• apr
    14
    2017

Album
AZD

Ninja Tune

Add to Flipboard Magazine.

Arrivati al 2017, la grammatica musicale di Darren DAZ Cunningham – le sue influenze musicali, l’amore per Terrence Dixon, l’importanza ricoperta dalle produzioni in proprio e della etichetta personale Werk Discs – risulta piuttosto chiara a chi ha seguito con attenzione le evoluzioni elettroniche degli ultimi anni. Per sua stessa allusione/ammissione Ghettoville doveva essere l’ultimo atto dell’alias Actress, poi è uscito un valido Dj Kicks, ed infine Levantis, l’avventura che avrebbe dovuto iniziare un nuovo cammino, si è rivelata (per il momento) una temporanea parentesi, o meglio, una sorta di esperimento (fallito) à la The Tuss.

Ascoltare un nuovo album di Actress, che sia questo AZD o uno successivo, a questo punto non ha più molta importanza, non farà più lo stesso effetto di qualche anno fa, così come sono note anche le virgole e i punti e virgola dei crack e dei click vinilici hauntologici della produzione di un altro south londoner come Burial. Ma il punto non è questo: Burial, Actress e mettiamoci pure anche Zomby (quello di Dedication ma non solo) hanno riscritto in forma di pattern ritmici i loro camminamenti quotidiani per le strade, i supermercati, le fermate dell’autobus dei loro isolati e quartieri tante e tante volte; ci hanno impresso un calco psichico particolare, passato e ripassato nei tasti, nei nastri, nei pedali, nelle filter units, nelle leve, in vecchi amplificatori, interfacce e cdj, PC portatili e circuiteria casalinga, al tempo di una comunità/società che ha metabolizzato la morte del rave non solo intesa come evento giovanile di “sparizione collettiva”, ma come qualcosa di più profondo. Negli anni, le solite strade percorse tra casa, studio, andata e ritorno, sono diventate le strutture ideali per beat e 4/4, sui quali applicare un artigianato di timbriche e texture ammirate, imitate ed invidiate dalla comunità elettronica, linee di sintetici pensieri influenzate da una buona dose di THC, principio attivo che ha conferito a quei suoni una altrettanto caratteristica patina vivida e straniate, premuta sulla schiena da abbondanti momenti di depressione, circondata da mura claustrofobiche, ma anche attraversata da estatici quid ed estrema concisione, squarci di lucidità, disarmanti slanci umani, sentimenti a nudo coltivati sempre in proprio. Cunningham di quella modalità di suonare ha fatto uno stile di vita antisociale e refrattario ai live (ma le cose stanno per cambiare, forse), l’ha chiamata rnb concrete scherzandoci su (ma anche no), e con questa mentalità ha prodotto questo disco che fin dalla copertina sembra voler sposare le urgenze di un vivo dibattito su automazione e intelligenza artificiale.

AZD, come del resto anche Ghettoville prima di lui (dedicato ai senzatetto e ai poveri cristi londinesi), non è però un lavoro unidirezionale. Actress è pur sempre diario subliminale e prodotto concettuale assieme (vedi le citazioni dell’influenza di artisti outsider e a modo loro afrofuturisti come James Hampton e Rammellzee), pertanto le suggestioni computazionali che rimandano giocoforza all’amato Dopplereffekt e ai «mondi paralleli» citati nella press, non sono l’unico risvolto di una tracklist che, al solito, richiede una certa dose di immersione e dedizione per essere apprezzata appieno. Poi c’è da ricordare che Cunningham è sempre Cunningham, e per l’ascolto della sua musica è richiesta una buona dose di resistenza. La sua autoindulgenza è proverbiale in episodi dove sono piccoli, a volte piccolissimi dettagli (o anche semplici giochi sui volumi) a variare trame ripetitive ed inesorabili (vedi una Untitled 7 prima senza e poi con il beat, o le successive Fantasynth e Blue Window).

In tracklist – sorpresa – troviamo anche dell’aereo synth pop (Runner, che si ispira a Blade Runner, leggiamo, ma che in verità sembra Darren che si è dato al jogging), delle staffilate noisey psichedeliche (la traccia tra Zomby e Burial Dancing In The Smoke), come uno sketch proto Hip Hop (CYN, che porta il campione vocale dell’artista newyorchese Rammellzee, quello del futurismo gotico, delle armature samurai fosforescenti, l’amico di Basquiat, ecc.), del grime intimo e soulful a cristalli liquidi dalle parti di Mr Mitch (beffardo il titolo Falling Rizlas) e un sinfonico requiem glitchato che sembra la naturale evoluzione della sua recente esperienza/performance con la London Contemporary Orchestra, oltre che una “cover” di Gabriel Fauré (Faure In Chrome, che è un Matthew Herbert telefonato). In pratica, con la scusa del «disco come sistema» e dei «mondi paralleli», sempre parole sue, è un Actress più vario e persino “vispo” (virgolette d’obbligo) quello che ascoltiamo, stretto tra i binari del consueto set and setting, ma con una sua intrigante/respingente quadratura tra clubbing sperimentale e ricerca concettuale. AZD, sempre parafrasando Timothy Leary, si pronuncia azid, e se invece dell’anagramma del suo nomignolo da ragazzo (DAZ) volesse dire androidi in acido? Nota conclusiva: la traccia finale si intitola Visa ma invece di alludere a plumbei scenari post-Brexit sembra una jam cazzeggio tra Aphex Twin e i Forgemaster. Probabilmente non il miglior Actress finora, eppure la conferma di una assoluta bontà e solidità artistica. Un disco che parla ancora della sua fame di conoscenza e integrità. Ancora una volta tutto è rimandato alla strada e da qui tutto trascende, parte e riparte, uguale e differente allo stesso tempo.

13 aprile 2017
Leggi tutto
Precedente
Giulia Villari – Real Giulia Villari – Real
Successivo
Solki – Peacock Eyes Solki – Peacock Eyes

album

recensione

recensione

recensione

recensione

artista

Altre notizie suggerite