Nick Cave (AU)

Biografia

Intro: dissolvenza incrociata in (inchiostro) nero

«L’ispirazione non è il fuoco sacro che scende dal cielo, è un bisogno che va alimentato. Per questo vado in ufficio ogni mattina a cercarla – nessuna distrazione, solo una tastiera e una scrivania».

Questa è l’immagine che Nick Cave ha voluto dare di sé negli ultimi anni: quella di un artista metodico, professionista esigente e – addirittura – diligente. L’aspetto elegante, asciutto, determinato, da squalo che si è annidato nel cuore dell’alta borghesia della fatal Brighton. Questa figura è come un fotogramma incongruo che si sovrappone a quelli dei famigerati primi anni di carriera, quando il blasfemo Re Inchiostro covava l’ispirazione in un buco d’appartamento e sbraitava su palchi poco raccomandabili, bestemmiando per voce e per iscritto, declinando la vena letteraria in una dimensione tumultuosa e scellerata, dalla punta dei capelli elettrizzati fin dentro al cuore strapazzato e nero. In realtà questa dissolvenza incrociata di Cave – da terrorista post-punk a chansonnier ombroso – è iniziata presto, è sempre stata presente nel suo pensare musica, affiorando in maniera eclatante con The Good Son (1990).

La qualità più apprezzabile di questo trapasso sta però nel fatto di non essersi mai consumato del tutto: è come una mutazione permanente, una ricerca in fieri del baricentro, una oscillazione umorale e catartica che permette a Cave di farci capire quanto contenga in sé tutto ciò che è stato. Disco dopo disco ha lasciato che affiorasse sempre più l’autore di (murder) ballad invaghito di Cohen e Waits, ma ha continuato e continua a tenere la frusta tesa per domare gli assalti del performer luciferino, in agguato sotto la giacca affilata. La maturità di Nick Cave sembra raccontarci una vicenda di apprendimento, mette con forza la cifra espressiva sulla linea del tempo, si propone come un’incongruenza necessaria alla credibilità e alla validità di un percorso artistico che non si sottrae alla sfida dell’età (alle sue vittorie e ai tracolli, alle conquiste e alle tragedie). Tutto ciò riverbera non a caso in 20,000 Days On Earth, pellicola che fa bilancio e rilancia la poetica di Cave, la tensione intatta del suo sguardo rivolto al mistero della creazione artistica come indagine sul mistero del vivere, dell’emozionarsi, del sentire.

Soprattutto oggi che il rock ha iniziato a salutare per sempre i pionieri della sua fase classica, mentre i sopravvissuti giocano a portare in giro un’idea disperatamente vendibile di sé, l’angolazione che Cave ha dato alla propria carriera sembra puntare la direzione giusta, quella di un rock adulto, un rock che è cresciuto senza rinnegare l’invecchiamento fisico e tematico che inevitabilmente comporta. Questo spiega, credo, il senso di fiducia per ogni suo nuovo disco. Questo spiega l’importanza di recuperare ogni tappa di una carriera con pochi uguali, iniziata nell’Australia burrascosa dei 70s e ancora – lo sostengo con piena convinzione – promettente. (Stefano Solventi)

Nicholas Edward Cave

Nick nasce il 22 settembre 1957 a Warracknabeal, una cittadina a trecento chilometri da Melbourne. Come racconta Ian Johnston nella biografia Il seme del male (edizioni Odoya), inizia a cantare da bambino nella chiesa frequentata dalla famiglia a Wangaratta, dove i Cave si erano trasferiti pochi anni prima. Nel coro diretto dal severo padre Harvey, il piccolo Nick sarebbe però rimasto confinato nelle retrovie. La sua scarsa estensione vocale gli precludeva infatti la possibilità di ritagliarsi un ruolo da solista o anche solo di accedere al livello dei suoi compagni più dotati. Nick Cave non sarà il primo né l’ultimo cantautore la cui scrittura e la cui cifra espressiva superano di gran lunga le capacità di cantante. E pazienza se la cupa voce baritonale – come notano i più raffinati – è anche un modo per mascherare le pecche d’intonazione. Il registro grave da crooner o la roca vocalità blues sono talmente radicati nella sua espressione musicale da suonare ormai, semplicemente, come un marchio di stile.

Il comportamento ribelle del futuro rocker, che si manifesta già in tenera età, spinge i genitori – il padre insegnante, la madre bibliotecaria – a spedire il loro ragazzo in un collegio privato a Melbourne, sperando che almeno impari un po’ di disciplina. Per tutta risposta, lui mette su un complesso. È infatti a scuola che conosce Mick Harvey, Tracy Pew e Phill Calvert, e forma i Concrete Vulture, da cui nasceranno i Boys Next Door e quindi i Birthday Party. A scuola Nick si mette spesso nei guai e dà il meglio soltanto nelle materie che lo interessano: letteratura e arte, intesa sia come pittura sia come storia dell’arte. Dopo il diploma s’iscriverà al college per studiare Belle Arti ma non porterà a termine gli studi; è tuttora opinione diffusa che Nick sia un pittore piuttosto dotato, anche se questo suo aspetto è forse il meno conosciuto, eclissato dal suo talento per la musica e la scrittura.

The Boy(s) Next Door

Secondo quanto raccontano i compagni di un tempo, Nick sarebbe diventato il cantante del gruppo semplicemente perché non esistevano altri concorrenti per il ruolo. La formazione dei Boys Next Door esiste dall’inizio degli anni Settanta, ma solo verso il 1976/77 comincia a essere qualcosa di più di una cover band del doposcuola. In Australia quando arriva l’eco di Ramones e Sex Pistols il punk di fatto esiste già in una versione autoctona, di cui sono alfieri i Saints e i Radio Birdman e che ispira la nascita di un nuovo underground. I Boys Next Door figurano come uno dei complessi emergenti nell’ambito della scena di Melbourne. Il concerto del 19 agosto 1977 allo Swinburne Technical College è stato pubblicato su un bootleg che si può ascoltare anche in rete. Il timbro vocale è già riconoscibile. Fa comunque effetto sentire Nick Cave intonare – ma sarebbe meglio dire stonare – Blitzkrieg Bop dei Ramones e blaterare con piglio beefheartiano in Gloria dei Them. Per almeno tre quarti il repertorio dei ragazzi consiste in cover di brani punk, hard rock e protopunk o di classici anni Cinquanta rivisitati in chiave garage. Mick Harvey è alla chitarra e il basso di Tracy Pew in Masturbation Generation (uno dei brani originali) è addirittura preponderante su tutto il resto, probabilmente per effetto del mixaggio approssimativo. Quando l’etichetta australiana Suicide – di proprietà di una major, la Mushroom – decide di speculare sul punk pubblicando un suo pacchetto di gruppi emergenti, i Boys Next Door sono tra i prescelti. Nonostante il nome, Lethal Weapons – così si chiama la raccolta – è un’arma spuntata. La scelta dei brani dei Boys Next Door (These Boots Are Made for Walking, Masturbation Generation e Boy Hero) è imposta dall’etichetta e la produzione risulta totalmente inadeguata. Al di là del valore intrinseco delle band, chi ha gestito l’operazione aveva capito ben poco del punk e lo vedeva solamente come l’ultima moda con cui farsi un nome. La Suicide fallirà di lì a poco, ma il contratto assegnava comunque alla Mushroom un’opzione sul primo LP dei Boys Next Door. Nick e gli altri si ritrovano quindi di nuovo in studio qualche mese più tardi, anche questa volta con un produttore totalmente estraneo alla loro idea musicale. Il gruppo però riscatterà questa seconda esperienza fallimentare, trovando finalmente la persona giusta con cui lavorare in Tony Cohen, il tecnico degli studi Richmond Recorders. Door Door (1979), uscito per la Mushroom, è un mix delle sedute con Lee Karsky e di quelle con Cohen. Un prodotto acerbo e in parte incompiuto, ancora troppo legato agli schemi del rock and roll di scuola settantasettina – vale per i riff come per la voce di Nick e i classici cori (di cui il Cave maturo farà ben altro uso) – e non certo personale, feroce e scatenato come la loro musica di qualche anno dopo. Il fatto più importante è l’innesto alla chitarra di Roland Howard, che si aggiunge a Nick, a Tracy Pew (basso), a Phill Calvert (batteria) e a Mick Harvey, all’occorrenza chitarrista, tastierista, bassista, batterista, seconda voce e arrangiatore (e forse mi sono dimenticato qualcosa). Una volta risolti tutti i rapporti che li legavano con la Mushroom, i cinque trovano un nuovo manager: Keith Glass è il proprietario della Missing Link, emanazione del suo negozio di dischi di Melbourne. I Boys Next Door nel frattempo hanno raggiunto un certo seguito di culto e si stanno evolvendo dal semplice punk in qualcosa di più sperimentale, già tangibile nei brani registrati con Tony Cohen per l’EP Hee Haw, come Death by Drowning e The Hairshirt. Il periodo tra il 1978 e il 1979 è cruciale sia per le sorti della band che per il cammino personale di Nick. Mentre sviluppano un suono minaccioso e più estremo del semplice punk’n’roll, lui e i suoi compagni seguono uno stile di vita in linea con la musica. È proprio in questo periodo che il nostro protagonista si avvicina all’eroina e inizia a bucarsi. Ma il 1978 è soprattutto l’anno in cui suo padre muore in un incidente d’auto. Nick apprende la tragica notizia proprio mentre si trova al commissariato, dove è in arresto per atti vandalici e ubriachezza molesta. Il pensiero della perdita lo accompagnerà per tutta la vita. Da qualche tempo, intanto, fa coppia fissa con Anita Lane, di cui si è innamorato all’istante e che sarà per un decennio una presenza fissa nella sua vita nel ruolo di fidanzata, musa, amica e amante. E lei lo segue quando i Boys Next Door decidono di cambiare nome e tentare l’avventura nel Vecchio Continente.

Nick The Stripper

Nel febbraio del 1980 i cinque componenti dei Birthday Party volano a Londra, dove presto saranno raggiunti dalle fidanzate. Sin dall’arrivo nella capitale inglese i propositi del gruppo e di Keith Glass, che li aveva convinti a tentare la carta del viaggio in Inghilterra, si dimostrano totalmente velleitari. Il complesso non solo non racimola ingaggi, ma i ragazzi si ritrovano a vivere di stenti, mangiare cibo scadente quando non fanno la fame e sbarcare il lunario in modi più o meno leciti. La scena musicale britannica è molto diversa da come Nick e gli altri l’avevano immaginata dall’Australia; agitatori artistici senza compromessi come il Pop Group o i Fall sono eccezioni, non la regola. I Birthday Party ottengono il primo ingaggio per un concerto solo a fine giugno. In compenso, sulla stampa specializzata cominciano ad apparire recensioni di dischi registrati in Australia e trattati con una certa sufficienza in virtù della loro provenienza geografica. Nonostante la difficoltà, i cinque riescono a convincere le persone giuste: parliamo di Daniel Miller della Mute, di Ivo Watts-Russell di 4AD e di John Peel. È così che 4AD diventa la loro casa discografica europea, grazie a un accordo di licenza con Missing Link. In autunno esce il singolo The Friend Catcher, un incubo a 45 giri nato da metastasi di Public Image Ltd. e Pere Ubu. Nick si contorce tra le cantilene deliranti di John Lydon, il farnetico schizoide di David Thomas e i toni gutturali di un Captain Beefheart – anche se lui respingeva l’ultimo accostamento sostenendo di non aver mai ascoltato il capitano prima che lo paragonassero a lui. Musicalmente il pezzo sembra rotolare su un lugubre riff che ritorna ciclicamente e su un cavernoso giro di basso, mentre Howard e Harvey seviziano le loro chitarre in feedback cavandone i suoni più spaventosi. Un paio di mesi prima la Missing Link aveva pubblicato Mr Clarinet/Happy Birthday, una danza dark sul primo lato e un funk epilettico sul secondo; più tardi l’etichetta australiana dà alle stampe una raccolta delle prime incisioni della band, circolata con il doppio titolo Boys Next Door/Birthday Party. Nonostante le difficoltà, il primo soggiorno in Europa serve a qualcosa; tornati in Australia, i Birthday Party si accorgono di avere un seguito di pubblico impensabile al momento della partenza. Nel giro di pochi mesi registrano Prayers on Fire (1981). L’album prova a trasferire nei solchi la perentorietà dei loro concerti dal vivo, performance sempre al limite della violenza, sonora e in molti casi anche fisica. L’ascolto evidenzia gli elementi di diversità che rendono questa band australiana apolide un esempio singolare nel panorama new wave. I Birthday Party hanno iniziato a definire il proprio stile sulla scorta delle esperienze più estreme del post-punk chitarristico per diventare essi stessi una di quelle esperienze. L’anarchia che si respira in molte loro creazioni li accomuna alla no wave neyworchese, e non è un caso se Lydia Lunch li senta da subito come spiriti affini. Talvolta confuso con il calderone dark, il quintetto australiano è una presenza più unica che rara nella scena. Pur facendo base in Gran Bretagna, si nutre di suggestioni americane. Il parallelo più naturale è con ciò che sull’altra sponda dell’Atlantico (e del Pacifico rispetto alla loro Australia) vanno facendo formazioni come Gun Club e Cramps, a metà tra lo spirito conturbante dei primi e l’istrionismo dei secondi. Il vocalismo viscerale e grottesco di Cave, la cacofonica chitarra di Roland Howard, il cigolante basso di Tracy Pew e la versatilità di Harvey creano un insieme difficile da definire; la metrica disorienta perché i musicisti della band seguono contemporaneamente scansioni diverse, con un piglio allo stesso tempo avanguardista e primitivo, colto e sboccato. Volendo usare un ossimoro si potrebbe parlare di un modernismo arcaicizzante. Zoo Music Girl condivide la linea tribalista dei PIL e di altri campioni del post-punk inglese, che nutrivano un’intensa passione per i poliritmi di origine africana, visti legittimamente come una via d’uscita dai canoni del rock classico. Altrove i Birthday Party non temono invece di sporcarsi le mani con quel blues trattato in chiave espressionista che sarà anzi una testata d’angolo del loro suono. Esemplari sono il monologo allucinato di Nick the Stripper e King Ink, più vicina a una piéce dell’assurdo o a un recital horror che a una tipica canzone rock. Il canto blues si (con)fonde con il teatro e l’avanguardia: Nick usa tutti i registri più deformanti e grotteschi per inscenare metamorfosi kafkiane e ritagliarsi una veste vocale di repellente uomo-insetto. Tra Prayers on Fire e il successivo Junkyard (1982) esce il singolo Release The Bats, un indemoniato voodoobilly con cui Nick e soci fanno il verso al dark rock. Il secondo album riparte dai presupposti del primo: da un lato la lezione eversiva di Public Image, Pere Ubu e Pop Group, dall’altro l’interesse per la musica rurale americana, vampirizzata da un’accolita di uomini pipistrello assetati di sangue e rumore. La schizofrenica Blast Off apre un carniere – un carnaio – di danze che partono dal jazz-funk frenetico in preda alle convulsioni di Big Jesus Trash Can, Kiss Me Black o Dead Joe e si lasciano volentieri irretire e risucchiare dentro i blues lenti e morbosi di She’s Hit, Junkyard e Hamlet (Pow Pow Pow). Il basso insiste spesso nel ripetere le stesse figure cadenzate mentre dalle chitarre escono ondate di feedback, suoni da emicrania e frasi ritmiche taglienti come coltellate. Junkyard ha forse meno inventiva di Prayers On Fire ma il suo noise rock tinto di blues e gotico americano è una conquista essenziale anche per il futuro del rock indipendente. Riascoltandolo oggi risulta impossibile non pensare a quanto possa avere preso da questi solchi un gruppo come i Jesus Lizard, e non soltanto perché l’anti canto del primo Cave ha influenzato lo stile truce di David Yow: questo vuole essere un tributo a Tracy Pew e Roland Howard. Il trasferimento a Berlino sarà importante per Nick, ma è l’inizio della fine dei Birthday Party. La loro parabola artistica raggiunge però il culmine con i due EP The Bad Seed (1983) e Mutiny (1983), dove la maggiore coesione – è stato nel frattempo licenziato Calvert, sostituito da Harvey, passato alla batteria – si traduce in una musica ancora più potente e teatrale. «Alzi la mano chi vuole morire» urla Nick all’inizio di Sonny’s Burning ed è un’introduzione perfetta ai tesi solchi di The Bad Seed. I testi di Cave, sempre popolati da storie e personaggi allucinanti, hanno consolidato quella dimensione narrativa che gli sarà congeniale nello sviluppo della propria poetica. Registrato a band ormai sciolta per la Mute, Mutiny rappresenta l’ultimo capitolo della saga dei Birthday Party. La terrorizzante Mutiny in Heaven, con Blixa Bargeld alla chitarra, contiene già l’incipit di un’altra storia.

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Black Crow King

La prima testimonianza discografica di Nick Cave al di fuori della sua prima band appare sull’album Burning The Ice (1983) dei Die Haut, complesso tedesco che aveva fatto da spalla ai Birthday Party. Cave vi canta quattro brani, di cui firma anche i testi. Nonostante in alcune interviste dichiari l’intenzione di abbandonare il mondo della musica, dopo pochi mesi la sua nuova avventura comincia però a prendere forma. La prima persona a cui pensa per il post Birthday Party è Mick Harvey, per trent’anni una vera e propria colonna portante di più o meno tutta la sua attività musicale. Le qualità di compositore, polistrumentista e arrangiatore e le doti organizzative di Mick si erano dimostrate preziose già nel gruppo precedente e lo saranno ancora per molto, molto tempo. Cave e Harvey lavorano sui primi brani ai Garden Studios di Londra, dove li raggiungono due geniacci del rumorismo industriale: uno è il connazionale e amico Jim Thirlwell; l’altro è ancora Blixa Bargeld, che nonostante abbia detto più volte di odiare le chitarre per anni ancora caverà sangue dalle sei corde agli ordini di Re Inkiostro. Non si può dire lo stesso di Foetus, il quale romperà i ponti con Nick dopo avere scritto e avergli fatto ascoltare Sick Man, un brano ispirato dallo stile di vita di Cave, che non la prenderà bene tanto da congedarlo senza mezze misure. Al posto di Foetus il vate di Wangaratta chiama Barry Adamson, ex Magazine, che già aveva lavorato con i Birthday Party sostituendo Tracy Pew durante le registrazioni di Junkyard (mentre il bassista si trovava in carcere in Australia), e il chitarrista australiano Hugo Race. Nel periodo che precede le sedute di registrazione del marzo 1984, Nick ha modo di provare dal vivo alcuni pezzi da cui trae nuova linfa per la sua seconda vita musicale; tra questi figurano anche una cover di Elvis (In the Ghetto) e una di Leonard Cohen (Avalanche). L’intento di Cave è cercare una forma d’espressione più narrativa ed epica, che traduca l’intensità emotiva dei Birthday Party nel linguaggio della canzone d’autore. La rivelazione arriva proprio da In the Ghetto, dove si ritaglia un ruolo da neo crooner che, a posteriori, risulterà decisivo per lo sviluppo del suo stile di canto. From Her to Eternity (1984) è il manifesto di una transizione artistica fondamentale, i cui segni si avvertono ancora in fieri man mano che si procede nell’ascolto. Seppure non abbandoni i toni esacerbati o i registri demoniaci, Nick libera la sua voce melodica come non aveva mai fatto prima. Se dobbiamo parlare di un brano come vertice assoluto del primo disco da solo, opera di intensità non comune, la scelta non può che cadere sul lied punk di From Her To Eternity, per quanto Cabin Fever!, Well of Misery, Saint Huck o A Box for Black Paul meritino ugualmente una citazione. Il tratto distintivo più evidente del 33 giri, dal punto di vista musicale, consiste soprattutto nella ricerca, nella creazione e nel primo approfondimento di una forma personale e moderna di blues. Un blues contemporaneo colto, per cui il Delta del Missisippi e il profondo Sud degli Stati Uniti possono camminare a braccetto con il background punk australiano e l’algida Mitteleuropa. La sfida è vinta grazie agli arrangiamenti, trionfo della polivalenza di Harvey e Adamson e della sensibilità atonale di Blixa Bargeld. Ai meriti del chitarrista tedesco, oltre all’approccio non convenzionale nei confronti dello strumento, sono da ascrivere naturalmente le trame di suoni metallici e percussivi in stile Einstürzende Neubauten, fondamentali quanto l’uso del pianoforte nella dinamica musicale dell’album. I musicisti agiscono al servizio dei testi di Cave, sempre più simili a racconti in forma di blues, sottolineandone la punteggiatura narrativa e drammatica con effetti stilistici molto ricercati.

Registrato agli Hansa Studios di Berlino, il successivo The Firstborn Is Dead (1985) segna un ulteriore passo verso la terra promessa agognata, il mito reinventato, le radici di tutto un immaginario lirico e sonoro. Qui Nick consolida ulteriormente la fama di affabulatore gotico, un po’ predicatore e un po’ cantastorie. In questo caso si trova nel pieno di una full immersion nelle ambientazioni del romanzo E l’asina vide l’angelo, in corso di stesura già durante la realizzazione di questo secondo disco. Se quello dell’album precedente era un blues post-punk, per non dire postmoderno, il primo 33 giri a nome Nick Cave and The Bad Seeds – il camaleontico gruppo di accompagnamento, qui ridotto al solido trio Harvey/Bargeld/Adamson – vuole avvicinarsi di più all’originale, entrare nella carne del vero blues, cercarne l’essenza. Perciò riprende motivi (il carcere, il treno) e personaggi classici, che se rivivono, però, lo fanno pur sempre profondamente trasfigurati dalla fervida fantasia dell’autore, che vi si immedesima fino a renderli cosa sua. L’allegoria di Elvis Presley e il parallelo con la figura di Gesù sono il tema portante di Tupelo, tonante blues a passo di locomotiva. Blind Lemon Jefferson è un meta-blues dove il grande bluesman diventa personaggio immaginario e incarna il mito (di se) stesso. Nel caso di Wanted Man, siamo di fronte a una vera e propria riscrittura del brano di Bob Dylan: a tratti il ritmo è molto più aggressivo dell’originale (sembra quasi di sentire le scansioni dei Velvet Underground, con quel monotono battere in quattro quarti) e Nick Cave ha inserito ben quattordici strofe in più di testo. Black Crow King aggiunge un nuovo capitolo a una saga di autorappresentazione tutta personale, dopo Nick The Stripper e King Ink. I suoni, anche, sono più classici: per l’occasione Blixa Bargeld si cimenta con la slide guitar – quando in From Her To Eternity preferiva usare un rasoio elettrico per un assolo – e lo stesso Nick suona l’armonica a bocca. Train Long Suffering rivela un’ascendenza gospel che era già nelle corde del re corvo nero, anche se non ancora così accentuata. Nel complesso The Firstborn Is Dead porta a compimento un percorso partito già dai Birthday Party, fino a inquadrare definitivamente Nick Cave come il bluesman della generazione new wave. Parliamo di un blues allegorico, metaforico e astratto, certamente consapevole dei codici lirici e musicali del genere, e però altrettanto forte di un’impronta personale, accentuata soprattutto dalla qualità dei testi che avvicina l’ex cantante punk ai grandi cantautori del passato che progressivamente finirà per prendere a modello: nomi come Bob Dylan, Leonard Cohen e Tom Waits.

Appunto al passato è rivolto il terzo album, Kicking Against the Pricks (1986). Il titolo cita una frase contenuta negli atti degli Apostoli, capitolo 26 versetto 14 (significa letteralmente “opporsi all’inevitabile”), ma il termine prick, che è anche un insulto, voleva alludere ai critici musicali che l’amico Nick non aveva mai sopportato. In un primo momento il titolo del disco di cover doveva addirittura essere il più provocatorio ed esplicito Head on a Platter, per prendersi gioco del massacro giornalistico a cui sarebbe andato – quasi volutamente – incontro. Potremmo dire, considerando l’amore di Cave per le metafore e le citazione biblico/evangeliche, che si trattava di un modo abbastanza perfido di porgere l’altra guancia. La raccolta abbraccia grossomodo tutte le principali influenze del protagonista della nostra monografia: c’è ovviamente il blues di John Lee Hooker e Leadbelly (Black Betty nella versione CD), ma ci sono anche il country di Johnny Cash, il gospel (il tradizionale Jesus Met the Woman at the Well) e il pop melodico degli anni ’60. Il rock è rappresentato da All Tomorrow’s Parties dei Velvet Underground e, in senso lato, da una versione new wave di Hey Joe. Si tratta obiettivamente di un momento interlocutorio e di stasi creativa, in cui Nick è troppo assorbito dalla faticosissima stesura del suo romanzo per poter comporre, e quindi la scelta di incidere brani non originali andava sicuramente a coprire questo buco. Anche considerando le contingenze, Kicking Against the Pricks non si esime dal tracciare una sorta di bilancio musicale e chiudere virtualmente un periodo creativo, almeno per quanto concerne la carriera solista del titolare ma spingendosi anche più indietro. Non è forse un caso che sia stato registrato a Melbourne e che siano ospiti Hugo Race, – ma soprattutto – gli ex Birthday Party, Tracy Pew e Roland Howard e addirittura la mamma di Nick, Dawn, al violino in Muddy Water. Tutto il mondo di Nick Cave sin qui – o quasi – è chiamato a raccolta in questi solchi. Come ammette il diretto interessato, è un disco rivelatore da cui trapela molto della sua personalità. E, nonostante le premesse, non fu affatto stroncato.

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Il figliol prodigo o The Good Son

L’impresa di completare E l’asina vide l’angelo era diventata un’ossessione, arrivando ai limiti del feticismo e dell’autoreclusione. Il romanzo, che sviluppa temi classici dell’arte di Nick Cave – religiosi, erotici, esistenziali e morali – con uno stile letterario e un’atmosfera vicini ai romanzi di Faulkner, e la via della narrazione in musica, intrapresa già in diverse canzoni, sono due percorsi che si completano. Della canzone strutturata come short story è un esempio The Carny con il suo raccontar cantando a tempo di valzer, e l’organo, il glockenspiel, lo xilofono, cui spetta il compito di evocare l’atmosfera di un circo triste e l’opprimente senso di morte. Il brano fa parte di Your Funeral, My Trial, il disco pubblicato nel 1986 sotto forma di doppio EP, che oltre a un blues psicotico (Hard on for Love) contiene i brani più melodici dei primi Bad Seeds sino a quel momento, in particolare Sad Waters, la title-track e Stranger than Kindness, la cui trama è tuttavia sottesa da chitarre nervosamente psichedeliche. Nel 1987, mentre sta lavorando al nuovo 33 giri, Nick viene arrestato e incriminato per possesso di eroina. La dipendenza dalla droga, ormai una storia più che decennale, l’ha ridotto a una sorta di onnubilamento dei sensi ma per la prima volta sta avendo influssi negativi sul suo lavoro (la difficoltà nella realizzazione di Tender Prey è dovuta proprio alle condizioni estreme in cui si trovava). A fatica, e con una scelta essenzialmente di comodo per evitare il carcere, accetta di disintossicarsi. Dalla clinica esce trasformato, in tempo per l’uscita di Tender Prey (1988), l’album che lo impone ormai all’attenzione di tutti, anche di quella stampa che lo aveva tanto osteggiato. Persino il sospirato romanzo è alle bozze finali.

Nonostante le difficoltà, Tender Prey è uno dei migliori lavori dei Bad Seeds. Mick Harvey lo ha paragonato a Rain Dogs di Tom Waits, ma è soprattutto l’anticamera della consacrazione definitiva di Nick. Il momento di rinascita umana e di vera e propria palingenesi artistica passa per un disco che raduna Germania, Inghilterra e Australia. Non ci riferiamo soltanto agli studi di registrazione di mezzo mondo utilizzati per mettere insieme le canzoni, quanto ai motivi di fondo che lo rendono un passaggio delicato verso la maturità. La sua faticosa gestazione ha infatti la stessa portata simbolica del patchwork di Kicking Against the Pricks; la differenza è che in questo caso l’eterogeneità del repertorio equivale a tirare le fila delle tante anime presenti nella musica dei Bad Seeds anche a livello compositivo – e non soltanto di ispirazione, come era stato per l’album di cover. L’ultimo brano, A New Morning, dai sapori country, sembra aprire inoltre a un futuro diverso, che avrà la luce del Sudamerica dalla sua parte (ma adesso stiamo correndo troppo in avanti). La formazione dei Bad Seeds, già rimpinguata dagli innesti di Kid Congo Powers alla seconda chitarra e di Roland Wolf alle tastiere – accanto agli immancabili Bargeld e Harvey e a Thomas Wydler alla batteria –, sottolinea i momenti più rock, pervasi di gospel e r&b, di Deanna, Sugar Sugar Sugar e City of Refuge (l’ultima è un omaggio a Berlino ispirato a un brano di Blind Willie Johnson). L’impressione generale ricavata dai lavori precedenti è che le pagine migliori del primo Nick Cave si trovino spesso là dove il testo viene “illustrato” dalla musica attraverso una vera e propria messa in scena del contenuto delle parole, in cui la progressione che conta è quella dettata dalla situazione narrativa e l’arrangiamento equivale a una sorta di drammaturgia, che avvicina questo tipo di composizione a quella di una colonna sonora. Il capolavoro di questo genere di racconto-canzone si trova proprio all’inizio di Tender Prey. Parliamo, naturalmente, di The Mercy Seat. In verità, l’intreccio tra parole e musica del brano è talmente profondo che è impossibile scinderlo e stabilire dove inizino le une e dove l’altra. Il principio del loop seguito per la base ritmica – che spara in sottofondo il suono di un basso percosso con la bacchetta della batteria, tra EN e Suicide – vale anche per i testi, dal momento che la scansione regolare e implacabile e il climax continuo della seconda metà della canzone – dove si continua a ripetere il ritornello con calibratissime variazioni che ne accentuano l’intensità – si esaltano nel turbinio di anafore, allitterazioni, rime interne e sostituzioni di parole con la stessa metrica e lo stesso suono (tooth, truth, proof), per cui si dovrebbe parlare più propriamente di poesia. Con The Mercy Seat Nick Cave ci porta direttamente dentro il braccio della morte e nella testa di un condannato al patibolo, creando un equivalente moderno dei blues sul tema e delle ballate carcerarie di Johnny Cash, che non a caso ne inciderà una propria versione. Sulla stessa falsariga, anche se meno d’impatto, sono il blues maledetto di Up Jumped the Devil – che segue subito dopo – o la struggente Mercy, ispirata alla prigionia – di nuovo  – di Giovanni il Battista. Deanna sarebbe il pezzo più scanzonato della raccolta – e di Nick Cave in toto, so far – se non ci fossero le allusioni demoniache e immagini come il teschio di sperma sul vestito («I cum a death’s head in your frock»). È soltanto, si fa per dire, il brano più orecchiabile, una canzone d’amore dai toni noir, all’insegna di un r&b luciferino paradossalmente ricalcato sul famosissimo gospel Oh Happy Day. Anche i momenti più soft di Watching Alice e Slowly Goes the Night emanano un fascino decadente. La prima con poche frasi trasmette un senso di malinconia quasi infinito, la seconda è uno dei pezzi pop meglio costruiti del Nostro, quasi alla Burt Bacharach. Non solo quindi canzoni narrative, ma canzoni a tutto tondo – le cui influenze sono sempre il blues e i cantautori rock ma anche i crooner bianchi come l’ultimo Elvis o Frank Sinatra – con un capolavoro assoluto (The Mercy Seat) e un contorno più che degno. Il Nick Cave di fine anni Ottanta è uno dei maggiori artisti della musica indipendente ed è intenzionato a rimanerlo a lungo.

Nell’aprile del 1989 il Nostro si reca finalmente in tour in Brasile, un Paese che da tempo lo affascinava ma in cui non aveva mai suonato e che non aveva nemmeno mai visto. Qui il destino lo attende; un destino benevolo, perché a un concerto a San Paolo rimane colpito da una ragazza del pubblico fino a innamorarsi. Lei si chiama Viviane Carneiro. Nella metropoli brasiliana Nick tornerà per registrare The Good Son (1990) ma soprattutto per vedere di nuovo Viviane e, infine, per vivere lì, lasciandosi alle spalle per un po’ l’Europa e ponendo fine alla lunga relazione con Anita Lane, più volte interrotta e più volte ripresa fino all’incontro fatale. Sempre che ce ne fosse bisogno, The Good Son è una conferma della statura artistica di Nick Cave e della sua maturità. È il disco di un cantautore che aspira a diventare un classico. Le ballate ora ne danno la vera misura creativa, con le costruzioni quasi sinfoniche, gli arrangiamenti d’archi e melodie che sono allo stesso tempo intime e solenni. Ormai Nick fa storia a sé, al punto da potersi permettere canzoni più dirette e parlare delle proprie emozioni – prima di tutte l’amore – senza più assumere maschere. Nonostante il Brasile sia soltanto sullo sfondo a livello musicale, si tratterà forse di semplice maturazione artistica ma la nuova dimensione esistenziale irradia – così pare – una luce diversa. Nel panorama dell’autore non sembrano più esserci soltanto il desiderio e la maledizione, e i riferimenti religiosi – di cui i testi grondano come sempre – anche se non smettono di riecheggiare le parabole nere o le visioni implacabili dei testi precedenti, hanno toni più commossi e affettuosi. Sotto questo aspetto è l’album più edificante, che si apre con la commovente Foi Na Cruz, adattamento di un inno protestante brasiliano, e con The Good Son, maestoso incrocio tra uno spiritual, un blues in chiave sinfonica e una ballata di Bob Dylan del periodo 1967/68. Il quinto LP ufficiale di studio annovera tra i suoi assi due classici assoluti: uno è The Weeping Song, che oltre al duetto tra Nick e Blixa Bargeld nei ruoli di un figlio e di un padre contiene un piccolo capolavoro di arrangiamento, e l’altro The Ship Song, la più misteriosa e bella canzone d’amore scritta da Nick Cave e probabilmente una delle più emozionanti che siano mai state composte («Come sail you ships around me/and burn your bridges down/we make a little history, darling/every time you come around»). Di episodi notevoli ce ne sono altri: la bossa rock di Hammer Song o il pop latino di Lament, nel cui ritornello fa il suo ingresso una melodia dolente e dolcissima. Il dolore rende queste canzoni ugualmente tragiche ma candide, sensibili, umane. Per molti, ed è compreso anche il sindacabile giudizio di chi scrive, The Good Son è l’album capolavoro di Nick Cave.

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A Handsome Man in a Dusty Black Coat with a Red Right Hand

Il 10 maggio del 1991, Viviane dà alla luce Luke. Nonostante la nascita del suo primogenito lo riempia di gioia, Nick comincerà presto a stancarsi della vita in Brasile, dove – a parte la novità dei primi mesi – non si è mai veramente ambientato. Il successore di The Good Son viene registrato a New York. Su consiglio di Daniel Miller di Mute, il gruppo si rivolge per la prima volta a un produttore esterno, scegliendo David Briggs in virtù il suo passato lavoro con Neil Young. Abile nell’ottenere buone performance in presa diretta, Briggs si rivela totalmente inadeguato per il lavoro di sovraincisione – necessario a dare profondità e dinamica alle composizioni – e ancora di più per il mixaggio, al punto da costringere Cave e Harvey a rifarlo da capo insieme al fido Tony Cohen, cui affideranno anche le cure dell’album Live Seeds (1993), estratto dei concerti tra Europa e Australia del biennio 1992/1993. Partito con il presupposto di allontanarsi dai preziosismi di The Good Son per una linea musicale più diretta, anche se magnificamente arrangiata come da tradizione Bad Seeds, Henry’s Dream (1992) si fa ricordare per i talking gospel infervorati di Papa Won’t Leave You Henry, I Had A Dream Joe e Brother My Cup Is Empty e la ballata Straight To You, uno dei momenti più pop del repertorio caveiano. Con un organico che vede Conway Savage al piano e Martyn Casey al basso, i brani assegnano alla chitarra acustica un inedito rilievo in sede di struttura armonica e di mixaggio, insolito per le produzioni targate Nick Cave and the Bad Seeds, poco inclini ai cliché del rock ma anche della musica pop in generale. In Christina The Astonishing i Bad Seeds confermano una loro peculiarità, ovvero saper piegare al proprio registro i codici dei più svariati generi musicali, anche i più inconsueti per le corde di una rock band – come, in questo caso, la musica liturgica. Alcuni testi di Henry’s Dream, a cominciare da Papa Won’t Leave You Henry, sono tra i più manifestamente autobiografici di Cave fino a questo momento, su argomenti che vanno dalla recente paternità alla crisi creativa. Segno di un uomo che cambia, al di là di un cantautore che ha ormai assunto una fisionomia abbastanza precisa e delineata, pur nella sua complessità e nelle molte sfaccettature. Nel 1993 il musicista australiano compie una svolta che si rifletterà anche nella sua vita artistica, decidendo di trasferirsi stabilmente a Londra insieme a Viviane e Luke. Registrato negli ultimi mesi dell’anno, Let Love In (1994) riesce nell’intento di allargare ulteriormente lo spettro musicale dei Bad Seeds senza rinunciare alle inconfondibili atmosfere da thriller: dal soul hard boiled di Do You Love Me? al funky strisciante e perfido di Red Right Hand, al country rock a velocità folle di Jangling Jack e Thirsty Dog e alla ballata morriconiana della title-track. Per quanto manieristica sia già a questo punto l’arte di Nick Cave, la duttilità, l’intelligenza e una dose non indifferente di ironia (come in Lay Me Low, dove il cantautore australiano immagina il proprio funerale) rappresentano ancora un baluardo contro il rischio di scadere in un puro e semplice esercizio di stile. Se in parte Let Love In può essere considerato un disco a tema sull’amore, il successivo lavoro è una sorta di concept album, tutto dedicato a un particolare filone letterario e musicale com’è quello delle Murder Ballads (1996). Tra brani originali e traditionals riarrangiati, un mondo popolato da personaggi inquietanti come la folle serial killer Loretta di The Curse of Millhaven o lo spietato Stagger Lee. L’apoteosi del disco e della sua torbida vena narrativa è ben rappresentata nella lunghissima O’Malley’s Bar. È il lavoro più conosciuto di Nick Cave a livello mediatico, e per molti ha rappresentato il primo incontro con il tenebroso cantautore australiano; merito di un progetto generale che colpiva particolarmente l’immaginazione e dei duetti con Kylie Minogue (Where the Wild Roses Grow) e PJ Harvey (Henry Lee). I videoclip delle due canzoni, passati più volte sugli schermi di MTV, hanno fatto guadagnare al titolare una nomination agli MTV Awards per la migliore performance maschile (candidatura poi rifiutata dallo stesso Nick, con un comunicato in cui spiegava che alla sua Musa non importa nulla delle gare). È suggestivo considerare Murder Ballads, in cui ricompaiono nel ruolo di ospiti anche Anita Lane e Roland Howard, come un disco corale allo stesso modo in cui lo fu a suo tempo Kicking Against the Pricks. Nick Cave ha dimostrato una capacità di scrittura e un carisma con pochi paragoni tra i contemporanei e anche tra i musicisti di generazioni successive, ma non avrebbe sicuramente raggiunto certi traguardi senza l’apporto creativo garantitogli da un gruppo d’eccezione. Che, se vogliamo, ha avuto la lungimiranza di scegliere e assortire con cura invece di circondarsi più comodamente di turnisti.

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L’artigiano delle canzoni d’amore

Nel 1998 viene dato alle stampe The Boatman’s Call, prodotto insieme a Flood. In controtendenza rispetto alla coralità del lavoro precedente, ci propone Nick Cave e i Bad Seeds in una veste musicale inedita, intimista e rarefatta. La formazione accreditata nelle note di copertina è forse la più nutrita di sempre – oltre a Harvey, Bargeld, Wydler, Casey e Savage, è confermato Jim Sclavunos e fa il suo ingresso in pianta stabile Warren Ellis – ma suona raramente al completo. In linea con il mood riflessivo dell’intera raccolta, gli arrangiamenti sono scarni, al punto che in Into My Arms, il brano più toccante e riuscito, si ascoltano solamente il pianoforte e il basso. Le sonorità dominanti sono quelle del pianoforte o dell’organo hammond con cui Nick si accompagna. È il suo disco più sentimentale, delle canzoni d’amore meste e malinconiche – West Country Girl e Far From Me –, di quel duende di cui parla lui stesso nel saggio La vita segreta delle canzoni d’amore, che si può leggere come introduzione alla raccolta di testi pubblicata nel 2001 da Strade Blu (Mondadori). Lo sguardo duro scolpito nel bianco e nero di Anton Corbjin è l’immagine del momento difficile a livello personale che ha ispirato i pezzi, dalla fine della relazione con Viviane e a quella con PJ Harvey. L’anno dopo però sposerà Susie Bick, dalla quale avrà due gemelli. No More Shall We Part (2001) parte dalla stessa componente melodica con As I Sat Badly by Her Side, la title-track, jazzata come il brano di uno chansonnier d’altri tempi, e Love Letter, dando però più rilievo al lavoro corale, con l’aggiunta delle voci di Kate e Ann McGarrigle. I pezzi centrali, in tutti i sensi, sono Fifteen Feet Of Pure White Snow e God Is in the House; la prima parte in sordina e sale d’intensità fino all’apoteosi gospel, la seconda è una magnifica ballata al pianoforte con echi di Leonard Cohen e momenti a cappella che mettono i brividi. Se i Bad Seeds non erano nuovi ad arrangiamenti d’archi, spesso curati da Mick Harvey, è inedito lo spazio che si ritaglia Warren Ellis, quasi da solista. Il suo violino è una risorsa creativa sempre più importante nell’economia del gruppo che accompagna Nick Cave, e la sua figura finisce per eclissare quella di Blixa Bargeld. Nocturama (2003) riceve una tiepida accoglienza da parte di molti ammiratori, che riscontrano forse per la prima volta un’involuzione. Per un autore dalla tensione creativa fortissima, rappresenta non un tonfo ma un cedimento che assume i contorni comici del video in stile bunga bunga pensato per il singolo Bring It On. Quello che rimane di Nocturama sono soprattutto i poderosi squilli di Dead Man in My Bed e dell’interminabile Babe, I’m On Fire, che fanno a pugni con l’immagine compita dell’ultimo Cave e con la sua immagine di artigiano rigoroso della canzone – veicolata da alcune interviste in cui descriveva il lavoro quotidiano dello scrivere canzoni nel suo studio con orari da ufficio – adombrando un possibile ritorno ai suoni aspri e ai toni esagitati dell’era Birthday Party. Perché ciò accada – in parte – bisogna saltare un disco, il doppio CD Abattoir Blues/The Lyre of Orpheus (2004), primo album registrato senza Blixa Bargeld. Una defezione così epocale non può che lasciare il segno. È Mick Harvey stavolta a occuparsi delle parti di chitarra, il nuovo arrivato James Johnston, ex Gallon Drunk, arricchisce il suono di nuove sfumature con il suo organo, e la possibilità di lavorare con il London Community Gospel Choir è di quelle da non lasciarsi sfuggire. La diversità tra le due parti del lavoro è molto evidente. Abattoir Blues comincia con Get Ready for Love, un gospel funk con i riff di chitarra più duri e vibranti mai eseguiti prima dai Bad Seeds, e continua nel segno del soul, del funk e del rhythm and blues, con il singolo Nature Boy e la trascinante There She Goes My Beautiful World sugli scudi. The Lyre of Orpheus è principalmente una raccolta di canzoni melodiche, dove si fanno notare però il blues del brano omonimo e il flamenco di Supernaturally. Ho ancora vivo il ricordo del concerto italiano dell’epoca, e dell’impressione che mi fece Cave con la sua classe, il suo aplomb da gentleman e il suo elegante pianoforte. Qualche anno dopo quell’immagine sarebbe stata fatta a pezzi dallo stesso Nick in versione baffuta.

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Grinderman & soundtracks

Eh sì, perché il baffo a manubrio, non privo di una certa esibita tamarraggine, compare almeno dalle foto promozionali dei Grinderman, il quartetto nato da una costola dei Bad Seeds: Jim Sclavunos, Martyn Casey e l’imprescindibile Warren Ellis. Con Nick che imbraccia la chitarra, per la prima volta. Alla consolle, il produttore degli ultimi lavori di Nick Cave, Nick Launay. Il disco omonimo del 2007 non è una svolta epocale perché la base di tutto rimane sempre il blues, anche se con i riff più grassi e rumorosi, le chitarre intossicate di feedback di No Pussy Blues, i groove più secchi e il rock and roll graffiante di Love Bomb, e un certo portamento rollingstoniano che fa balenare un possibile parallelo – addirittura – con Jon Spencer. L’album dei Bad Seeds Dig, Lazarus, Dig!!! (2008) risente per forza di cose di quella parentesi tuttora aperta. I groove sono la versione più elegante e rilassata di quelli della nuova band, e il pallino dell’album è spesso nelle mani di un rock and roll pre punk che riporta indietro a metà degli anni Settanta, e che può ricordare gli Stooges in Today’s Lesson, oppure Lou Reed o Bruce Springsteen, nomi che difficilmente in passato si era portati ad accostare a quello del cantautore australiano. Il brano più curioso, We Call The Author, è un pezzo soul con accenni di hip-hop. Rivisto a Milano a distanza di qualche anno, Nick Cave dal vivo sembra un altro personaggio, che spara fuckin’ neanche fosse Dennis Hopper in Velluto Blu e provandoci anche un certo gusto… Appunto, le roi encre s’amuse, ed è forse la nota più interessante di questa nuova veste. Anche Grinderman 2 (2010) è un disco di rock sporco suonato da musicisti navigati; pur calato appieno nella veste più convenzionale di cantante di una rock band, Re Inchiostro riesce in qualche caso a forzarne comunque i confini. Nei Duemila, re inchiostro è anche attivo insieme a Warren Ellis – divenuto ora la sua spalla principale dopo che anche Mick Harvey ha lasciato i Bad Seeds – nelle colonne sonore, raccolte nel doppio White Lunar (2009). Ha scritto la sceneggiatura di The Proposition e pubblicato un nuovo romanzo, La morte di Bunny Munro, “road novel” ironico con cui ha dato una nuova veste letteraria alla sua prosa graffiante.

Push The Sky Away

Confermato Nick Launay in cabina di regia (in sella ormai dai tempi di Nocturama) e ripescato addirittura dagli anni Ottanta il bassista Barry Adamson, Nick Cave continua nel suo legame sempre più forte con Warren Ellis. Il quindicesimo album a firma Nick Cave and the Bad Seeds, come scrive Stefano Solventi in sede di recensione, «è un rosario bluesy e cinematico», «lo spirito ispido che ruggisce sotto la flemma insidiosa, un fuoco basso d’irrequietezza contenuto da arrangiamenti raccolti, persino suadenti, talora sigillati da interventi elettronici ben metabolizzati nella trama d’archi, chitarre e percussioni». Le sonorità in apparenza morbide dei brani di punta come We Know Who U R, Jubilee Street e la title-track, con il suo organo rimbombante e psichedelico, riverberano infatti una a volte sottile, a volte più minacciosa, inquietudine, e un fascino sinistro. Una sensazione che non abbandona neppure al cospetto di una Water’s Edge e di una Real Cool fatte di groove crepitanti in sottofondo e preziosismi di arrangiamento che accompagnano testi declamati, e della lunghissima e suggestiva Higgs Boson Blues.

Nei mesi successivi a questo album che si attesta su un livello tra il medio e l’alto, con qualche punta quasi eccellente, si aggiunge un seguito dal vivo, Live at KCRW, registrato durante una session per la radio di Los Angeles. Nel 2014 gli occhi (e le orecchie) degli appassionati di Cave sono puntati in particolare su 20.000 Days on Earth, un documentario (meglio docu-fiction) dal taglio piuttosto insolito e dall’alone filosofico, condito per di più (e per fortuna) con un certo humour. Il film diretto da Iain Forsyth e Jane Pollard cerca di comporre un puzzle dell’artista-uomo-mito Nick Cave tra momenti di vita vissuta ricostruiti e sceneggiati per la cinepresa e altri “rubati” ai concerti e al lavoro in studio per Push the Sky Away. Non mancano neppure i dialoghi-intervista con spalle del passato come Blixa Bargeld e Kylie Minogue e altri personaggi. Un’opera dai contorni irregolari e proprio per questo interessante, che ha il merito di contenere belle performance (conosco qualcuno che si è messo ad applaudire in sala illudendosi per un attimo di trovarsi a un vero concerto). Per il cinema Cave e Ellis compongono anche due colonne sonore, per Loin Des Hommes, il western “maghrebino” di David Oelhoffen tratto da un racconto di Camus, e il documentario di Amy Berg West of Memphis, nuovi capitoli di una ricca produzione in coppia, per lo schermo e per la scena, che ha ormai superato la decina di progetti.

Il 2015 sarebbe un anno di passaggio creativamente parlando, dedicato alla scrittura e alla registrazione di un nuovo disco, ma viene funestato purtroppo dal gravissimo lutto familiare che colpisce il musicista nel mese di luglio. Il figlio quindicenne Arthur, che insieme al gemello Earl compariva tra l’altro in una breve scena di 20.000 Days on Earth, muore precipitando da una scogliera vicino a Brighton, città in cui Nick Cave si è stabilito da qualche anno con la famiglia (dall’inchiesta successiva sarebbe emerso che il ragazzo era in stato confusionale dopo avere assunto lsd, e questa è stata probabilmente la causa dell’incidente). Dopo un breve comunicato stampa, Cave e la moglie Susie Bick si sono chiusi comprensibilmente nel loro dolore; il successivo disco e il film che lo presenterà al mondo rifletteranno inevitabilmente anche il momento tragico vissuto dal cantautore durante le registrazioni.

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Skeleton Tree

Nick Cave e i Bad Seeds pubblicano il nuovo album Skeleton Tree il 9 settembre 2016. Il disco, registrato tra Brighton e la Francia e mixato a Londra, è anticipato dal  concert film One More Time With Feeling diretto da Andrew Dominik, presentato in anteprima alla Mostra del Cinema di Venezia, che contiene immagini della band alle prese con l’esecuzione dei nuovi brani, interviste e “una narrazione e discorsi improvvisati di Nick Cave”. Nel film si affronta anche il tema della tragedia che ha colpito il cantante, con cui è inevitabile il confronto all’ascolto del disco. Skeleton Tree è un’opera cupa, a tratti spiazzante, più ostica di Push the Sky Away di cui pure, come abbiamo sottolineato in fase di recensione, accentua alcuni aspetti in direzione di un suggestivo cantautorato ambien(tale). È un album che ha momenti molto duri come l’iniziale Jesus Alone, ma che alla fine sembra quasi cercare un rifugio spirituale nelle melodie degli ultimi pezzi, dopo aver dissolto la forma canzone nella densità atmosferica delle sue trame sperimentali. Un disco lacerato e lacerante nel proporci il Cave più intenso e potente degli ultimi anni.

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