la seconda soluzione: con una botta di fortuna la finestra è a pian terreno e uno se la cava. A mettere The Road nella lista della spesa, invece, sono dolori.

Il 16 settembre 2012 Peter Gabriel dà il via al Back To Front Tour, una serie di 67 concerti che si protrarrà fino al 10 dicembre 2014. Il cuore degli show è la totale riproposizione di So, nella stessa sequenza che i brani hanno su disco, con gli stessi musicisti che lo accompagnavano venticinque anni prima. Inutile dire che ogni serata è stata registrata e venduta – via il sito di Gabriel – singolarmente o in box. Nulla di nuovo sotto al sole, a nessuna latitudine. Anche in casa Hackett le idee cominciano a latitare. Il 22 ottobre la Inside Out mette in commercio Genesis Revisited II, il seguito del capitolo pubblicato nel 1996. Vale quanto detto sul Peter Gabriel di Scratch My Back o New Blood. Materiale immarcescibile, non si discute, ma oramai il gioco è risaputo e rischia di annoiare. Anzi, è andato oltre. Una deroga però nel caso di Hackett si può e si deve fare: il finale a due chitarre di The Lamia – l’altra è di Steve Rothery – non solo è una goduria, ma finalmente fa giustizia di un solo tagliato troppo presto sul disco di origine (The Lamb Lies Down On Broadway). Per il chitarrista non finisce qui: A Life Within A Day è il parto dello strano sodalizio tra Hackett e Chris Squire, bassista degli Yes, battezzato con l’assurdo nome di Squackett, uno dei più brutti della storia del rock. Con Roger King alle tastiere e Jeremy Stacey alla batteria a completare il core della band, il risultato musicale non si discosta molto dalla qualità del moniker. Forse è solo una suggestione, forse è solo il caso, ma dopo averci provato con Steve Howe le sonorità di Squackett paiono il prolungamento, aggiornato al nuovo millennio, di ciò che si trova tra i solchi dell’unico album dei GTR. Benché Hackett – oggi come allora – quando trova lo spazio giusto, anche minimo, qualcosa di buono con la chitarra riesce sempre a inventarlo.

Sul fronte dei live la Real World stampa Live Blood, il resoconto di quanto fatto da Gabriel al HMV Hammersmith Apollo di Londra tra il 23 e il 24 marzo 2011 insieme alla New Blood Orchestra, la figlia Melanie e i cantanti Ane Brun, Sevara Nazarkhan e Tom Cawley. È il tassello, intenso, a tratti toccante o travolgente, che sta tra Scratch My Back, con cover di brani altrui, e il riadattamento orchestrale dei suoi prima di venire cristallizzati su New Blood. Ma c’è questa sottile linea, quasi invisibile, che in qualche modo tiene legati i componenti dei Genesis anche negli intenti, anche dopo lunghissimo tempo. Se il “periodo orchestrale” ha infervorato Tony Banks e perfino Gabriel, sulla stessa scia si è messo Anthony Phillips, che rispetto al cantante ne fa un utilizzo più genuino perché usa The City of Prague Philharmonic Orchestra and Choir e gli orchestrali inglesi per dare forma a nuova musica. Seventh Heaven è composto a quattro mani, con l’aiuto di Andrew Skeet che anche dirige. Phillips ci mette, se non proprio tutte, chitarre e piano. Il risultato è opposto a quello di Gabriel, ma probabilmente più apprezzabile nella sua “trasparenza”: non c’è altro intento che registrare una imponente, complessa, partitura che sta a metà tra colonna sonora, musical e musica per balletto. Dal respiro ampio, romantico, accattivante. Uno dei progetti meglio riusciti del musicista. Per quanto realizzato in collaborazione con un altro compositore, Seventh Heaven la dice lunga sulle doti e sulla maturità acquisita da Phillips, che va tenuto nella stessa considerazione dei cinque che hanno fatto le fortune della cosiddetta formazione storica. Seventh Heaven è pubblicato dalla Voiceprint a inizio maggio, ma per la stessa etichetta il polistrumentista ha approntato un altro tassello della lunga serie dei Private Parts & Pieces: esce in dicembre ed è il n° XI, sottotitolo City Of Dreams, 31 frammenti di chitarra e tastiere come nel suo tipico linguaggio.

A otto anni di distanza da Seven: A Suite for Orchestra, e per chiudere il cerchio, ecco infine Tony Banks presentarsi con Six Pieces For Orchestra. Lavoro pubblicato il 26 marzo 2012 che per ovvie ragioni si adagia sul versante sul quale si è attestato Phillips, piuttosto che quello scelto dall’ex cantante dei Genesis. Ma rispetto a Seventh Heaven – altra strana coincidenza, questa dei titoli “numerati” – Six Pieces For Orchestra è più classicamente rigoroso, “serio” e solido. Rispecchia insomma la vera natura di Tony Banks che non è certo quella di The Fugitive o Strictly Inc. In questo anno generoso di pubblicazioni, Mike Rutherford si nota solo per l’apparizione alla cerimonia di chiusura dei Giochi Olimpici di Londra, il 12 agosto 2012, come ospite della band di Ed Sheeran, al momento dell’esecuzione di Wish You Were Here dei Pink Floyd, con Nick Mason al suo posto dietro la batteria. L’anno finisce nel segno dei Genesis che vincono il Lifetime Achievement Award alla prima cerimonia dei Progressive Music Awards.

Il 2013 è l’anno di Steve Hackett. Il chitarrista vince il premio Event of the Year ai Progressive Music Awards, indetti dalla rivista inglese PROG, grazie a Genesis Revisited: Live At Hammersmith Apollo, pubblicato in autunno in un lussuoso box set di tre CD più due DVD che si piazza bene anche nelle classifiche di vendita di mezza Europa. In ottobre la Esoteric mette in commercio The Bremen Broadcast – Musikladen 8th November 1978, DVD che è la registrazione di un concerto trasmesso dalla TV di stato tedesca. Mentre in maggio la Inside Out Music aveva pensato bene di monetizzare il più possibile il catalogo di Hackett pubblicando Genesis Revisited II: Selection, una versione striminzita del doppio CD dell’anno precedente: otto brani più l’inclusione dell’inedito Carpet Crawlers cantato dall’ex Genesis Ray Wilson. In ambito di nuove registrazioni ecco arrivare il preannunciato seguito a Scratch My Back di Peter Gabriel. Esce in settembre e rispetto a quanto già trapelato ggiunge nel titolo una congiunzione iniziale: And I’ll Scratch Yours. L’idea della coppia di lavori, uno con Gabriel a reinterpretare brani di altri, il secondo con questi “altri” a restituire il favore pescando dal repertorio del cantante, è arrivato a conclusione rispettando solo parzialmente le aspettative. Non tutti gli artisti coinvolti si sono dimostrati disponibili a incidere la cover di Gabriel (Radiohead, David Bowie, Neil Young, Ray Davies); altri hanno allungato oltre ogni decenza il limite di consegna; al punto che stufo dei continui rimandi Peter ha ovviato alla situazione coinvolgendo la canadese Feist, il pupillo americano Joseph Arthur, e Brian Eno che non rientravano nella lista dei nomi considerati in origine. È una parata di stelle, e gli intenti sono molto alti, ma siamo in presenza di un minestrone: che può piacere, ma è una pietanza mai stata in cima alla lista dei migliori menu. In novembre Phil Collins rilascia dichiarazioni ai media tedeschi nei quali dice che sta considerando l’ipotesi di gettarsi di nuovo nella mischia, pensando addirittura di rimettere in pista i Genesis per portarli a suonare sempre più lontano, in Australia e Sud America. Parole che replica poche settimane dopo negli Stati Uniti, aggiungendo che sta scrivendo nuova musica.

«Volevo prendere la memorabile melodia alla fine di Musical Box, che era stata scritta originariamente a tre parti, perché durante il missaggio che facemmo alle 5 del mattino in un solo colpo, la terza parte restò dimenticata. Questo era quello che facemmo nel 1971. Ma per Genesis Revisited II volevo recuperare quella terza parte. Brian May mi ha raccontato che questo solo lo ha influenzato; dopotutto lui è “Mister Chitarra-dall’armonia-a-tre parti”, no? C’è anche un pezzo di tapping a due dita che ha avuto effetto su Eddie Van Halen del quale posso dire di essere orgoglioso. Ho citato due nomi di musicisti eccezionali, che hanno compiuto un lavoro autorevole. Sono felice di avere soffiato un po’ di polvere magica nella loro direzione» (Steve Hackett)

Gabriel, Banks, Hackett, Collins e Rutherford – è il 2014 – sono tutti insieme nello stesso luogo. Tempo di reunion? Ma neanche per sogno. Il merito è della BBC che sta approntando Genesis: Together And Apart, un documentario sulla storia del gruppo e delle carriere soliste dei cinque membri. Un lavoro che Hackett criticherà aspramente perché, nonostante la lunga chiacchierata al riguardo, il suo lavoro da solista viene praticamente ignorato. Inoltre gli autori dimenticano di citare in toto il periodo con Ray Wilson al microfono, col quale i Genesis hanno inciso un album e fatto un tour. Non è una mancanza da poco. Strano, avevamo idea che gli inglesi su queste cose fossero più precisi e corretti. Il documentario viene trasmesso in ottobre, pochi giorni dopo la messa in vendita di R-Kive da parte della Virgin, antologia di tre CD che raccoglie materiale della band e brani tratti dai dischi di ognuno dei singoli musicisti. Siamo alle solite: non c’è nessuna idea dietro se non il tentativo di fare altro cash con una operazione fumosa e meno dispendiosa possibile. Tentativo che funziona perché il cofanetto si arrampica fino al n° 7 delle classifiche di vendita britanniche. Lo stesso documentario arriva nei negozi come DVD e Blu-ray a partire dalla fine di ottobre, col titolo parzialmente cambiato di Genesis: Sum Of The Parts.

Hackett si prende una piccola rivincita arrivando sul mercato con Genesis Revisited: Live At Royal Albert Hall, 2 CD + 2 DVD + 1 Blu-ray nella versione deluxe, registrato e filmato il 24 ottobre 2013 alla Royal Albert Hall di Londra. Anche Peter Gabriel pubblica qualcosa di molto simile al lavoro del chitarrista: Back to Front: Live In London, cofanetto con 2 CD + 2 Blue-ray nella versione più ricca, con filmato e registrazione audio dei concerti del 22 e 23 ottobre 2013 (le due sere prima del concerto di Hackett alla Royal Albert Hall) alla O2 Arena della capitale. Ma il 2014 è soprattutto l’anno delle raccolte antologiche. La Esoteric fa le cose in grande con Anthony Phillips e in novembre pubblica Harvest Of The Heart: An Anthology, box set di 5 CD. Il corposissimo lavoro comprende ben 10 brani inediti e una rarità scritta da Mike Rutherford. A proposito di quest’ultimo, la Virgin/Universal il 20 gennaio aveva anticipato tutti in casa Genesis approntando The Singles 1985-2014, a firma Mike + The Mechanics, che in patria entra nella Top 20. L’ultimo saccheggio antologico, infine, fa riferimento ai Brand X con Brand X: Nuclear Burn, box set che in 4 CD stipa i 6 album Charisma/Virgin e poche bonus track inedite tratte dalle BBC session. La solita vecchia storia: poca attenzione per una band che meriterebbe molto ma molto più rispetto. Collins intanto continua a fare parlare di sé rendendo pubblico che Adele intende lavorare con lui. Ma il progetto non decolla e a settembre viene considerato morto e sepolto senza avere generato alcunché. Il batterista si esibisce dal vivo alla Country Day School di Miami, Florida, su richiesta di alcuni degli studenti: i suoi figli. Insieme ad altri ragazzi della scuola esegue In The Air Tonight e Land Of Confusion. Bello da parte sua.

A primavera inoltrata del 2015 Collins fa trapelare voci che mettono in subbuglio il mondo dei fan. Prima annuncia di aver trovato l’accordo con la Warner Bros. per ripubblicare gli otto album di studio rimasterizzati e con materiale aggiuntivo. Poi, trascorsa l’estate, si lascia scappare che ha intenzione di comporre musica per un nuovo album ma soprattutto di riprendere a suonare dal vivo, e che la possibilità di rimettere in moto i Genesis a tre cilindri non è poi così remota. Gli fa eco Tony Banks che conferma l’ipotesi. Al di là delle parole, chi dimostra di essere in piena forma e desideroso di battagliare è Steve Hackett. Ha pronto un nuovo disco di studio e il conseguente tour lo impegna sempre più a lungo: Europa, Canada e Stati Uniti. Wolflight esce il 27 marzo e arriva sparato al n° 31 della classifica dei dischi più venduti in UK. L’album, che contiene l’ultima registrazione di Chris Squire destinato a morire a breve, sottolinea l’immarcescibile abilità di Hackett di svariare entro diversi ambiti pur mantenendo la sua sostanziale integrità progressive. Ciò che si nota è una sorta di evoluzione che lo porta a inserire sempre più elementi etnici e allo stesso tempo conferire più aggressività alla sua vena elettrica. Brani come Love Song To A Vampire, Corycian Fire, o l’acustica Earthshine, Loving Sea che sa di West Coast, la parte strumentale di Black Thunder, la totalmente strumentale Dust And Dreams che scivola nella bella Heart Song, la bonus Midnight Sun della band islandese dei Todmobile nella quale Hackett è ospite, fanno di Wolflight un disco all’altezza della fama che il chitarrista si è costruito un mattoncino alla volta. In settembre arriva un’altra sorpresa: quasi in risposta a Genesis: Sum Of The Parts, la Wieneworld pubblica The Man, The Music, documentario che celebra la vita artistica di Steve Hackett e raggiunge la posizione n° 5 della classifica di vendita dei DVD britannica. Segno che i fan non la pensano come gli autori della BBC, e che il chitarrista è nel loro cuore più di altri membri della defunta band. Infine, per suggellare lo status dell’inventore del tapping tra chi non ha dimenticato la stagione d’oro del progressive, ecco la Universal/Virgin spacciare un vero gioiello. In ottobre viene reso disponibile Premonitions: The Charisma Years 1975–1983, ricchissimo box set che stipa 10 CD + 4 DVD, un corposo libretto ricolmo di foto e dichiarazioni, e in più dotato di una evocativa illustrazione di copertina, e lettering, di Roger Dean. Di oltre 130 brani, poi, la metà sono inediti, per quanto si tratti di brani in maggioranza registrati dal vivo. Ma visto che Hackett dal palco non tradisce, e considerato il periodo storico, si può affermare che Premonitions non può deludere. Unica pecca la pessima abitudine di compattare due dischi in un solo CD, o peggio ancora dividerlo su due CD contigui. Ma i box set – segno del tempo che avanza e dell’età che accumulano i nostri beniamini – in casa Genesis oramai si sprecano. Arrivano A Chord Too Far marchiato Tony Banks – cofanetto programmato per luglio di 4 CD rimasterizzati da Nick Davis, con tre brani demo e un inedito del periodo Still che non aggiungono granché – e Private Parts & Pieces I-IV di Anthony Phillips – box set di 5 CD, di cui uno di inediti, che arriva nei negozi in data 11 settembre –, entrambi confezionati dalla Esoteric. Più sorprendentemente Tony Banks viene coinvolto dal tenore John Potter in un originale progetto di reinterpretazione di canzoni scritte da compositori inglesi tra il rinascimento e il XX° secolo. Ma in Amores Pasados, questo il titolo del disco che esce per la ECM, ci sono anche tre composizioni originali scritte da John Paul Jones, Sting e proprio dal tastierista dei Genesis che firma The Cypress Curtain Of The Night.

A due settimane dalla morte di Muhammad Ali, il 16 giugno 2016 Peter Gabriel pubblica I’m Amazing, il suo tributo personale all’indimenticabile boxeur. Passa un’altra manciata di giorni e il musicista dà il via al Rock Paper Scissors, tour insieme a Sting che si estende fino alla fine di luglio tra USA e Canada. Il meccanismo è lo stesso di Scratch My Back e And I’ll Scratch Yours: io faccio il tuo pezzo, tu fai il mio, e dato che siamo contemporaneamente nello stesso posto facciamone anche uno insieme. I preannunciati lavori di Phil Collins rimasterizzati e arricchiti di musica inedita – tutti doppi CD – iniziano a invadere il mercato. Non che sia una pessima idea, ma la cosa più bella consiste nella sincerità con la quale il batterista adorna il packaging. Le copertine non sono le stesse, ma utilizzano le stesse pose di allora con scatti realizzati oggi, 35 anni dopo! Niente male, in un mondo dove tutti, non solo le star, fanno a gara per stirarsi le rughe o intervenire anche più drasticamente sui segni lasciati dal tempo sulle loro fattezze. Davvero niente male, vecchio Phil. In ottobre Collins tiene una conferenza stampa nella quale illustra il nuovo tour che prenderà il via il 2 giugno 2017 dalla Echo Arena di Liverpool. Si intitola, con la consueta ironia, Not Dead Yet Tour e continuerà con cinque date filate alla Royal Albert Hall di Londra, cinque alla AccorHotels Arena di Parigi, e cinque alla Lanxess Arena di Colonia. A sorpresa arriva infine una data secca a Hyde Park per il 30 giugno, il suo personale live show più grande di sempre. Data aggiunta dopo che i biglietti per le date alla Royal Albert Hall erano andati bruciati in un tempo degno di Usain Bolt: 15 secondi, da non credersi (poi si aggiungerà anche il concerto all’Aviva Stadium di Dublino). E come vedremo non finisce qui. Anche l’autobiografia del piccolo musicista che arriva in libreria il 25 ottobre si intitola Not Dead Yet. Nel frattempo la Atlantic/WEA non è stata a guardare: il 29 gennaio 2017 ha introdotto sul mercato Take A Look At Me Now: The Collection, cofanetto che contiene le nuove versioni in doppio CD di Face Value e Both Sides e offre lo spazio per inserire tutti gli altri titoli della serie; mentre il 14 ottobre ha reso disponibile The Singles, altro raccoglitore di 3 CD. Il 24 giugno Hackett aggiunge un altro titolo alla lista dei box che ripercorrono quello che fa sul palco. The Total Experience: Live In Liverpool raccoglie brani dei Genesis – questa volta il ripescaggio imprevisto è Get ‘Em Out By Friday – e musica sua raramente o mai registrata prima dal vivo, cioè le cose più recenti. La formula è nota, ma non si può dire che la generosa messe di musica – 2 CD + 2 DVD e tutte le possibili combinazioni – sia da evitare a priori. Insomma, questo titolo vale tanti altri dal vivo del chitarrista, detto nell’accezione positiva. In settembre arrivano notizie anche da Anthony Phillips. Come fatto l’anno precedente la Esoteric records raccoglie in unico contenitore Private Parts & Pieces V-VIII, box di 4 CD che contengono il già noto, più un CD con ben 19 inediti.

«La cosa principale nel suonare insieme ai Genesis è che Phil non è più in grado di suonare come sapeva, e questa è la ragione per la quale non si farà mai (ndSA: la reunion). Siamo andati avanti restando amici, ma adesso probabilmente ognuno di noi farebbe impazzire l’altro. Peter e Phil sono così abituati a lavorare per conto loro che accettare i compromessi necessari per stare in un gruppo diventa sempre più difficile. Mike, Phil e io sappiamo come fare, ed ecco perché l’ultimo tour è andato bene. Ma penso che aggiungere qualcun altro potrebbe essere di troppo. E per essere onesti è meglio il ricordo, rispetto a ciò che siamo ora veramente» (Tony Banks)

Nel 2017 è ancora Hackett ad aprire le danze. Lo fa con The Night Siren, il 25° album di studio messo a disposizione dei fan dal 24 marzo, che pare una sorta di prolungamento – meno azzeccato – di Wolflight. Le prime avvisaglie di una apertura etnica che prevedevano il disco precedente qui assumono maggiore consistenza. Tanto che oltre a inserire “arie” e strumenti di paesi extracomunitari, Hackett chiama a raccolta musicisti provenienti da Islanda, Azerbaijan, Israele e Palestina. Ciò che ne ottiene, rispetto a quanto realizzato da Gabriel, cioè una vera e credibile fusione tra elementi sonori occidentali e orientali (ma va tenuto in considerazione che il cantante ha lavorato sull’argomento per decine di anni), è una serie di souvenir ornamentali. Il chitarrista prova a inserire anche chincaglieria pseudo-psichedelica come Martian Sea, ma si tratta di esperimenti non proprio riusciti. In generale, The Night Siren non ha la stessa fluidità e naturalezza detenuta dal suo precursore. Suona artificioso. Quello che si nota sopra ogni altra cosa è che il sound si è fatto mediamente più heavy. Una cosa che stona. Dal vivo però il musicista continua a stupire e nel 2017 si imbarca in un tour – il Genesis Revisited With Classic Hackett 2017 Tour – che dura da febbraio ad agosto quasi senza sosta.

A rispondere con più flemma all’eccessiva prestanza elettrica di Hackett ci pensa Mike Rutherford con i Mechanics, a sei anni di distanza dal precedente The Road. I Mechanics oggi sono un pugno di musicisti – e turnisti vari a complemento – senza fisionomia unitaria ma soprattutto senza anima. Let Me Fly, che esce il 7 aprile, è quanto di più inutile esista alla causa della musica. Soprattutto se sei marchiato Genesis da una vita. Ciononostante gli inglesi, bontà loro, spingono il disco in classifica fino al n° 9. Tutto questo mentre dal vivo Collins continua a fare mirabilie (almeno in fatto di numeri), nonostante le condizioni precarie di salute e gli incidenti che lo obbligano a posporre alcune date. Comunque sia il suo tour prosegue ben oltre giugno come programmato in origine, e dal 22 novembre al 3 dicembre vengono aggiunte otto date fra Inghilterra e Scozia. Inarrestabile, tra febbraio e marzo 2018 Collins mette in fila altre 12 date in Sud America. Se non può farlo coi Genesis si muove a suo nome: di fermarsi nemmeno se ne parla. Il 26 gennaio 2018 Steve Hackett fornisce un ulteriore registrato: Wuthering Nights: Live in Birmingham, 2 CD + 2 DVD che celebrano – tra gli altri brani e i bonus audio e video – i 40 anni dalla pubblicazione di Wind & Wuthering.

Il 28 settembre 2018 la Atlantic/WEA pubblica un box set di 4 CD intitolato Plays Well With Others. Si tratta di un cofanetto che nonostante il titolo dimostra due cose: la prima, che la discografia quando si mette a pensare con tanto impegno, ma proprio tanto, magari mettendo insieme più teste, riesce a partorire idee intelligenti, cosa che se da una parte fa paura alla maggioranza delle label dall’altra aiuta gli amanti della buona musica (nel caso specifico a venire a capo di brani introvabili che non meritano l’oblio); la seconda, e quella che veramente conta, questa antologia racconta senza filtri che Phil Collins è un batterista dalle doti straordinarie, se non uniche. Capace di dire la sua in ogni contesto. Qualità che va – sia ben chiaro – ben al di là della capacità di picchiare sui tamburi. E sia altrettanto chiaro, non lo dico io. Non ce n’è bisogno. Ci pensano i nomi di coloro con i quali “ha suonato bene” – che per varietà e quantità sono impressionanti – a farlo. E sono molti di più di quelli elencati in questi quattro dischi. Vecchi e nuovi fan della famiglia Genesis non temete, la storia continua…

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