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6.4

In quanto a ricerca di nuove forme d’espressione tra spiritualità, identità e hi-tech, Aïsha Devi se la batte con Fatima Al Qadiri. Le due ragazze condividono sia biografie familiari peculiari, sia tentacolari geografie di spostamenti (nata in Svizzera, mezza tibetana e mezza europea la prima, e nata in Senegal, cresciuta in Kuwait e residente nella Grande Mela dopo una serie di spostamenti tra Europa e USA la seconda) che hanno pavimentato percorsi artistici anche piuttosto differenti, tuttavia similmente caratterizzati da un idea di progetto artistico totale che ne ha assorbito completamente le biografie all’insegna di un impegno non soltanto musicale.

Precedentemente nota come Kate Wax e legata tanto al giro minimal analog della Border Community di James Holden (che produceva il buon Dust Collision), quanto ad un art folk elettronico non lontano da Grimes, la Devi ha successivamente adottato il nome di battesimo per dedicarsi anima e corpo al proprio progetto di vita/arte, traghettando la sua techno folk verso un hi-fi shamanism, definizione da lei stessa formulata per sottolineare una musica che, nel frattempo, s’è fatta più astratta e attenta nel catturare il mutante rapporto che la lega alla spiritualità (canto) e alla materia (elettronica).

Nemica da sempre di ogni sorta categorizzazione e immobilismo, Aïsha ha trasformato negli anni suoni e intuizioni a proprio piacimento, senza badare a limiti o restrizioni di sorta: all’inizio, prima della pausa per la maternità (dopo la pubblicazione dell’album Reflections Of The Dark Heat), faceva electroclash à la Peaches; giusto un anno fa, nell’EP Hakken, introduceva la gabba dei famigerati 90s in una terra di nessuno tra Tri Angle e new age; in Conscious Cunt, l’EP che ha segnato il suo ingresso presso la Houndstooth di Rob Booth, dominano invece synth visionari à la Chromatics, ma soprattutto un approccio organico e lancinante che porta dritti al cuore del sound di Arca. In pratica, Aïsha è assolutamente immersa in spiritualismi vari, notti insonni, lotte politiche e critiche ai valori occidentali, ma le orecchie per ascoltare le più vive tendenze elettroniche degli ultimi due lustri non le sono mai mancate, a partire dall’amore per i The Knife, il cui percorso artistico sembra aver lasciato in lei un solco profondo.

Il nuovo lavoro, Of Matter And Spirit, si configura oggi come un possibile anello mancante tra la techno radical chic dei numi tutelari di lungo corso e l’ondata di produzioni organiche ed hi-tech che ha dominato questo 2015 ormai giunto al termine, uno spettro che va dal Mutant del citato Arca (Kim & The Wheel Of Life) al lavoro più hi-tech di tutti, il Platform di Holly Herndon (1%). Dicevamo, possibile anello nel senso che non tutto in questo lavoro gira – e strega – come dovrebbe e, al netto di abbagli “orientalisti” e speculazioni sulle strategie discografiche di Rob Booth (in generale Houndstooth mantiene una qualità media piuttosto buona – vedi Akkord, Call Super – ma non infallibile, soprattutto sul lato melodico), quel che abbiamo in cuffia sono tracce sfuse e non un album vero e proprio, tracce che trovano senz’altro un filo conduttore nei vocalizzi astratti e newagey della Devi, ma che, in definitiva, rimangono una serie di interludi per qualcosa che difficilmente lascia il segno. Nel singolo Mazdâ (da vedere anche il videoclipAïsha sembra voler proseguire il discorso della Grimes di Halfaxa, ma nel resto dei brani l’inserto vocale non sembra venir utilizzato con altrettanta consapevolezza.

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