Il New York Times ha voluto celebrare i venticinque anni del disco d’esordio dei Portishead, Dummy, uscito nel 1994, intervistando due terzi della formazione britannica, ovvero Geoff Barrow e Adrian Utley. Ai due musicisti è stato chiesto di ricordare quel periodo, e i Nostri non si sono risparmiati. «Eravamo pesantemente influenzati dai vecchi dischi – ha risposto Geoff Barrow alla domanda su come avessero ottenuto quel sound così vintage – ed eravamo molto influenzati anche dall’hip hop americano. […] Non eravamo presenti quando quei vecchi dischi furono registrati, così ci siamo immaginati il motivo per cui suonassero in quel modo. Sei in macchina e stai usando un’autoradio a cassette, e una delle due casse è rotta ma il suono che esce è terribilmente affascinante: ecco, volevamo replicare quel timbro. E così, far passare il suono attraverso un amplificatore rotto ci sembrava potesse avvicinarci a quell’immaginario».
Ai due è stato chiesto anche cosa pensassero del terzo membro della band, ovvero Beth Gibbons, all’inizio della loro carriera: «In quel periodo ero un ragazzetto interessato all’hip hop e alla produzione musicale – ha chiosato Barrow – tutto quello che facevo era fumare 40 sigarette al giorno e lavorare sui miei sampler. Lei era già adulta e cantava cose da adulti». Più interessante il commento di Utley: «Lei è davvero, davvero, davvero diversa da come ve la potreste immaginare. Ed è incredibilmente timida. Ho imparato a conoscerla molto lentamente. E sto ancora cercando di conoscerla, perché è una persona complessa. Come accade sempre quando hai a che fare con le belle persone, impieghi una vita a conoscerle».
A quanto pare molti, ai tempi, considerarono Dummy un album un po’ per tutte le occasioni (party, serate romantiche, ecc..), quando in realtà i contenuti del disco erano assolutamente personali e persino sofferti. Rivelatorio, in questo senso, il commento di Barrow: «È stato difficile da accettare. Le persone comprarono il disco e resero famosa la band. Ma fu un’arma a doppio taglio, nel senso che fu anche una cosa che odiammo. I testi di Beth, la sua onestà, i suoi sentimenti, penso che fosse bello legare il tutto al nostro successo, perché significava che le persone avrebbero ascoltato qualcosa di reale. Ci piacevano i Nirvana, PJ Harvey, i cantautori classici, tutta gente onesta con se stessa. Ma a pensare che le persone avrebbero messo su la nostra musica durante una cena o una festa, veniva la voglia di andar lì a distruggere il loro set da fonduta con una mazza da baseball».
Quando il disco diventò un successo, i Nostri furono costretti ad andare in tour, ma la situazione era abbastanza complessa: «Non avevamo intenzione di suonare dal vivo – ha ammesso Barrow – io e Beth eravamo davvero pesci fuor d’acqua, perché nessuno di noi era mai andato in tour. […] Ho avuto problemi mentali fin da ragazzino. Ero spesso malato. Ero un po’ bulimico. Ero terribilmente ansioso. Quando siamo arrivati a registrare il secondo disco [Portishead, uscito nel 1997, ndSA] ero già a pezzi».
Potete leggere l’intervista nella sua interezza sul sito internet del New York Times. Nella nostra scheda dedicata trovate tutto lo storico pubblicato da SENTIREASCOLTARE sui Portishead.
