Recensioni

Ci sono voluti dodici anni prima che Il processo ai Chicago 7, secondo film da regista di Aaron Sorkin, venisse proiettato su uno schermo; che sia poi quello domestico, grazie alla furba operazione anti-Covid di Netflix, non ha grande importanza. Inizialmente, nel lontano 2006, era previsto che il progetto avesse al timone l’«O Capitano! Mio Capitano!» Steven Spielberg, il quale aveva contattato Sorkin per scrivere una sceneggiatura sulla vicenda giuridica dei Chicago Seven. Al tempo lo scrittore (ormai di culto) stava concludendo la collaborazione con Mike Nichols (per il biopic La Guerra di Charlie Wilson del 2007) e la sua prima esperienza televisiva con l’ultima stagione di The West Wing (1999-2006), dramedy politico di finzione ambientato nell’Ala Ovest della Casa Bianca (la zona in cui lavorano il Presidente e il suo staff).

Nei piani originali Il processo ai Chicago 7 doveva accompagnare le elezioni presidenziali del 2008, in cui vinse per la prima volta Barack Obama, ma quell’anno si susseguirono vari scioperi sindacali che ne bloccarono la produzione: il film venne messo in pausa fino a data da destinarsi. Quasi dieci anni dopo, a seguito delle elezioni del 2016 che videro l’inaspettata vittoria di Donald Trump, Spielberg decise di dirigere “in fretta e furia” il suo piccolo The Post per cogliere lo zeitgeist statunitense (e chiudere l’ideale trilogia iniziata con Lincoln nel 2012 e proseguita con Il ponte delle spie nel 2015). Inoltre, riprese in mano il progetto sui Chicago Seven in quanto produttore (non accreditato ma presente con la sua Dreamworks) e lo affidò completamente a Sorkin che, di lì a poco, avrebbe debuttato come regista per il suo Molly’s Game (2017).

In occasione della Convention del Partito Democratico del 1968, evento tenutosi a Chicago in cui si scelse Hubert Humphrey come candidato per le elezioni presidenziali, un gruppo eterogeneo di attivisti della Nuova Sinistra organizzò una manifestazione di dissenso contro la Guerra in Vietnam, intensificata sia dalla Presidenza del democratico John Fitzgerald Kennedy sia da quella del suo vice e sostituto Lyndon B. Johnson; non meno importante, animò la protesta anche lo sconforto per gli assassinii di Martin Luther King e Bob Kennedy avvenuti entrambi quell’anno. A guidare la manifestazione furono coloro che la stampa definì come i Chicago Seven: Tom Hayden (Eddie Redmayne) e Renny Davis (Alex Sharp), i due principali portavoce degli Students for a Democratic Society; Abbie Hoffman (Sacha Baron Cohen) e Jerry Rubin (Jeremy Strong), fondatori dello Youth International Party (i cosiddetti yippies, l’ala politica degli hippies); il pacifista David Dellinger (John Carroll Lynch), leader della Mobilization to End the War in Vietnam (The Mobe); i giovani e “inconsapevoli” John Froines (Daniel Flaherty) e Lee Weiner (Noah Robbins). Anche il leader delle Black Panthers, Bobby Seale (Yahya Abdul-Mateen II), tenne “in separata sede” un discorso a Chicago. Il corteo sfociò in un feroce scontro con la polizia che, come verificato dall’ex procuratore generale Ramsey Clarke (Michael Keaton), aveva dato inizio alle violenze; i sopracitati Sette (più Seale, sebbene non presente al corteo) vennero accusati di cospirazione. Guidato dal giudice Julius Hoffman (Frank Langella), con l’avvocato William Kunstler (Mark Rylance) per la difesa e l’avvocato Richard Schultz (Joseph Gordon-Levitt) per l’accusa, il processo iniziò nel 1969 dopo l’elezione di Richard Nixon a 37° Presidente degli Stati Uniti.

Per comprendere le ragioni e l’efficacia di un grande film come Il processo ai Chicago 7 bisogna non solo guardare alla carriera di Aaron Sorkin in quanto sceneggiatore cinematografico e televisivo, dato che registicamente parlando rivolge lo sguardo verso una linea tendente alla semplicità del classico (il messaggio è più importante), ma è necessario cogliere il fermento di un Paese che subisce sempre grandi cambiamenti quando passa da un’amministrazione ad un’altra, soprattutto se di diverso segno politico; è nel momento della transizione, e quindi dell’incertezza, che accresce fino a esplodere il bisogno di ricordare e mantenere ben saldi alcuni principi fondanti della democrazia e, in particolare, dell’americaness. 

Sebbene la storia reinterpretata dallo scrittore (questo è, come tutte le altre) scorra sui binari del court drama più tradizionale, con bene e male contrapposti nei due lati di un’aula di tribunale (esattamente come in Codice d’onore, film del 1992 diretto da Rob Reiner per la sceneggiatura teatrale di Sorkin), Il processo ai Chicago 7 sceglie di percorrere con inaspettata dinamicità una via altra, di mezzo, anche a favore dell’ambiguità ideologica purché si metta in discussione qualsiasi fazione politica incapace di svolgere al meglio i suoi doveri. Infatti, se da una parte è chiara la profonda intolleranza di Sorkin verso le derive estremiste dell’amministrazione Nixon (e per specchio, quella di Trump), dall’altra non indugia nel colpire duramente l’ala opposta per cui simpatizza (come Spielberg), talmente frammentata da perdere anch’essa la bussola; per esempio, anche i Chicago Seven si spaccano nello scontro tra il rigoroso e kennediano Hayden e l’apparentemente anarchico Hoffman.

Per fronteggiare la violenza perpetrata in strada (immediato il collegamento ai moti del Black Lives Matter) e quella ideologica veicolata da un potere corrotto e anti-democratico, Sorkin ci suggerisce che la strada giusta da intraprendere sia ridare valore al potere delle idee, delle parole, della comunicazione (in un nostro presente fatto di slogan, tweet e fake news). E questo indipendentemente dalla fazione politica a cui si appartiene, e infatti il film riprende le fila del messaggio che Sorkin aveva lanciato con le tre stagioni (2012-2015) di The Newsroom (l’anchorman Will McAvoy di Jeff Daniels è repubblicano anche se, per le sue idee, tutti pensano il contrario). Le parole e il loro saggio utilizzo sono le entità divine a cui Sorkin ha dedicato la vita, creando sceneggiature complesse, calibrate al millimetro, fluviali, immediatamente riconoscibili e, talvolta, ostili al vasto pubblico (ostili come il Mark Zuckerberg/Jesse Eisenberg di The Social Network o lo Steve Jobs/Michael Fassbender dell’omonimo film); basti pensare alla disarmante genialità con cui Il processo ai Chicago 7 rende un cavillo grammaticale preso fuori contesto determinante per le sorti dei Sette (la differenza tra aggettivo possessivo e aggettivo sostantivato).

In conclusione, anche la parata di star, capitanata da un Sacha Baron Cohen da Oscar, rientra nel perfetto algoritmo della scrittura di Sorkin, consapevole che i loro volti facilmente riconoscibili non possano annullarsi a favore degli originali; anzi, il loro contributo divistico amplifica ancora di più quel senso di unione dello spettacolo cinematografico statunitense contro la politica dell’odio e dell’intolleranza. E accanto ai sette imputati, alzati in piedi contro il giocoso e in overacting Langella (tra l’altro già interprete di Nixon in Frost/Nixon di Ron Howard), si trovano anche il regista/sceneggiatore Sorkin e il produttore Spielberg, protagonisti in prima linea di un finale strappalacrime (“buonista”, per chi non si farà trascinare) come nella miglior tradizione americana: ancora oggi lo strumento perfetto con cui Hollywood lancia i propri messaggi oltre la barriera dell’ignoranza.

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