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Disinnescando techno, house e, da qualche annetto a questa parte, anche contemporanea e diavolerie AI (vedi Chaos III al mixer), con quel distintivo approccio hauntologico che lo ha reso punto di riferimento, assieme a Zomby e Burial, di un certo sentire post-rave londinese, Darren Cunningham torna ancora una volta a nome Actress con un album che esplora una diversa e più impressionistica, sfaccettatura di un sound imprendibile ancor prima che emblematico, eppure così suo (e ora anche ASMR friendly).

Al netto della parentesi con la London Contemporary Orchestra, gli ultimi album del boss di Werk Disc si sono concentrati nel restituire un calco psichico particolare in cui imprimere ripensamenti, spaesamenti, anomie e presagi tardo capitalistici. Come dicevamo tre anni fa all’altezza di AZD «le solite strade percorse tra casa, studio, andata e ritorno, sono diventate le strutture ideali per beat e 4/4, sui quali applicare un artigianato di timbriche e texture ammirate, imitate ed invidiate dalla comunità elettronica, linee di sintetici pensieri influenzate da una buona dose di THC, principio attivo che ha conferito a quei suoni una altrettanto caratteristica patina vivida e straniate, premuta sulla schiena da abbondanti momenti di depressione, circondata da mura claustrofobiche, ma anche attraversata da estatici quid ed estrema concisione, squarci di lucidità, disarmanti slanci umani, sentimenti a nudo coltivati sempre in proprio».

La differenza qui dovrebbero farla gli ospiti – Sampha, Zsela, la trentaduenne pianista toscana Vanessa Benelli Mosell, la cantante danese Christel Well e la dj californiana Aura T-09 – antidoti di una proverbiale antisocialità, ma ad ascolto fatto, e conoscendo il soggetto, si ha la conferma che non è proprio così. Rispetto a quanto il singolo con Sampha poteva suggerire (Walking Flames è in pratica un pezzo di folktronica à la Kim Hiorthøy), e all’ingresso delle voci (o meglio dei psicanalitici vocalizzi) questo non è il classico disco con la lista dei featurer da sbandierare, piuttosto un nuovo plastico urbano, ancora una volta senza particolari punti di fuga, né distopie né banale sci-fi. Da solo o in compagnia, Actress è a suo modo un pragmatico, esprime il tran tran digitalmente mediato di vite anomiche nel momento in cui queste, rapite in loop e ricorsività, si scordano di essere presenti a loro stesse. In questo, Karma & Desire – esclusi episodi avant classici e puramente narrativi come Save o Public Life con la Mosell al piano – è una forma di meditazione, l’effetto di un mantra innescato da contrappunti pianistici e spoken che spesso, per vezzo del Nostro, s’accompagnano a allegorie spy & noir à la Philip K. Dick.

Citiamo lo scrittore statunitense in quanto lui e Cunningham hanno senz’altro la narrativa (il concept del disco risponde a una “romantica tragedia tra il paradiso e l’oltretomba”) e psichedelia in comune ma non lo humour, tassello a dir il vero mancante nell’arguto puzzle finora architettato. Lo humour sarebbe stato un buon rimedio all’autoindulgenza del producer, sale sulla coda di un lavoro al solito fascinoso e, nel suo egoismo, generoso, in cui passato e presente si incontrano in molteplici modi, ad esempio, intersecando ricordi house di un Adonis (Turin con Aura T-09) o l’electro della primissima produzione Hip Hop (Diamond X) rispettivamente in spettrogrammi soul e astrazioni HD. Ma c’è altro ancora in questo, valido, disco che vale la pena sentire o anche semplicemente ascoltare.

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