Le luci della centrale elettrica (IT)

Biografia

Piaccia o meno, non si può negare che Vasco Brondi aka Le luci della centrale elettrica sia stato una pietra angolare della riscoperta del cantautorato italiano nel nuovo millennio. Nella seconda metà degli anni Duemila, infatti, arrivano uno dopo l’altro Non c’è due senza te (2007) di Dente, Canzoni da spiaggia deturpata (2008) di Le Luci della centrale elettrica e Vol I (2009) di Brunori Sas, e ci si ritrova come per magia a parlare ancora di cantautori. Certo è che il linguaggio di Brondi è forse quello meno legato alla tradizione musicale italiana tra quelli citati, un cut up avventuroso e giovanile al tempo stesso, urlato come se ammiccasse al punk ma abbastanza profondo da assomigliare a un Rino Gaetano atipico anzi delocalizzato nella periferia ferrarese.

Se il post-punk italiano trovò nei C.C.C.P. e in Giovanni Lindo Ferretti la sua coscienza scomoda, tanto lucida quanto beffarda e lirica, disallineata e disincantata, e se è vero che nei 90s questo ruolo divenne in qualche modo più cantautorale (non c’era da stupirsi se chi ascoltava i CSI non disdegnava i cantautori classici ancora sul pezzo come De André, Guccini e Fossati), col nuovo millennio per un motivo o per l’altro le “voci” di questo tipo sembrarono esaurirsi, disperdersi per stanchezza o per estinzione. Forse il merito principale di Vasco Brondi è stato proprio questo: nel momento stesso in cui tutto sembrava frammentarsi, ha restituito un ruolo di coscienza critica dei tempi – o, se preferite, di termometro etico/emotivo – alla canzone pop-rock. Con un linguaggio adeguato ai tempi.

Nelle canzoni de Le luci della centrale elettrica il piano padano paranoico torna mutatis mutandis a innervare parole che si prendono il centro della scena nel crepuscolo degli anni Zero, l’invettiva isterica ferrettiana diviene una raffica di slogan scolpiti per imprimersi al massimo nella memoria, una memoria sempre più a breve termine, aggredita e resa friabile dall’assalto sistematico delle sensazioni a perdere. I versi sono periodi che fanno collassare/concentrare pagine concettuali e trame di intuizioni, sono parole essenziali, vertiginose, pronunciate come se fossero sul punto di deflagrare, come se questa deflagrazione fosse il loro stesso pronunciamento, capaci di riassumere le coordinate di un qui e ora orfano di senso e direzione di fronte alla catastrofe del futuro.

Una formula per nulla semplice, da maneggiare con cura, la cui eredità è ravvisabile seppur distorta, spesso svuotata e messa al servizio di un sensazionalismo a pronta presa (e rapido decadimento) nel cosiddetto Itpop, nel quale l’ansia di definire un sé nel volgere turbinoso degli eventi è sostituita da un galleggiare blando e ammiccante, sbilanciato verso un fancazzismo esistenziale/emotivo che si posiziona all’estremo opposto della bramosa irrequietezza di Brondi. La cui proposta, così significativa al suo apparire, suona oggi quindi malinconicamente datata.

Sotto quest’alias Brondi pubblicherà altri quattro album, Canzoni da spiaggia deturpataPer ora noi la chiameremo felicitàCostellazioni  e Terra. Con il doppio antologico 2008/2018 Tra la via Emilia e la Via Lattea a chiudere l’esperienza dieci anni più tardi. «Non so ancora spiegarmi del tutto il motivo – scrive in una nota agli inizi di ottobre 2018 –  ma è una cosa che percepisco con grande sicurezza e serenità. Sento oggi di poter chiudere un progetto nato all’improvviso e con stupore dieci anni fa e che si è evoluto tantissimo nel tempo, cambiando insieme a me, regalandomi anche un “futuro inverosimile”. È arrivato il momento di alleggerirsi, di ripartire in altre direzioni e di farlo senza questo nome, credo sia rispettoso non utilizzarlo solo come sostegno o scudo».

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