Mac DeMarco (US)

Biografia

«Anziché scrivere divertenti canzoni pop di grande richiamo volevo fare qualcosa che mi interessasse davvero. Qualcosa che mi facesse sentire autentico» Mac DeMarco (Maggio 2017)

Il ragazzo in salopette che guarda sotto una pioggia di sigarette mettendo in mostra un bel vuoto tra gli incisivi, è forse la rappresentazione più vivida di Mac DeMarco. Il suo è un mondo sornione e stralunato, slacker per definizione, che trova negli anni del college la sua naturale (ed eterna) collocazione, un’isola felice all’interno di una contemporaneità dura, violenta e competitiva fatta di souplesse e felicità da cartolina con alcune piccole verità approntate sul taschino. Disco dopo disco, la sua discografia sembra riavvolgere il filo rosso di un romanzo di formazione a tinte anche (e perché no) surreali, dolcemente psichedeliche, decisamente Jonathan Richman, languidamente soft su tutto l’arrangiamento, un ventre morbido e bianchiccio che prende le forme del pop come del soul, rubando scampoli di (blue collar) rock, lo-fi, indie e garage e concedendosi alla bisogna qualcosina di jazz come ciliegina di una torta fatta non solo di musica ma anche di un personaggio che sembra voler restituirci una personale idea del Merry Prankster sessantottino, l’opposto, in pratica, del maschio alfa.

The Rock and Roll Nightclub

Canadese, classe 1990, con un nome lungo un chilometro – Vernon Winfield Macbriare Smith IV – il provetto musicista si è spostato più volte nel corso della carriera. Prima Montreal, poi New York, dunque Los Angeles e immaginiamo che il suo peregrinare non sia finito qui. Poi c’è da puntualizzare che il ragazzo è legatissimo ai genitori, alla madre che, a quanto apprendiamo nei suoi testi, è brava a cucinare, e a quel campione di ozio che è il padre a cui dedicherà un’intera canzone (My Old Man). Insomma Mac non è proprio il classico ribelle che sbatte la porta di casa per inseguire sogni di r’n’r e gli inizi di carriera lo danno attivo, tra il 2009 e il 2010, con i Makeout Videotape, un progetto fuzz pop fumoso più che famoso che – a detta di Pitchfork – più che per la musica era popolare nel giro indie canadese per via delle sue cover. L’autoprodotto Heat Wave è probabilmente il veicolo (500 copie esaurite in breve tempo) che gli permetterà di aprire alcuni concerti dei Japandroids e a quell’uscita seguiranno Ying Yang, Eating Like A Kid e altre janglistiche produzioni minori in pieno spirito DIY. Ma è sotto lo pseudonimo Mac DeMarco che le cose iniziano a girare e farsi interessanti portando il ragazzaccio coi denti a spacco ad una rapida spendibilità, ovvero ai concerti presso i maggiori festival e tournée internazionali cavalcando una formula che, di sicuro, non mette d’accordo tutti, ed anzi, incontra, lungo la sua ascesa, più di un tenace detrattore.

A cavallo decade, in appena tre anni, i primi timidi riflettori su di lui finiscono per puntare su Rock and Roll Nightclub, un mini-LP dalla copertina glam vagamente loureediana (altezza produzioni Bowie) che lo presenta al mondo come lo scherzone di un crooner à la Alan Vega innamorato dei 50s e di un r’n’r in moviola, svaccato sulle brezze estive dei Real Estate ed alle prese con un mimetico dialogo a distanza con il Connan Mockasin di Forever Dolphin Love e le sue freakerie assortite. Tutto promettente ma, senza dubbio, da costruire.

Oh, just try and let it go

Quella di Rock and Roll Nightclub è, infatti, una falsa partenza ma soft rock, come l’aggettivo soffice tout court, sono le definizioni che sembrano caratterizzarlo al meglio, quelle che meglio gli si appiccicano addosso e ne definiscono contorni ancora sfocati ma circoscritti all’interno di una figura che con quel modo lì intende non solo la musica ma il suo stesso stile di vita. Come soffice è She’s Really All I Need che fa un po’ da manifesto programmatico ad un disco che sigla anche il sodalizio discografico con la label Captured Tracks. Etichetta che, due anni dopo, pubblica quel 2 che non è da intendersi come il seguito dell’inesistente 1 ma il suo modo di dire al mondo di una carriera che non corre sullo stesso binario degli arrivisti dell’uptempo, anzi. DeMarco era e rimarrà soft, accoccolato attorno al focolare così come le sue chitarre in summer breeze, eppure fin dall’opener (Cooking Up Something Good) il suo registro vocale si è alzato di due toni, così come la scrittura ha acquistato quel disinteressato messaggio da comunicare che diventerà in seguito proverbiale nella sua cifra stilistica.

Anche gli abiti sono cambiati: dal glam look urbano del mini si è passati alla camicia a quadrettoni e alla salopette, allo svacco di provincia dunque, e ad una sonnolenta casa di famiglia con tanto di genitori alle prese con la più quotidiana delle quotidianità casalinghe. Così il veicolo diventa un (soul) pop sull’amaca decisamente più rotondo, agreste, psichedelico, da riflessioni d’estate sul sofà di casa mentre mamma è intenta a cucinare qualcosa di buono e papà bivacca sul divano. Anche le chitarre sono più concise e pulite, in Freaking Out The Neighorhood sembra addirittura di ascoltare il Pete Doherty parigino accompagnato dalla chitarra di Mark Knopfler, altrove domina ancora il jangle sound e quei riverberi molto Real Estate fanno un po’ da ponte e da passepartout per il mondo del DeMarco, una cosmologia disegnata attorno a testi agrodolci che prendono, ora dichiaratamente, Jonathan Richman, maestro e sempiterno lume tutelare. Ascoltare Ode to Viceroy, uno dei suoi pezzi più noti, per una fotografia fedele.

Hippie dirtbag or genius?

Leggerezza, ironie generazionali, conflitti, un’atmosfera più lenta e riflessiva, straniante, al solito vagamente acida. E’ la storia di Salad Days e di un exploit di popolarità.

Dell’aprile del 2014 è la (s)volta di Salad Days che abbassa i giri, snocciola in scioltezza del psych pop, vira un pochino country e aggiunge un pizzico di synth-tronica (nell’episodio isolato Chamber Of Reflection). Più che il disco del “cazzone che ora fa il disco coi testi più maturi” è quello che ribadisce il verbo DeMarco aggiustando ancor di più il tiro, rifinendo al meglio una formula soporifera ed effimera (che in verità nasconde di più) e che, giunti a questo punto, ha assunto i caratteri e la riconoscibilità di una inevitabile caricatura. Caratteri che lasciano confrontare Macky, come si fa chiamare nel disco, con la solita leggerezza rispetto a ironie generazionali, conflitti e amori non presi troppo sul serio.

Raggiungendo una riconoscibilità del tutto personale, pur nella produzione ancora acerba, e riuscendo nell’intento di ricreare un’atmosfera più lenta e riflessiva, straniante e al solito vagamente acida, Mac confeziona un lavoro che riesce tanto a guardare al passato (mischiando nostalgico glam-rock e indie di fine anni ’80) quanto a raccontare lucidamente il presente in cui è immerso in tutta la sua annebbiata imperfezione. Arrangiamenti con citazioni beatlesiane come Brother e Passing Out Pieces fanno poi il resto e gli valgono una nomination ai Polaris Music Prize, ovvero il prestigioso premio musicale strettamente canadese assegnato annualmente per merito, a prescindere dal genere, alla migliore prova discografica sulla lunga distanza. Vincerà Tanya Tagaq ma la nomina all’interno della rosa di quell’anno, che comprende nomi come Drake e Arcade Fire, non è certo cosa di poco conto.

Il ferro viene poi battuto finché è caldo e appena un anno dopo, anticipato dal brano The Way You’d Love Herm arriva Another One (2015). Inciso durante le pause del tour di Salad Days, presentato come un nuovo mini (come lo era poi Rock and Roll Nightclub), conferma i toni morbidi e rilassati che non lasciano spazio a sdolcinerie e vanno avanti con grande naturalezza tra sorrisi e rarefazioni soul. Tra una ballata indie e la ricercatezza strumentale di My House By The Water, quello che è qualcosa in più di un EP rappresenta un ideale corollario di un musicista che, nel frattempo, riempie sale da concerto con oltre 1500 persone e, a livello di personaggio pubblico, è diventato più importante della sua stessa musica: ad alimentarne la mitologia, nel frattempo, vanno rubricati arresti (durante un concerto al The Hub, locale dell’Università di Santa Barbara), provocatorie cover (Limb Bizkit soprattutto ma non solo), virali YouTube (come quello con la cover di Yellow dei Coldplay abbozzata dalla band al Primavera Sound 2015), improbabili inviti (sul finale di My House By The Wather c’è quello rivolto al pubblico a prendersi un caffè a casa sua, al civico 6802 Bayfield Ave, New York, per la precisione) e altre ragazzate. Un cerchio che Vernon deve necessariamente spezzare per mantenere un rispettabilità artistica degna di questo nome.

Ed è forse per questo motivo che nel 2017, This Old Dog, fin dalle note stampa, viene sbandierato come un lavoro composto per la maggior parte da brani acustici accompagnati da «qualche drum machine» e con «soltanto una canzone in cui è stata utilizzata una chitarra elettrica».«L’unica preoccupazione era di non rifare esattamente quanto fatto in Salad Days» – dichiarerà Macky al Mucchio nel maggio 2017 – «Volevo fare qualcosa che mi interessasse davvero anziché scrivere divertenti canzoni pop di grande richiamo. Qualcosa che mi facesse sentire autentico». Concepite durante il trasloco dal Queens a Los Angeles, per la prima volta le canzoni sono state fatte marinare risultando così, a session concluse, più robuste nella loro semplicità, reindirizzate secondo i canoni di un nuovo/vecchio blue collar soft rock intimo e testuale, familiare ma, al tempo stesso, straniante, volutamente (?) senza hit ma con il messaggio ad arrivare generoso. Tra gli echi melodici del Damon Albarn solista e la lossness di Elliott Smith, DeMarco trova il perfetto equilibrio in quel approccio semiserio che confonde suoni acustici, formicolii psichedelici, ritmiche bossa (Dreams From Yesterday) e atmosfere e lo-fi (Sister). Un disco che rappresenta un passaggio importante nell’incredibile percorso di crescita del ragazzo in salopette che dopo l’exploit di popolarità di Salad Days si riconsegna defilato e adulto, divertendosi a costruire toni più complessi e classicheggianti (la dylaniana A Wolf Who Wears Sheeps Clothes) e ad autodistruggersi dandosi fuoco ai peli delle ascelle sul palco del Primavera Sound 2017, tra serio e faceto, ilarità seriosa e puro cazzeggio, rimettendo puntualmente in gioco tutto, a cominciare da sé stesso.

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