Grimes

Venus in fleurs

«La gente della mia età ha avuto internet fin dall’adolescenza. Così penso di aver avuto un background musicale differente, fin dall’infanzia. I ragazzi sui trenta o più vecchi non l’hanno avuto, sono cresciuti con i generi musicali. I ragazzi come noi hanno avuto tutto contemporaneamente, ecco perché hai gli Animal Collective e tutte quelle strambe medley band. I generi stanno scomparendo, la gente usa le band come punti di riferimento»
(View Magazine, 2011)

A metà tra producer e cantante, Grimes è tra i volti femminili più eclettici, interessanti e chiacchierati degli anni ’10. Il suo approccio, caratterizzato da un ampio spettro di riferimenti e fascinazioni, colorati e arty come Björk ma anche scuri e wave come Lykke Li e Chelsea Wolfe, si contraddistingue, da sempre, per un giocoso massimalismo laptop based ossessionato per l’Oriente e l’hi-tech che la stessa musicista ha definito post-internet. Parte integrante della sua fama e successo è un’accurata e indipendente gestione a 360° della propria immagine che va dall’arrangiamento musicale alla direzione dei videoclip, fino alla sartoria dei propri abiti e la scelta del padre del proprio figlio (Elon Musk). Affermata icona (alt) pop figlia del suoi tempo, Grimes riesce a mantenere due piedi in una scarpa, restando un passo fuori dai piani davvero alti mantenendo tuttavia salde le proprie radici a un passato e un presente da nerd terminale.

Proprio come Kanye, che se vogliamo rappresenta l’immaginario risvolto della medaglia più macho e virile, la sua è una gestione del brand oculata ed esasperata, con un gran fiuto per gli affari, gestazioni musicali infinite fatte di annunci e promesse che quasi mai si rivelano veritiere, dischi ritoccati all’infinito e, spesso, cestinati inesorabilmente. Il suo è un pop in senso lato, lo prende, lo scompone e lo ri-filtra attraverso la miriade di influenze e fascinazioni che da sempre la attraggono, tra manga giapponesi, ossessioni digital e tecnologiche, avanzati giochi di ruolo. Chiacchieratissima dai media, li rifugge con disprezzo sfruttandoli a piacimento, buttando in quel mare di squali continue esche, tra fake news, dichiarazioni al limite del surreale e dunque tutto un narcisistico gioco di specchi troll, prank e giù per quel sentiero.

Per quanti si chiedessero cosa voglia dire ‘Grimes’ la risposta è semplice: nell’atto di iscriversi a MySpace, la Boucher nota la parola tra i generi musicali, le piace come suona e la adotta aggiungendoci una “S” finale. All’epoca non ha idea di che genere di musica sia ma passa molto tempo affinché recuperi un po’ di informazioni e sopratutto ascolti. In un’intervista del 2014 si dichiarerà grande fan di Dizzee Rascallo amo da sempre») ma anche di Skeptaè un figo»).

We had the sky up there, all speckled with stars

Claire Elise Boucher nasce il 17 marzo 1988, a Vancouver, da una famiglia di origini ucraine, russe e quebechiane. Dopo gli studi alla Lord Byng Secondary School, e una spiccata passione per il balletto, appena maggiorenne si trasferisce a Montreal per studiare neuroscienze alla McGill University. E qui che sceglie l’alias Grimes. Ed è qui che iniziano le prime produzioni DIY che la porteranno dritta dritta all’esplusione dall’ateneo. Prima di lasciare l’istituto, fondamentale però risulta l’esperienza nel Lab Synthèse, dove prende velocemente confidenza con macchine per far musica (drum machine, tastiere e loopstation) e palcoscenico. Di pari passo con la musica, Claire sviluppa grandi passioni per natura, veganesimo e viaggi. Nel 2009, assieme al fidanzato, decide di attraversare il fiume Mississipi da Minneapolis a New Orleans con una casa galleggiante autocostruita nominata Velvet Glove Cast In Iron munita di soli polli, patate, una macchina da scrivere e una copia di Le Avventure di Huckleberry Finn. Per tutta la durata del viaggio, inoltre, la coppia decide di cambiare nome, optando per Veruschka e Zelda Xox.

L’esordio arriva all’inizio dell’anno successivo, dopo la firma con l’etichetta Arbutus. Si tratta di una cassetta – Geidi Primes – registrata con GarageBand, una tastiera e suoni di percussioni campionati nella più metodica artigianalità (bacchette battute su un tavolo), e la cui versione primordiale viene definita dall’artista un vero e proprio disastro. Il titolo del disco, oltre a far rima con il nome d’arte della Boucher, richiama l’omonimo pianeta del Dune di Frank Herbert, tra le opere preferite dell’artista canadese che da anni fantastica su un suo riadattamento cinematografico dell’opera dopo quelli di Lynch e Villeneuve. Il genere dell’album? Secondo lei si tratta di “cyber twee”, ovvero l’unione di due prefissi piuttosto stridenti tra loro, il primo riferito a tutto quell’immaginario che contrappone l’uomo, la macchina e rispettive interazioni e interfacce e il secondo al sottogenere di indie pop associato alla generazione C86 e a etichette come Postcard e Sarah Records. Dunque il silicio vs la dolcezza, lo sci-fi e la natura, il tutto angolato da una spiccata attutudine DIY che si risolve già nell’osservazione della copertina del disco. Venendo al dunque: Geidi Primes è un azzeccato cocktail di dream pop e oscura wave che mostra tutta l’acerbità e l’incompletezza di un’opera prima dal sicuro fascino.

Bisognerà attendere qualche mese per Halfaxa, il vero debutto sulla lunga distanza che vede la luce su due label differenti in momenti diversi (Arbutus Records a ottobre 2010 e Lo Recordings a maggio 2011) e che arriva dopo un soggiorno vacanziero ad Halifax, provincia della Nuova Scozia («È una città davvero cool, ma lo sarebbe di più se avesse il nome di una ragazza»). Composto nel caldo infernale della sua stanza in compagnia di un gatto che proprio non vuole saperne di starsene buono, il disco trova ancora una volta una definizione auto attribuita dalla Nostra che lo definisce “Lo-Fi Ethereal Hardcore” rigettando la label “witch house” che tutt’oggi ammette di comprendere a stento ma che palese si manifesta nei suoi spettri goth (vedi Salem), nelle correnti dell’art techno dei Knife e nel bedroom pop. La troviamo dunque nei panni della musa folk (Devon) dai rimandi dream Ottanta (Cocteau Twins, Dead Can Dance), in quelli dance negli episodi riconducibili alla scena nordica, nella versione da cameretta della svedese Likke Li come in quelli della producer attenta al sottobosco elettronico UK (Hallways) come all’hip hop e all’r’n’b degli anni ’90/’00. A tutti gli effetti è il disco meno venduto della sua carriera e, a suo avviso, anche il più sottovalutato. Nell’aprile del 2011 esce Darkbloom, split EP in tandem con il connazionale Chris d’Eon, che vede Grimes con le prime pose pop, e accompagna la citata Lykke Li nel tour nordamericano. Dello stesso anno è anche un feat. nel brano Dream World dei Majical Cloudz.

 

Grimes for Ginza Magazine
Photographer : Brendan Meadows

See you on a dark night

Il 2012 è un anno che segna profondamente la carriera della musicista, che firma per 4AD – il più ovvio degli approdi – e pubblica il terzo album Visions, trainato dal singolo Oblivion. Registrato in tre settimane nel proprio appartamento in un vero e proprio stato di clausura, oscurando porte e finestre e facendosi passare il cibo sotto la porta, il lavoro – tra citazioni ad Anna Andreevna Achmatova e Abbes Hildegard – cambia rotta e, pur puntando ancora una volta su un’ampia palette di stili, riesce comunque a mantenere fermo il timone di un art pop d’autore. “Psychedelic sci-fi twee”, per la Nostra.

Per sfidarsi, Claire sceglie uno dei connubi più interessanti: filtrare l’r’n’b americano con ricordi 80s in una serie di trend trasversali all’indie contemporaneo come il tastierismo cinematico di Vangelis, certa dream wave nordica di lungo corso, folktronica e qualcosa del glo fi più pop (Nite Jewel). Un mix di influenze gestito con ammaliante leggerezza ad ancorare le gassosità di Halfaxa in canzoni, ognuna con una propria identità. Caparbia e creativa, la canadese di stanza a Montreal raggiungere un nuovo equilibrio tra il lato producer e quello performativo che da sempre la caratterizzano: il primo ne esce maturato a livello tecnico, il secondo la avvicina alle dive personali (la citata Carey ma anche Beyonce e Cindy Lauper) sempre secondo proprie regole (Vowels = space and time).

A convincere maggiormente sono le spazialità sci-fi pre-techno dell’album (la stessa che ci piacque nel film Drive – ascoltate Nightmusic), il tocco indietronico oculato (Be a Body), i filtri sulle voci che la fanno sembrare una pupa mainstream in regressione infatile da xtc (Eight) nonché la citazioni 80s, tutte cifrate (When Doves Cry di Prince in Colour of Moonlight (Antiochus) con il feat. di Doldrums, Father Figure di George Michael nella citata Vowels). Anche il mondo si accorge di lei: il disco si piazza al 7° posto della classifica album in Australia, e addirittura nella casella numero otto di quella UK relativamente ai dischi indie.

Nello stesso anno Grimes dà vita, assieme a Tim Lafontaine aka Cop Car Bonfire, al side project Membrain. In previsione c’è un EP (Sit Back, Rewind) ma del progetto vengono pubblicate soltanto due tracce, Airic e Grime, condivise su Soundcloud. La stessa Claire, del resto, ne parla nei termini di un’esperienza prettamente live (“Io mi occupo della parte vocale, ma è Tim il vero genio. Membrain è un’improvvisazione live drone techno, difficile da inserire nelle registrazioni“). Nel frattempo è iniziato il periodo di gestazione del nuovo lavoro che più dei precedenti è caratterizzato da un’immersione completa nelle nuove idee con relative ossessioni e ripensamenti continui ma anche da un focus maggiore sulla live performance come lei stesso afferma in un’intervista a noi concessa nel 2012.

Due anni più tardi, a giugno, esce lo streaming di Go, che vede la presenza di Blood Diamonds, brano scritto per – ma poi rifiutato da – Rihanna da cui viene ricavato anche un videoclip diretto dalla stessa Boucher assieme al fratello Mac. Vicino a sonorità EDM e radio friendly il pezzo è accolto piuttosto male dalla fanbase storica dell’artista che l’accusano di essersi venduta. Probabilmente condizionata dalla pressione esercitata dai fan, in un’intervista concessa al New York Times qualche settimana più tardi, Grimes dichiara di aver cestinato il disco prodotto fino ad allora. Quell’anno, che si chiude con una canzone di Natale prodotta con il fratellastro, non accade molto altro, a parte un chiacchieratissimo set estivo targato Boiler Room nella casa ibizenca di Richie Hawtin – in cui l’artista rivelazione del 2012 si diverte a sovvertire le regole del famoso format dance mescolando brani come All I Want For Christmas di Mariah Carey, Blitzkrieg Bop dei Ramones, brani di Taylor Swift e altro ancora. I fan hardcore della Boucher ne vogliono una versione pubblica tanto da avviare una petizione via internet.

 

Grimes for Vogue

I love you almost every day…

Amenità a parte, è il 2015 l’anno del seguito dell’agognato Visions. Il disco viene anticipato dalla versione demo del brano Realiti che viene accompagnato da un video pubblicato a marzo 2015 ma anche da un doppio clip, diretto da Grimes sempre con l’aiuto del fratello Mac Boucher, contenente le anteprime di Flesh without Blood e Life in the Vivid Dream.

«Dal momento che la canzone non farà parte dell’album pubblico questo brano è per ringraziare tutti quelli che sono venuti ai miei show di Singapore, KL, Manila, Jakarta, HK, Shanghai, Beijing, Taipei, Seoul, Osaka, Nagoya e Tokyo. È stato un onore suonare con band incredibili e viaggiare in posti che altrimenti non avrei mai visitato. Questa canzone non è mai stata completata: è un demo proveniente dall’album cestinato, registrato all’inizio del 2013. Ho perso i file di Ableton, quindi manca sia il missaggio che la masterizzazione. Ho cercato di portare l’mp3 ad uno stato ascoltabile, ma era registrato male… quindi è un po’ un casino haha»
Grimes sul videoclip di Realiti (demo)

È l’ennesimo colpo azzeccatissimo dalla musicista canadese che nel frattempo ha trovato il tempo di collaborare nuovamente con Bleachers, disegnare la copertina del comic book The Wicked And The Divine e fondare la Eerie Organization, realtà nata per aiutare gli artisti emergenti. Anticipato da alcune oculate interviste con profusione di dettagli sul processo creativo dell’artista, Art Angels viene annunciato a sole tre settimane dalla sua uscita ufficiale e si presenta da subito come un lavoro che cambia rotta per puntare ancor più in alto in termini sartoriali e di concept (“orchestral emo productions”, dice lei). Lo stacco tra questo album e il predecessore è notevole, ed è uno scarto nella direzione pop anelato fin dai tempi del famigerato singolo, eppure non nei termini di quel pop EDM che maldestramente avrebbe potuto facilmente essere. Piuttosto un ibrido power- sorretto da una produzione che si avvale di nuovi strumenti (tra tutti, un violino ripulito con l’autotune), ma soprattutto di un approccio 90s rivisitato con tanto di chitarrine liofilizzate, drum machine e tiro dance femminista nel senso di rock – ma non di quel rock transgenico da maschietti stile grebo o Nine Inch Nails, piuttosto un po’ di quel ribellismo che caratterizzava l’American Life di Madonna.

La superficie dell’intero lavoro risulta estremamente pulita, pensata e ripensata, e l’aspetto che più colpisce ascoltandolo con attenzione è che gli equilibri arrangiativi sono quasi sempre efficaci, sia che guardino a filtri e bassoni Hip Hop e skrillex/diplate varie (vedi il pezzo tribal con Janelle Monàe), sia che puntino a parentesi cyber rock (Scream con il feat. di Aristophanes). Se in passato per Grimes si spendevano paragoni con Björk/Chelsea Wolfe/Lykke Li, ora ascoltando uno dei numeri più melodici in scaletta, ovvero California, il pensiero va alla Taylor Swift sbanca classifiche di 1989 (il paragone è con il brano Welcome To New York), ed è tutta salute perché è così che vorremmo il mainstream: non una rincorsa vampiresca di danarose popstar alla linfa alternative, ma nuove pop star in grado di far sfilare i propri abiti/arrangiamenti e di scegliere da sole la propria formula, imponendo una nuova moda senza prenderne in prestito una già esistente attraverso questo o quel producer compiacente e compiaciuto (vedi la Katy Perry di Dark Horse, la copertina di Prism, ecc…).

Rispetto alla Swift, che ha imposto una sintesi ultrapop stellestrisce tutta rotondità, o alle starlette del K-Pop, Grimes è libera nello sprigionare la propria contagiosa femminilità, incanalando idee e urgenze verso quelle rotondità di produzione che l’ambizione e le regole del gioco richiedono: non rinuncia né all’anthem pop, né al massimalismo, risultando immediata, fresca e contagiosa, ma al tempo stesso svincolata dal 2D del pronto consumo. Sta qui la riuscita di brani come Realiti, Flesh Without Blood e Easily o di una ballad dolorosa come Live In The Vivid Dream, e persino del tiro prog-house di Butterfly, un brano che vocalmente sembra una via di mezzo tra Katy B e Ellie Goulding e che a livello di produzione suona come Calvin Harris avrebbe sempre dovuto suonare (certo, in un mondo ideale dove le radio FM passano l’ultimo disco dei New Order e non l’ennesimo synth in overdrive).

In Art Angels Grimes è regista, interprete e coreografa del suo personale caleidoscopio musicale, una sorta di eccentrico LARP abitato da una serie di personaggi fittizi (LV., Roccoco Basilisk, Kill V. Maim, Skreechy Bat ecc.) con i brani in scaletta vestiti come modelle ad una sfilata di alta moda, ma non per il prêt-àporter di Ariana Grande e Co. Certo, non è una novità assoluta per lei, piuttosto l’ennesima metamorfosi che, al contrario di quella della Zola Jesus di Taiga, impantanata in un limbo tra accessibilità e caricatura, assomiglia sempre più a quelle storiche di Madonna o David Bowie, parabole artistiche che hanno plasmato arrangiamenti e immaginario ad ogni album a seconda del progetto artistico da costruire o dell’importante accadimento biografico da portare all’esterno.

Un mese e poco più dopo l’uscita del disco, Grimes condivide l’inedito Fifteen Minutes To, probabilmente risalente ad alcune sessions precedenti al secondo album Halfaxa, mentre il 2015 si fa segnalare per un paio di mix per Beats 1 e BBC Radio 3 – sfiziandosi tra alcuni dei suoi brani preferiti e radici musicali più o meno nascoste (Aphex Twin, Perfume Genius, Animal Collective, Chairlift e non solo) – e per la collaborazione con Stella McCartney per la campagna pubblicitaria del nuovo profumo ecologico di quest’ultima, Pop, confezionato con carta ricavata da foreste gestite in maniera sostenibile, dunque su misura per il green sentiment della Nostra che non esista a definire la figlia di Sir Paul la sua «vegana preferita». La partnership è accompagnata da un videoclip con Venus Fly a fare da corredo sonoro e immagini dell’artista canadese mentre balla e canta in una piscina attrezzata in una macchina vintage rosa. Seguono il brano Medieval Warfare, inserito nella colonna sonora del film Suicide Squad, e la pubblicazione a sorpresa di ben 7 videoclip girati – e con la collaborazione del fratello Mac – durante l’estate del tour europeo di Art Angels: quattro sono diretti dalla Boucher, altri tre dall’amica e collaboratrice HANA.

Credo la moda sia una forma d’arte straordinaria e qualcosa a cui mi sono avvicinata troppo di recente. Riguarda il creare davvero arte dal corpo umano, che credo sia una delle cose più belle che si possano fare. Non c’è nulla di più bello per gli esseri umani che gli altri esseri umani. Detto ciò, ovviamente le persone proveranno a spingere le cose in direzioni in cui tu non vuoi andare, ma penso che ora si stia riuscendo a ritrarre un’immagine coesa di me. Gli stilisti stanno iniziando a comprendere ciò che voglio quando vado a fare queste cose (si riferisce ai servizi fotografici, ndr). Sono anche diventata molto più forte e sicura di me, non farò quindi più nulla che non voglia veramente
(Intervista concessa a SA nel 2012)

A poche ore dalle votazioni per le presidenziali USA, Grimes si unisce ad altri illustri colleghi per supportare la campagna di Hillary Clinton, diffondendo in streaming un video che ricrea il famoso attacco utilizzato nella corsa elettorale del 1964: nel filmato, dai toni inequivocabili, una bambina sta tranquillamente strappando dei petali a un fiore mentre nei laboratori governativi viene innescata la bomba atomica. In seguito, la vittoria di Donald Trump spinge l’artista – assieme a RihannaMadonnaAlicia Keys ed altre star – a partecipare attivamente alla Marcia delle donne, la manifestazione politica tenutasi a Washington D.C. e nel resto degli Stati Uniti e del mondo per protestare contro il neo Presidente in difesa dei diritti civili.

 

You’ll miss me when I’m not around

Mentre l’album Visions viene riletto da l’ensemble Plumes di Montreal (Many Visions: Plumes Deconstructs the Music of Grimes è il nome dello show portato in giro in diverse località canadesi) e una nuova playlist dei suoi brani preferiti arriva su Spotify, Grimes annuncia, nell’aprile 2017, di trovarsi in studio di registrazione per le session della nuova prova lunga sulla lunga distanza, affermando di essere alla ricerca di paesaggi inesplorati, e di necessitare di almeno un altro paio di mesi di lavoro. Insomma, i tempi di uscita del quinto album sembrano più brevi del previsto, ma avremmo fatto molto meglio a crederci poco. Qualche settimana più tardi. A inizio 2018 la Boucher annuncia fieramente che il disco sarà fuori entro l’annata, vantandosi pertanto di un buon livello di produttività e rendendo pubblica una lista provvisoria della tracklist.

Sempre nel 2018, la producer sigla un altro contratto di una certa importanza, presentando un inedito (That’s What The Drugs Are For, già presente nella sopracitata scaletta) per uno spot Apple, ovviamente tracciando collegamenti tra la sua musica e la facilità di composizione attraverso il Mac, curando inoltre la sigla di Hilda, serie animata basata sull’omonimo fumetto di Luke Pearson, con le animazioni di Mercury Filmworks, e prestandosi a collaborazioni e featuring con il gruppo K-pop Loona, Jimmy Urine, Janelle Monae e Poppy.  Dopo un paio di snippet, è anche tempo per un singolo, We Appreciate Power (inserito nel quinto album), ispirato alla band nord coreana Moranbong scritto dalla prospettiva di «una macchina [Pro-A.I. Girl Group Propaganda] che utilizza canzoni, ballo, sesso e fashion per diffondere un’opinione positiva sull’intelligenza artificiale». Questo è anche l’anno in cui esce definitivamente allo scoperto la relazione – costantemente monitorata, e non potrebbe essere altrimenti visto il profilo dei coinvolti, dai paparazzi di mezzo mondo – con il visionario fondatore di Tesla, Elon Musk. Una love story seguita dai media passo passo, dai follow sui social che si erano tolti vicendevolmente, forse in tempi bui, allo shopping di zucche in giro per Los Angeles (con i cinque figli di lui al seguito). La Boucher, e non poteva essere altrimenti, difese anche pubblicamente Musk dall’accusa di pratiche antisindacali rivolta dalla SEC, la commissione USA per i titoli e gli scambi che vigila sulla borsa valori,  che ha costretto il magnate ad abbandonare la presidenza di Tesla e pagare una bella multa di 20 milioni di dollari. 

Affermando di voler staccarsi dal brand Grimes, dedicando più tempo e creatività ad esperimenti musicali paralleli e relegando i “big single” per il progetto principale, a metà 2019 esce Pretty Dark, demo (niente a che fare con il nuovo disco) che farà parte di un fantomatico musical con protagonista «una sub-band in stile Loona al servizio dei Gorillaz». Basta attendere qualche giorno e finalmente la Boucher annuncia il tanto agognato album, svelando anche l’idea dietro l’opera. Miss Anthropocene è un concept incentrato sulla “dea antropomorfa del cambiamento climatico”, che racconta di un gruppo di propaganda tutto al femminile che predica maggiore intelligenza artificiale per tutti, facendo il gioco di una Artificial General Intelligence, e quest’ultima oltre ad aver ridotto in schiavitù l’umanità ha il potere di distruggerla; in sintesi, la versione cartoon della narrativa di William Gibson e Philip K. Dick, un aggiornamento cyberpunk del classico Grande Fratello orwelliano, e in più, tra antropocene e cambiamento climatico, ogni brano presenterà differenti scenari d’estinzione umana come «raffigurazioni di una Demonologia Pop Star».

Con l’egocentrismo che da sempre la contraddistingue e il gioco continuo di rivelazioni e trollate da abbocco facile, anzi facilissimo, per la stampa, Claire Boucher – sotto una certa influenza di Musk – annuncia il cambio nome all’anagrafe da Claire a “c”, lettera che in fisica indica la velocità della luce, mentre in occasione del lancio di una campagna Adidas che la vede protagonista, afferma – con toni piuttosto seri – di essersi sottoposta a un particolare intervento chirurgico oculare per eliminare ogni traccia di luce blu dal campo visivo: «Hanno rimosso un lembo della superficie della cornea sostituendolo con un polimero arancione super flessibile che un mio amico ha fatto in laboratorio lo scorso inverno per curare la depressione stagionale». Secondo Rahul Khurana, portavoce della American Academy of Ophthalmology, c’è poco da credere alla musicista che, sempre nel comunicato della campagna, parla di di lezioni di spada con un maestro e di sessioni a base di urla. Ah, quasi dimenticavamo… ormai Art Angels pare sia soltanto «una merdata». In occasione di un nuovo spot per Adidas, indossando alcuni capi della collezione di Stella McCartney pensati per il colosso di abbigliamento sportivo,  viene condiviso un altro estratto di Miss Anthropocene.

Prima dell’uscita definitiva dell’album, che verrà pubblicato il 21 febbraio 2020, tocca sorbirsi ancora qualche dichiarazione intrisa di futurismo («Credo che la musica dal vivo diventerà presto superata, basti pensare che già oggi i DJ sono pagati più dei musicisti veri. Anche se tutti dicono “wow, che figa la musica dal vivo!”, se guardi allo stato attuale delle cose la gente preferisce stare in questo mondo perfetto e scintillante alla Photoshop»), dove ci spiega che presto anche nell’arte e nella musica saranno le macchine a farla da padrone. D’altronde, non diventi mica la compagna di Elon Musk per sbaglio. Le sue opinioni sulla musica del domani le costa non poche critiche, anche feroci: Zola Jesus la accusa di essere la portavoce dei «privilegiati fascisti del silicio», mentre il frontman dei Majical Cloudz, Devon Welsh descrive quelle parole come «propaganda fascista della silicon valley». Grimes risponde senza alzare il tono dello scontro e annuncia, inoltre, di essere incinta, condividendo per gli interessati anche la sua fantomatica (come l’intervento oculare) dieta da gravidanza. Vegana, ovviamente.

Arriva finalmente Miss Anthropocene che purtroppo, con il suo electropop targato 2020 tagliato su misura per la generazione Z, non ci convince affatto. Consapevoli del fatto che la Nostra sia particolarmente incline a spararla grossa, in questo andirivieni di dichiarazioni furbissime da gettare in pasto agli odiati media, la speranza era quella di un disco che fosse all’altezza del suo dichiarato tema d’ispirazione che, come detto in precedenza, è il cambiamento climatico, che la Boucher vuole trasformare in una esperienza divertente. Certamente un’idea in linea con il carattere e le passioni dell’autrice, grande ammiratrice della mitologia antica, losangelina eco-conscious e gamer di scenari cyberpunk e grafiche ultra HD.

Sfortunatamente, nonostante i suoi picchi espressivi, il quinto album di Grimes è privo di un convincente apparato critico e troppo poco avventuroso per trasformarsi nel caleidoscopico capolavoro pop in cui era legittimo sperare. Certamente il disco, come dichiarato dall’artista, tra baldanzoso synth-pop e numerosi cenni ai possibili punti di contatto tra industrial rock anni Novanta e nu metal, è nel complesso più “dark” e pessimista del suo californiano predecessore, ma vengono a mancare convinzione e l’imprevedibilità. L’immaginario è tipicamente Grimes e prevedibilmente cyborg-futuristico, ma senza scossoni, novità o tentativi di reimmaginare il sound del futuro, non v’è l’elemento cataclismatico sperato. Altro che brani visti come «una diversa incarnazione dell’estinzione umana», qui abbiamo la versione più addomesticata e retromaniaca di Grimes. Se questa è la rappresentazione di un incontro-scontro tra la dea del cambiamento climatico e un pianeta Terra apatico di fronte alla sua stessa fine, non c’è davvero motivo di sperare in una vera e propria epifania di coscienza o in un vero e proprio scatto d’azione (recensione).

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