Parquet Courts (US)

Biografia

I Parquet Courts sono un quartetto punk rock di Brooklyn nato nel 2010 e composto da Andrew Savage (voce, chitarra), Austin Brown (chitarra), Sean Yeaton (basso) e Max Savage (batteria). Dopo le registrazioni in audiocassetta del 2011 intitolate American Specialities, i Nostri esordiscono con un vero e proprio album nel 2012 intitolato Light Up Gold, pubblicato per l’etichetta What’s Your Rupture? Nel 2013, esce Tally All the Things That You Broke, mentre l’anno successivo, il 3 giugno 2014, viene pubblicato il sophomore Sunbathing Animal anticipato dal brano che dà nome al disco (pubblicato sul canale YouTube Parquet Courts il 1 aprile 2014  e disponibile come singolo per il Record Store Day). L’album risulta una naturale prosecuzione del disco precedente, anche se meno sferragliante, come spiegato nella nostra recensione: «dove prima c’era un attacco a testa bassa, ora c’è una tenue tensione (Dear Ramona) che però produce frutti pop succosissimi, che in certi frangenti ricordano quasi quelli degli Strokes degli esordi. Alcune aperture, alcuni ritornelli sono così ariosi che paiono fatti apposta per una stagione estiva, pur non trattandosi di surf music».

Nel 2014, col moniker di Parkay Quartz, la band pubblica Content Nausea: un disco in cui trovano spazio momenti più sperimentali, alternati al classico stile melodico del gruppo. In fase di recensione, diamo atto al quartetto di sapere “scrivere indubbiamente canzoni a presa rapida ma che paiono valide al di là degli hook. La cosa particolare è che sa farlo senza affacciarsi troppo dalle parti del meltin’ pot, restando sempre interna al rock”. Il 2015 è invece l’anno che segna il passaggio alla Rough Trade, per la quale a novembre esce l’EP Monastic Living.  Si tratta di un esperimento non del tutto riuscito, in cui i Parquet Courts danno sfogo alle loro tendenze noise più bislacche. Questa via però non lascia un forte imprinting sulle uscite “maggiori”, come dimostrato nel 2016 da Human Performance: una raccolta di canzoni priva di riempitivi, in cui il quartetto di Brooklyn dimostra di non aver perso una goccia dell’efficacia nella materia che ama di più trattare: l’indie rock di matrice chitarristica. Nella nostra recensione sottolineiamo come tra le 14 canzoni non ci sia “quasi apertura a tendenze terzomondiste o elettroniche, due delle grandi forze centrifughe del rock degli ultimi decenni. In questo, la band è quasi reazionaria ma – diamine – offre momenti divertentissimi e qualche cosa che si avvicina al capolavoro”. Per un gruppo giunto al quarto, vero album sulla lunga distanza, un risultato di tutto rispetto.

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