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8.5

Non c’è niente di più programmatico della scena iniziale di The Irishman, dove la macchina da presa naviga il corridoio di un centro di ricovero per anziani con le pareti ricoperte di crocifissi prima di fermarsi alle spalle di un uomo che sembra pietrificato sulla sedia a rotelle. Un piccolo giro intorno alla figura e subito capiamo che è vigile, pronto per parlare davanti a un ascoltatore. Ma a chi si rivolge? Forse proprio a noi? Non lo sapremo mai. Il punto è che in questa breve introduzione Martin Scorsese ha già detto tutto quello che doveva sul film: c’è il luogo, fondamentale per uno dei temi cardine, dove di norma le persone aspettano di morire; ci sono i simboli religiosi, onnipresenti nel suo cinema, che verranno continuamente discussi e ripensati (come in Silence) per affrontare il senso di colpa; c’è infine il suo attore feticcio, Robert De Niro, che recita benissimo ma con una nuova inflessione, quasi rassegnata ai giorni che passano e che solca ogni ruga di una particolare malinconia “confortevole”. Il conflitto è alle spalle. Quei bravi ragazzi, Casino, Gangs of New York e tutte le epopee mafiose del passato sono ricordi di una spinta vitale che non tornerà ma che è stata sostituita da altro, ovvero una maggiore consapevolezza della condizione umana e della sua naturale mortalità.

Sarà che per realizzare The Irishman, Scorsese ha impiegato dieci anni, tra ricerca di un produttore (prima Paramount, che si tira indietro per il budget troppo elevato, poi Netflix, che si fa avanti per sostenere il progetto e lascia carta bianca al regista) e il tentativo di riunire De Niro, Al Pacino e Joe Pesci in un’epopea sulla mafia italo-americano-irlandese che attraversa quasi un secolo di storia; sarà che ci sono voluti sei mesi per lavorare al ringiovanimento digitale del volto degli attori, grazie a una tecnica relativamente recente sfruttata dai “rivali” Marvel Studios e dalla Disney in Star Wars; sarà per il momento di passaggio che vive l’industria cinematografica, con le piattaforme streaming che stanno sostituendo il rituale sacro della sala, gli inganni della CGI che però non possono nascondere l’inevitabilità della fine; insomma, nell’anno di Quentin Tarantino e della sua favola sul crollo dello studio system all’alba dell’arrivo della New Hollywood, l’opera di Scorsese pare viaggiare sulla stessa corsia sentimentale nel modo in cui guarda il cinema e la realtà filtrata grazie ad esso.

Gangster movie sì, ma crepuscolare, disteso, riflessivo, con un punto di vista diverso sui personaggi e una regia che predilige un’azione spirituale piuttosto che fisica. Gli “eredi” dei Goodfellas sono anche i figli che hanno smesso di idolatrare i criminali e che invece criticano duramente le scelte dei genitori, ponendo chiaramente un distacco tra due generazioni che non intrattengono mai un dialogo vero (vedi il rapporto tra Frank e la figlia Peggy); anche il protagonista del film, l’Irlandese del titolo interpretato da De Niro, non è più l’affascinante antieroe di quell’immaginario che esaltava l’epica della criminalità organizzata, ma un servitore obbediente e silenzioso che opera all’ombra di due uomini molto più eccentrici e potenti di lui (Pesci e Pacino). Rimangono gli schemi narrativi, i tradimenti, il bacio di Giuda tanto per rimanere nelle zone cattoliche dell’anima, tuttavia la posizione che assume la macchina da presa, e insieme a lei la morale dell’autore, sembrano percepire gli eventi da una certa distanza e con una inedita e “senile” saggezza.

Mafia e politica, le infiltrazioni a Washington, l’ascesa di Fidel Castro a Cuba, l’assassinio di JFK, le rivolte sociali degli anni ’60 e ’70 sullo sfondo, in secondo piano, perché davanti al giudizio di Dio (o del pubblico, o della nostra coscienza) ci sono gli uomini di Scorsese, quelli che ormai convivono con l’idea di essere stati dimenticati da chi è venuto dopo. Fa male ma non uccide, è decisivo ma non eterno. «It is what it is», dirà candidamente Russ Bufalino rivolto agli occhi sperduti di Frank Sheeran. Non è molto, ma è pur sempre uno spiraglio di liberazione dal peccato.

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