Fat White Family 2018

Lias Saoudi (Fat White Family) agli IDLES: «Tutto ciò che di sbagliato viene importato dagli Stati Uniti»

Lias Saoudi dei Fat White Family spiega perché gli ideali degli Idles (e di certa sinistra) siano sbagliati in una lunga lettera. «La band professa una solidarietà ribaltata che si risolve in una bigotta condanna a chi ancora non s'è aggiornato non offrendo in cambio alcuna contro strategia»

Nuovo round tra Lias Saoudi dei Fat White Family e Joe Talbot degli Idles. Questa volta è il primo a intervenire con una lunga lettera aperta rivolta alla band ma anche alla comunità post-post-punk (che dir si voglia).

L’arringa è lunga e articolata ma in sostanza il frontman della formazione londinese crede che i bristoliani rappresentino «tutto ciò che c’è di sbagliato nelle teorie sulla giustizia sociale importate dagli Stati Uniti». Di che sta parlando? Del fatto che la band rappresenti una roccaforte di unità e zero tolleranza nei confronti di chi dalle provincie è cresciuto non abbracciando quelli che lui chiama «ideali da middle class metropolitana» e che allarga ad una sinistra borghese rifugiatasi «in questa utopia d’importazione americana». Chi è Talbot per puntare il dito contro questa gente? Chi è lui per negare a queste persone orgoglio e identità nazionale? «Dar loro delle merde non è progressista ma decadente», tuona Saoudi prendendo le parti della parte lesa (la working class tutta), e spiegando con un tono da paternale come coloro che crescono in posti economicamente depressi e senza prospettive, prima o poi, si trasformino in persone violente.

Il razzismo che ha incontrato nelle retrovie, specifica, non è patologico ma più paragonabile ad un «animale costretto a dividere la gabbia con qualche nuova, terribile, bestia». In termini del tutto strutturalisti, Saoudi crede in pratica che il contesto socio-economico detti le condizioni esperienziali/esistenziali delle persone che lo abitano, e pertanto applicare dall’esterno monolitiche e idealistiche «cultural politics» di derivazione USA è quanto di più sbagliato possa esserci.

Il punto sembra essere questo ed è allargato a qualsiasi sinistra che vorrebbe rappresentare le classi svantaggiate della società senza prendere in considerazione il nocciolo della loro condizione: gli Idles professano una solidarietà ribaltata che si risolve in una bigotta condanna a chi ancora non s’è aggiornato [rispetto agli ideali di cui sopra, ndSA] e non offrono loro in cambio alcuna contro strategia. Inoltre, la band come prodotto dell’individualismo derivante dal secolo scorso, e dei social, finisce per traslare il fallimento personale in un’illusione d’azione collettiva. In pratica dà loro dei grillini dei diritti civili intenti a sbandierare slogan tipo «gli immigrati sono bellissimi» oppure «al rogo tutti gli omofobi». Le dimensioni personali di una complessa crisi sono nascoste sotto il tappeto, continua, mentre tutto nei loro brani si risolve in una moralità applicata indiscriminatamente, «una sottoscrizione acritica che ci dovrebbe far sentire un po’ meno narcisisti ossessionati dal potere, cosa che il 101.4% di noi occidentali tardo capitalisti di fatto è».

L’ultimo album della Fat White Family, Serfs Up!, è uscito lo scorso anno; l’ultimo degli Idles, Ultra Mono, è fuori dal 25 settembre. Su SA trovate la recensione di entrambi e la recente intervista che Mark Bowen ha concesso a Fernando Rennis.

Tracklist
  • 1 War
  • 2 Grounds
  • 3 Mr. Motivator
  • 4 Anxiety
  • 5 Kill Them With Kindness
  • 6 Model Village
  • 7 Ne Touche Pas Moi (feat. Jehnny Beth)
  • 8 Carcinogenic
  • 9 Reigns
  • 10 The Lover
  • 11 A Hymn
  • 12 Danke
Idles
Ultra Mono