• giu
    10
    2016

Album

Universal

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Spigoloso, cantautorale, pop, avant, lineare, elettrico, acustico, sperimentale, stratificato, complesso, rock, concettuale, calcolato, umorale, umano: una, nessuna e centomila le possibili combinazioni alla base di Folfiri o Folfox. Si dice che dal caos nascano le espressioni artistiche migliori: di caos, nella parabola degli Afterhours, ultimamente ce n’è stato parecchio, a cominciare dalla partenza del batterista e co-fondatore Giorgio Prette e del chitarrista Giorgio Ciccarelli, passando per l’arrivo di Fabio Rondanini e Stefano Pilia (con tanto di comunicato stampa allegato e considerazioni recenti di Manuel Agnelli rilasciate a La Repubblica: «eravamo marci. Neanche un anno fa sembrava tutto finito, per una settimana me ne sono andato dalla band»), fino ai lutti familiari che hanno segnato la vita di alcuni componenti della formazione (tra cui il frontman, che ha dovuto affrontare la perdita del padre). Vecchi legami che spariscono, nuove connessioni che rinvigoriscono, morte e rinascita, e l’idea di uno pseudo-concept sulla malattia – Folfiri e Folfox sono sigle che indicano due tipologie diverse di trattamenti chemioterapici – che ordina gran parte dei brani del disco, circuitandone le tematiche, le atmosfere e le musiche.

Queste ultime rappresentano il cardine dell’album: c’è una tale ricchezza strumentale alla base dei diciotto brani in scaletta – sarà interessante capire come verranno resi dal vivo – che il primo impatto col materiale lascia quasi storditi. Ci vuole qualche passaggio per entrare appieno in un lavoro che non teme salti nel vuoto o passi falsi: se Grande, tolto l’impeto emotivo degli archi e la compattezza dei livelli strumentali, è una ballata in puro stile Afterhours, l’avant-noise furente e inesorabile di Il mio popolo si fa è una Male di miele aggiornata al nuovo corso musicale della band milanese, mentre l’ottima Non voglio ritrovare il tuo nome indossa il vestito pop sgargiante e irresistibile di una Bianca o di una Non è per sempre. Eppure sono brani come L’odore della giacca di mio padre, Qualche tipo di grandezza e Cetuximab che latamente determinano l’andatura e il tono generale del disco, con una ricchezza formale inedita e trasversale: il primo è una canzone voce e pianoforte articolata su una complessità armonica atipica per Agnelli e compagni, e che si fa scolpire da qualche rimbrotto noise; il secondo è un imbuto di chitarre elettriche distorte e contrappunti di tamburi frastagliati su un tempo fluido e in mutazione; il terzo è un noise che suppura quelli che sembrano strati di sovraincisioni incamerando idealmente particelle di Bologna Violenta. Parentesi in cui gli Afterhours riescono a definire un immaginario sonoro “avventuroso” e che dimostrano una certa freschezza, considerati i canoni stilistici ormai consolidati del gruppo.

La voglia di sperimentare che caratterizza tracce come San Miguel (sorta di ambient disturbante in onore alla «preghiera dei piloti che portano la cocaina dal Perù alla Bolivia» – fonte: Il Mucchio) posizionate nel primo disco, viene ripresa anche da un secondo CD leggermente meno affilato: la title track è l’ennesima riflessione sui trattamenti medici, affidata questa volta a un quasi spoken word inquietante condito da voci catacombali e da un temporale di batterie e distorsioni sullo sfondo che non fa respirare; Ophryx è una intensa parentesi ambient a base d’archi che non sarebbe dispiaciuta a Julia Kent; Fa male solo la prima volta suona come dei Queens Of The Stone Age sotto Mandrax. Oggi, Se io fossi il giudice e Né pani e né pesci sono i brani meno incisivi del lotto, superati da una Noi non faremo niente in controluce, acustica e catartica, e da una Fra i non viventi vivremo noi al cardiopalma.

Squarci di un disco doppio impossibile da sintetizzare nella sua interezza in questa sede e che nemmeno vogliamo svelare del tutto, visto che più che in altri casi qui vige il gusto della scoperta durante l’ascolto, e quindi della sorpresa (nel bene e nel male). Quel che è chiaro è che Folfiri o Folfox rappresenta l’ennesima buona tappa di un percorso artistico che dimostra ancora una volta una spinta vitale e creativa invidiabile, meno incasellata negli stereotipi rispetto al passato e per nulla spaventata dal cambiamento. Dopo 28 anni di vita discografica e con alle spalle album che hanno segnato un’epoca, è forse questo il complimento migliore che si possa fare agli Afterhours.

10 giugno 2016
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