• Lug
    14
    2017

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«Non possiamo controllare quello che ci accade ma abbiamo la forza e la volontà di andare avanti e di lottare per ciò in cui crediamo». A un anno dalla morte di Alan Vega esce IT, il primo (e ultimo?) disco postumo del musicista. Un lavoro doloroso da accettare – e da ascoltare – in primis perché ci ricorda che la morte non risparmia nemmeno piccoli “eroi” di coerenza come il frontman dei Suicide. Uno che per tutta la carriera non è mai retrocesso nella serie B delle scelte di comodo, e che anche dopo la sua dipartita dà con questo disco una lezione magistrale di grande coraggio artistico.

Composto tra il 2010 e il 2016 assieme alla moglie Liz Lamere, IT è un lavoro nato tra bombardamenti di news, passeggiate notturne per le strade di New York e fotografie rubate alla metropoli da sempre carburante della produzione artistica del musicista. Un folle zapping visuale, prima che musicale, sintonizzato sulla decadenza inesorabile e iperconnessa di una modernità angosciante resa qui tangibile da un’elettronica ossessiva e pesantemente industriale che prende le mosse dallo Station del 2007. IT tuttavia si spinge oltre, facendosi più pericoloso, cinico ma al contempo vitale, e se si pensa che i suoni al suo interno sono il testamento della mente di un 78enne, c’è da restarci secchi. Considerato anche che il Vega che si ascolta declamare versi in brani come Vision è un nucleo di cortocircuiti noise-techno e violenza espettorata capace in primis di fungere da catalizzatore per l’incomprensibile follia della modernità, e poi di rapire con una trance recitativa che ti inchioda alle casse. Un brano come DTM – e lo splendido video celebrativo annesso – è semplicemente miliare («Life is no joke»), una specie di Ghost Rider della maturità che scava in profondità tra autobiografia e scarti rumoristi iterati fino allo sfinimento; Screamin Jesus è un mitragliamento ritmico distorto e devastante forte delle cadenze declamatorie inquietanti di un Nick Cave degli esordi; la conclusiva Stars – forse l’episodio più affascinate e sorprendente del disco – potrebbe essere una Lux Aeterna di ligetiana memoria imbottita di LSD e rimodellata da H. C. Giger.

Non una luce, nella nove tracce di un disco in cui si coglie anche la lezione dei Suicide di lavori come A Way Of Life, né sviluppi che non siano la ripetizione autistica di un pattern sonoro macinato fino all’estremo, filtrato, ricostruito. Eppure non serve altro a un Vega che dimostra di saper ancora officiare con grande carisma ed energia – e senza sbavature – a un rito sonoro che somiglia più alle sue sculture visionarie e collagiste, piuttosto che a semplice musica. «C’è forza nelle tue parole», caro Boruch Alan Bermowitz, anche se non ci sei più. Che la terra ti sia lieve.

25 Luglio 2017
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