Dopo le dichiarazioni “anti-Marvel” di qualche settimana fa, attraverso un lungo profilo sul New York Times intitolato Ho detto che i film Marvel non sono cinema. Lasciate che vi spieghi, Martin Scorsese è tornato ad argomentare le sue opinioni circa il sistema di intrattenimento messo in piedi dai Marvel Studios che, secondo il cineasta newyorkese, è distante anni luce dalla sua idea di cinema. «Qualcuno ha detto che certi film di Hitchcock si somigliavano tra loro, e forse è vero, lo stesso Hitchcock si era posto il problema. Ma oggi la somiglianza di questi film da franchise è un’altra cosa. Molti degli elementi che definiscono il cinema per come lo conosco io sono presenti nei film della Marvel. Ciò che non è presente è il mistero, la rivelazione o un sincero trasporto emotivo che abbia anche sprezzo del pericolo. Nessun tipo di rischio. Le immagini sono realizzate per soddisfare una specifica serie di esigenze e sono progettate su variazioni di un finito numero di temi».
Continuando, Scorsese – che compirà 77 anni questo mese – tira in ballo anche il cosiddetto gap generazionale per giustificarsi con chi quei film li adora e lo ha ampiamente criticato in queste settimane: «Molti film da franchise sono realizzati da persone dotate di un notevole talento artistico. Lo puoi vedere sullo schermo. Il fatto che quei film non mi interessino è una questione di gusto personale e temperamento. So che se fossi più giovane, se avessi raggiunto la maturità solo in tempi recenti, avrei potuto essere eccitato da questi film e forse avrei persino voluto realizzarne uno per conto mio. Ma sono cresciuto nella mia epoca e ho sviluppato un senso dei film – di cosa fossero o potrebbero essere – lontano dall’universo Marvel così come è lontana la Terra da Alpha Centauri».
Passando al vaglio proprio la ripetitività dello schema Marvel, il regista considera questi film più come remake che come sequel tra loro e vi contrappone esempi di cinema quali i film di Paul Thomas Anderson o Claire Denis, tra gli altri: «Nel nome questi film sono dei sequel ma nello spirito sono dei remake e ogni cosa in loro è studiata nel dettaglio perché non può essere diversamente. Questa è la natura dei franchise cinematografici moderni: ricerche di mercato, pubblico collaudato, prodotto verificato, modificato, rivisto fino a quando non è pronto per il consumo. Un altro modo per dirlo sarebbe che sono tutto quello che i film di Paul Thomas Anderson, Claire Denis, Spike Lee, Ari Aster, Kathryn Bigelow o Wes Anderson non sono. Quando guardo un film di uno di questi cineasti, so che vedrò qualcosa di assolutamente nuovo e mi porterà in aree di esperienza inesplorate o addirittura inimitabili. Il mio senso di ciò che è possibile nell’arte del raccontare storie con immagini in movimento e suoni verrà in questo caso ampliato».
In definitiva, l’approccio adottato dai Marvel Studios distrugge tutto ciò che Scorsese ama nel cinema: «C’è intrattenimento audiovisivo in tutto il mondo e poi c’è il cinema. Di tanto in tanto si sovrappongono ma sta diventando sempre più raro. E temo che il dominio finanziario dell’uno venga utilizzato per emarginare e persino sminuire l’esistenza dell’altro. Per chi sogna di fare film o ha appena iniziato, la situazione in questo momento è brutale, inospitale per l’arte. E il semplice atto di scrivere quelle parole mi riempe di profonda tristezza».
In Opinion
Martin Scorsese explains why he said Marvel movies aren't cinema. "They are sequels in name, but they are remakes in spirit." https://t.co/lyYGp2bQLV
— The New York Times (@nytimes) November 5, 2019
A sostegno delle dichiarazioni di Scorsese si erano schierati anche i colleghi Francis Ford Coppola – che ha definito questo sistema di franchise spregevole – e Ken Loach – che li ha etichettati noiosi e dediti esclusivamente al consumo commerciale; a proposito di Scorsese, su queste pagine potete già leggere la nostra recensione di The Irishman, dalla Festa del Cinema di Roma, in sala fino a domani con Netflix.