Recensioni

Al contrario di quanto si può leggere facendosi un giro tra le varie recensioni pubblicate dalle testate italiane (non tutte, ma la maggior parte sì), Bad Boys for Life è il miglior capitolo dei tre finora usciti nelle sale, e perdere proprio il suo principale fautore, Michael Bay, è stata una delle cose migliori che potesse capitare alla saga. Non fraintendiamoci, i primi due film – Bad Boys (1995) e Bad Boys II (2003) – rimangono scolpiti a ferro e fuoco nell’immginario action di quegli anni, a dire il vero più il capostipite, che rappresenta il paradigma per ogni blockbuster action uscito nei Novanta ed è responsabile nel bene e nel male di una serializzazione del genere che poi deflagrò in un appiattimento dell’offerta piuttosto imbarazzante. Già il secondo capitolo mostrava la corda di un’alchimia – quella tra Will Smith e Martin Lawrence – esauritasi nel corso del primo film e cristallizzata nelle figure di due (allora) giovani detective della polizia di Miami poco avvezzi alle regole e tutt’altro che intenzionati a maturare; il capitolo successivo riprendeva proprio queste basi per catapultarle nel nuovo millennio, ma il risultato fu un pastrocchio che, nonostante i buoni risultati commerciali, non si fa fatica a etichettare come un inutile remake mascherato da sequel.
Bad Boys II soffriva in primo luogo di uno script abbozzato e tirato per i capelli, poi di una regia ipertrofica e pomposa, al limite della schizofrenia, in cui Bay cercava a modo suo di costruirsi addosso uno stile che si sarebbe poi involuto nell’eccesso più sfrenato (e sconsideratamente sgrammaticato) nei film successivi (dalla saga di Transformers per arrivare all’ultimo, imbarazzante 6 Underground). Il cambio in sede di regia per questo Bad Boys for Life, terza fatica firmata da Adil El Arbi e Bilall Fallah, quindi si sente e si percepisce prima di tutto in virtù del fatto che per una volta la messa in scena è al servizio degli attori e non il contrario; Smith e Lawrence non solo si muovono attraverso sequenze che mettono in risalto il loro inconfondibile carisma, ma la struttura stessa della narrazione è avvalorata da un gusto per l’estetica e per la costruzione tecnica che trova l’esempio migliore in due macro-sequenze come quella dell’operazione di arresto all’interno della discoteca (con conseguente inseguimento per le strade di Miami) e dell’epilogo infuocato nella dimora messicana dalla quale ha origine questa storia.
In maniera squisitamente meta-narrativa, infine, questo Bad Boys for Life sembra tanto una versione meglio riuscita del coevo Gemini Man. Il film di Ang Lee ragionava parecchio sul confronto tra il vecchio e il nuovo, tra l’analogico e il digitale, così come questo terzo capitolo dedicato agli agenti Lowrey e Burnett è tutto un excursus neanche troppo superficiale sul tempo che passa, sull’accettare l’arrivo della vecchiaia e dei cambiamenti in atto, sul dialogo con le nuove generazioni (i battibecchi tra Smith e i nuovi, giovani colleghi). Il tutto intessuto perfettamente dalla sceneggiatura di un certo Joe Carnahan, uno che l’action anni Novanta l’ha proprio metabolizzato ri-contestualizzandolo al meglio nei Duemila (suoi sono Smokin’ Aces, The Grey e Stretch), che odora di atmosfere e svolte nineties lontano un miglio (la minaccia che arriva dal passato oscuro di uno dei protagonisti, la voglia di fare baldoria nonostante l’età, etc.). Di sicuro, se questo è l’esito, ci aspettano nuove ed interessanti prospettive per il già annunciato quarto capitolo.
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