Recensioni

Dare seguito a un percorso solista significa il più delle volte continuare a esplorare quei suoni e quelle passioni che difficilmente riusciranno a trovare spazio nella band d’origine. Goldfoil, primo disco solista di Adriano Viterbini, aveva confermato questa regola. Un album strumentale con la sola chitarra, ora acustica, ora elettrica, a dividersi tra standard, riff e traditional blues, e folk per lo più a stelle e strisce.
Questo Film O Sound amplia ulteriormente il ventaglio di scelte, aggiungendo innanzitutto un parterre incredibile di musicisti – Fabio Rondanini (Calibro 35, Afterhours), Stefano Tavernese, Enzo Pietropaoli, Bombino, Jose Ramon Caraballo Armas (Daniele Silvestri, Bandabardò), Alberto Ferrari (Verdena) – e allargando le coordinate geografiche del progetto di rivisitazione strumentale a sei corde tra il nord e il sud del mondo, dall’Africa al Sud America, agli Stati Uniti. A dettare la linea ci sono plettrate, assoli tuareg e l’aiuto di un proiettore a bobine degli anni ’40 che dà il nome al disco e che qui viene utilizzato da ottimo amplificatore per chitarra elettrica.
Tutto serve a ricreare un atmosfera incantatoria, immaginifica, capace, come la cabina del Doctor Who, di trasportarci ora in India, ora in Messico, ora in Texas, ora su qualche spiaggia hawaiana. Quello di Viterbini non è mai mero esercizio di stile, non ci si perde mai tra virtuosismi fini a se stessi, ma l’obiettivo rimane sempre quello di costruire mondi musicali credibili in grado di far salire i brividi o magari di riscaldare. Si prenda il blues da notte innevata di Bakelite, con il violino di Stefano Tavernese a dialogare, stuzzicare e infine unirsi in coro alle distorsioni della chitarra. O ancora la sognante Malaika, tra una slack key e la tromba di Caraballo. O magari la semplice solennità di quella Five Hundred Miles di Hedy West, qui rivisitata in una nuova vesta malinconica, arrendevole, o di Bring It On Home, unico brano cantato dell’album – con la voce di Alberto Ferrari – che si va ad integrare in maniera osmotica al blues di Sam Cook.
Un percorso musicologico, per realizzare da solo un – parole sue – “disco che vorrei ascoltare e che vorrei comprare”. Tra divertissement (Mondo Slack Key) e autentiche riscoperte (Tunga Magni), a ben guardare ce n’è davvero per tutti i gusti. La produzione affidata a Marco Fasolo dei Jennifer Gentle e l’eccelsa qualità d’esecuzione complessiva sigilla un lavoro che diverte, entusiasma, emoziona e non annoia mai, dalla prima all’ultima traccia.
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