Recensioni

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Suonare una sorta di etno-world terzomondista ma col piglio di una “noise” band, senza cioè tirar fuori annacquata robetta new age o inoffensiva musichetta da non-luogo. Questo è ciò che fa Al Doum & The Faryds, sestetto milanese formato da Domenico Davidini, Johnny Serpico, Filippo Ferrari, Riccardo Vincentini, Stefano Tamagni e Lorenzo Farolfi, che è facile da subito accomunare alla congrega messa su da Stefano Isaia aka Gianni Giublena Rosacroce con La Piramide Di Sangue. Troppo facile e scontata, però, l’assonanza se è vero che i Faryds girano da parecchio e Positive Force è il loro secondo album lungo.

Quaranta minuti scarsi di “ethnic sounds” e “psychedelic music”, per loro stessa ammissione, che sorprende per la capacità di creare mondi nuovi con una sapiente mistura di musica da trip: cosmico alla maniera del kraut meno convenzionale (se tale potesse definirsi il kraut), spirituale alla maniera del jazz dei neri, avventuroso e sognante come quello del maestro riconosciuto Sun Ra. Nomi da tirare in ballo ce ne sarebbero eccome, dagliAgitation Free alla “new entry” Omar Souleyman, dagli ultimi Om a molti degli intrippati made in Italy che abbiamo incontrato ultimamente, ma la musica dei sei si regge benissimo anche senza impegnativi paragoni, tanta e tale e la forza con cui viene maneggiata la materia.

L’inaugurale Sinai ha la vorticosità delle chitarre e l’esotismo da viaggio del leading sax, la muscolarità delle percussioni e l’ascetismo spirituale delle atmosfere, gira di qua e di là dal Mediterraneo, affonda lo sguardo su epoche passate e presenti, il qui e l’altrove, noi e l’altro. Ribadendo per l’ennesima volta – l’ultima fu in occasione di Goat e Spaccamombu – la capacità della musica, di “certa” musica, di varcare confini e superare barriere, in nome di un flusso primordiale e riconoscibile in ogni tempo.

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