Esplorare i sentimenti di un matrimonio attraverso il dolore e le complicazioni del divorzio è possibile, almeno secondo Noah Baumbach, che oggi presenta al Lido in concorso Marriage Story accompagnato dai suoi protagonisti Adam Driver, Scarlett Johansson e Laura Dern. Prodotto da Netflix (è la seconda collaborazione del regista americano dopo The Meyerowitz Stories), il film è un racconto agrodolce diviso tra New York e Los Angeles, le città dove vivono Charlie – un regista teatrale – e Nicole – attrice – cercando di annullare le distanze fisiche ed emotive per il figlio piccolo. «È quando qualcosa smette di funzionare che la riconosci davvero, come se la vedessi per la prima volta», dichiara Baumbach in conferenza stampa, «Pensavo che il divorzio mi permettesse di capire meglio il matrimonio, ed è ciò che abbiamo cercato di mostrare. Il film inizia quando i due personaggi sono già separati, o meglio, non si rendono ancora conto di come sarà la loro vita da separati. L’ho scritto per colmare lo spazio tra loro, per inserirmi nel mezzo, esaltando l’ordinario. Perché nelle nostre vite, le cose quotidiane sono le più eccezionali».
Interviene anche la Johansson, confessando che per prepararsi al ruolo ha semplicemente ripercorso la sua esperienza personale e quella universale degli esseri umani: «Nel film c’è così tanto di tutti noi, emozioni e situazioni che sono là fuori e in cui ognuno di noi si può rivedere. Certo, parlare della fonte dei problemi è molto personale, ma posso dire che quando ho incontrato Noah stavo per divorziare e non sapevo di cosa avrei parlato con lui…Noah è stato attento, mi ha spinto a trovare il lato divertente e a parlarne, convincendomi che si sarebbe trattato di un progetto che avrei voluto fare o che non avrei voluto guardare. Ancora oggi la ritengo un’esperienza quasi fatale e catartica, arrivata al momento giusto».
Driver invece pone l’accento sull’impostazione teatrale che permea il film, dal ritmo della sceneggiatura alle dinamiche del divorzio stesso: «Esiste sicuramente una tematica del teatro, perché Charlie è un regista e Nicole un’attrice, ma c’è anche il teatro che va in scena durante le fasi del divorzio con gli avvocati, i litigi e le esibizioni per i mediatori. Le prime discussioni con Noah ci hanno permesso di andare più in profondità, e più velocemente, e credo che lavorare con un regista come lui corrisponda al seminare un’idea che non finisce lì ma che progredisce nel tempo con pensieri a cui non avevamo mai pensato».
«Sapere che questi attori avrebbero recitando le parti mi ha davvero spinto nella direzione giusta, e vederli in scena è stato come ammirare due atleti formidabili». Poi cita Persona, in relazione ad una domanda sulla scelta dei primi piani: «Se il film è così è per i capolavori che amo e con i quali sono cresciuto. Volevo tanti primi piani perché erano quelli il cuore del film, e in Persona ci sono i migliori. Senza trascurare l’importanza del rapporto dei corpi con l’ambiente. Sono elementi che ho nel sangue, fanno parte di me e vengono fuori nei miei lavori in modo inconsapevole».