Recensioni

Si può fare un azzardo sul futuro dei Parquet Courts (qui sotto il moniker Parkay Quarts); un azzardo filologico, più che qualitativo. Tra qualche anno ci ritroveremo qui a tentare di mettere assieme la loro discografia e, mani nei capelli, esclameremo: “I maledetti stanno facendo più casino dei Fall”. Le prove a sostegno di tale tesi qui di seguito: Content Nausea è il terzo o il quarto disco della band di Brooklyn? Il primo, carbonaro American Specialities, come va considerato? E questo, con uno pseudonimo, dove lo incaselliamo?
C’è poi la questione del divertissement, che è quel sospetto che sovviene se una band pubblica un album a pochissimi mesi di distanza dal precedente (in questo caso, il bel Sunbathing Animal) e con un nome differente. La risposta è più semplice: questo è un altro album dei Parquet Courts, forse il quarto forse no, ed è un gesto estemporaneo fuori dalla casa madre solo in parte. Utile – più che per mostrare una eventuale altra faccia della band – per fotografarla nella continuazione del suo percorso evolutivo.
Se il precedente disco era diviso equamente tra splendidi assalti (che nel magistrale Light Up Gold erano la regola) e pezzi pop tra il morbido e la ripetizione ossessiva di riff, qui si pende fortemente dalla parte tenue e melodica. Però – diamine – per i nostalgici dello slacker di matrice statunitense, questo disco è ancora oro: a parte i riempitivi, come gli insert sonori di Urban Ease, Kevlar Walls e No Concept ed una cover di These Boots… di Nancy Sinatra fin troppo rispettosa dell’originale, la band guidata da Andrew Savage piazza nuovamente dei grandissimi pezzi, chitarristici e non. Fuori alcuni nomi: l’elettronica sporca di Psycho Structures (gli Young Marble Giants con Wiliam Reid? Un pezzo che assieme a He’s Seeing Paths rappresenta il loro apice di bizzarria), la splendida Slide Machine, figlia dei Pavement altezza Terror Twilight immersi però nel country e Uncast Shadow Of A Southern Myth, brano che parte come un Bob Dylan (avete letto bene) accelerato e poi deflagra in chitarre acidissime e urla disperate. Il nome di Dylan non è tirato fuori a caso: ci sono sempre i santini di tutto il bello del chitarrismo indie degli ultimi decenni, ma a questo giro molto spesso il cantato diventa torrenziale come i talkin’ del menestrello di Duluth.
In mezzo a tutta la confusione discografica che Savage e i suoi vogliono creare con queste uscite, una cosa va detta: la band sa scrivere indubbiamente canzoni a presa rapida ma che paiono valide al di là degli hook. La cosa particolare è che sa farlo senza affacciarsi troppo dalle parti del meltin’ pot, restando sempre interna al rock. Magari è un limite, non aprirsi ad altri mondi, ma ascoltando questi pezzi, a chi davvero va di sostenerlo?
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