• Mag
    19
    2017

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4AD

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Secondo album per la cantautrice folk Hannah Harding, a.k.a. Aldous Harding, una delle poche artiste neozelandesi che è riuscita a conquistare il mercato europeo. Se dalle nostre parti siamo da sempre avvezzi a voci più caratteristiche (si pensi a Nico, PJ Harvey, Agnes Obel, o alla stessa Joanna Newsom a cui spesso viene paragonata la Harding) in Nuova Zelanda il suo timbro, indefinibile, schizofrenico, con un’estensione vocale fuori dal comune, risulta quasi esotico, sofisticato, fuori contesto. Anche Lorde (LA neozelandese uscita dai confini nazionali) la definisce «la miglior musicista in circolazione». E così Hannah la stramba – stramba à la Cocorosie, ma meno carnevalesca – Hannah figlia di musicisti, Hannah che scrive poesie a 17 anni, Hannah che strabuzza gli occhi quando canta, Hannah col suo stile che sfugge a definizioni di sorta, firma con l’etichetta britannica 4AD, produce Party con quel John Parish (PJ Harvey, Giant Sand, Sparklehorse) e collabora con l’icona queer Perfume Genius, che fa un’apparizione nell’ultimo brano del disco, Swell Does The Skull.

Dalla voce camaleontica, in continuo camouflage, alla struttura delle canzoni che si dissolve continuamente (I’m So Sorry non ha un vero e proprio ritornello), la Harding riesce ad avere la delicatezza e la morbidezza di una Agnes Obel (Blend, The World Is Looking For You), le sfumature acute da periodo adolescenziale di Joanna Newsom (Party), ma anche l’energia di PJ Harvey e le sfumature maschili à la Nico (Imagining My Man, What If Birds Aren’t Singing They…). Il suo è un canto teatrale, drammatico, tanto che dice di essersi ispirata a Edith Piaff, che tendeva a caricare di pathos le sue canzoni. Ad ogni brano la Harding riesce a stupire, sia vocalmente che musicalmente. Possiede diverse sfumature da folk americano, altre da cantautorato à la Elliott Smith (Living The Classics), e da fairy song come Imagining My Man, placida e dolce, immersa in un’atmosfera fiabesca, con il sax in chiusura che sembra riportare tutto ad uno stato di quiete. Sono canzoni che parlano di paure, alcol, giovinezza, amore e potenza, di forza interiore, di come il passato complichi il presente, scritte per urgenza e con istinto, con un tono poetico quasi reverenziale, una sorta di nenia à la Spoon River in cui cori, chitarra, pianoforte e archi fanno fa sottofondo.

È un disco che getta nella continua incertezza, che ti lascia sospeso – da cosa, non si sa – ma porta allo straniamento, mentre la Harding mantiene il suo fascino silenzioso e si appresta ad assumere un nuovo ruolo di stravagante chanteuse. Nonostante il titolo, Party è un disco taciturno, criptico, non immediato, a cui bisogna prestare un’attenzione particolare, ma riesce a non lasciare indifferenti.

19 Maggio 2017
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