Inuyasha è il nuovo singolo di Mahmood: produzione del fidato Durdust e orbita che resta quella (post) sanremese a cui il cantante milanese ci ha ormai abituati. Se il pezzo in sé non è male, nel senso che in ambito di mainstream e brani saldamente in heavy rotation capita di sentire ben di peggio, l’operazione comincia a denunciare una certa stanchezza di formula. Il paragone più immediato nella produzione dello stesso Mahmood è ovviamente Rapide, altra ballatona radiofonica ma di ben altro spessore – sia a livello di melodie nel ritornello che di un pizzico di imprevedibilità ritmica in più nelle strofe – e di cui Inuyasha sembra una versione un poco più scarsa.
La vocalità del protagonista è sempre giocata su un versante eros-ramazzottesco più speziato, tra ipertrofismo delle adenoidi e tricks sugli acuti che possono legittimamente sia esaltare che innervosire. Qui il sipario si apre con una chitarra moderatamente smarmellata e una strofa che traghetta il pezzo fino a un ritornello à la Ariana Grande, super-carico e infarcito di archi: quasi una riedizione di plastica del wall of sound di spectoriana memoria, con le dovute proporizioni, ovviamente ripulito e sbiancato a puntino. Per il resto si incrociano riferimenti un po’ risaputi, tra bacini a Frank Ocean («non sarò mai uno di quei rich kids») e riferimenti allo shonen anni Novanta del titolo. Disastro nient’affatto, solo un altro buon pezzo con precedenti migliori.