• Ago
    19
    2016

Album

Siberia Records

Add to Flipboard Magazine.

Alex Cameron è un musicista pop che aspira ad essere un musicista di pop sperimentale. Bisognerà vedere se riuscirà ad esserlo, anzi se è riuscito ad esserlo. Perché la vicenda che sta dietro all’album Jumping The Shark è decisamente singolare. Alex Cameron è un terzo di un misconosciuto gruppo australiano di pop elettronico chiamato Seekae, quando decide di pubblicare il suo primo album solista. Jumping The Shark esce nel 2013 per Crawfish Records in edizione limitata, non riesce ad avere niente più di un successo locale e viene rieditato tre anni dopo in digitale e in formato CD da un’altra label, Siberia Records. Nel frattempo Cameron si è impegnato in una bizzarra campagna pubblicitaria al limite della provocazione o della autocelebrazione, costruendo addirittura uno specifico website allo scopo di rilanciare le fortune del suo disco. Insomma, siamo di fronte a un caso di velleitarismo, smisurata ambizione, estrema fiducia nei propri mezzi oppure a un’elaborata operazione di autopromozione mediatica ?

Di fatto Jumping The Shark è un album di synth pop come non se ne facevano dalla fine degli anni Settanta-inizio anni Ottanta: levigato, luccicante nella produzione e con quel tipico mix di passione e paura che scorre sotto la superficie. Un sottile senso di terrore e apocalisse incombente permea tutto il lavoro. Da una parte brani autenticamente pop, dall’altra un massiccio uso dei ritmi sintetici e dell’elettronica tout court che ovviamente cambia le carte in tavola deformando e deturpando canzoni che potrebbero essere trionfalmente orecchiabili, e invece riescono spesso ad essere inquietanti. La tipologia di pop che Cameron presenta, insomma, si definisce come un insieme di valori sovrapposti: pulizia sonora, autorevolezza, ambizione. Di suo Cameron ci mette il carico da nove, evocando abilmente nella musica e nei testi una folla di tracce che trasudano cupo disprezzo per il mainstream musicale e assoluta nostalgia sonora: gioca cioè pericolosamente a fare l’anti-eroe che disprezza il sistema (al punto da rendere disponibili gratis le copie digitali dell’album), mentre vorrebbe invece farne parte.

Per come la vedo io, Cameron è rimasto impigliato esattamente nella stessa classica contraddizione in cui vennero a trovarsi i primi gruppi di art rock sintetizzato (come gli Ultravox) e i gruppi inglesi della prima scena industrial (come gli Human League). Un universo sonoro che faceva la spola fra Kraftwerk, Neu! e Brian Eno incrocando ritmi robotici, strati di elettronica e melodismo romantico, in un caleidoscopio dominato dalla paura del futuro tecnologico, venato di decadenza e kitsch arcano e futurista. Esattamente come loro Cameron pretende di fare un album utilizzando una elettronica avvenieristica per costruire minacciosi paesaggi mentali tecno-gotici, senza accorgersi di cascare un passo dopo l’altro in una danza industriale che sfrutta cinicamente il battito metronomico e il sound riverberato dei synth.

In realtà non c’é niente di male in tutto questo, visto che il musicista cita in maniera neanche tanto malcelata l’esperienza dei Suicide. Peraltro l’album è ricco di spunti interessanti e la voce ricorda il Roy Orbison più nostalgico. Il disco è equamente diviso in due parti, una più pop-muzak, una più volutamente sperimentale. Al primo canone appartengono l’iniziale Happy Ending (un garage elettro-pop rallentato, filtrato attraverso tocchi sottili di synth), una Real Bad Lookin’ autunnale e retrò col suo piano in contrappunto e improvvisi squarci di chitarra distorta su un giro armonico circolare, una The Comeback che ruba il tema alla colonna sonora di Rocky, e la novelty rasserenante di Mongrel. Nel secondo canone entrano Gone South e The Internet, oscuri incubi elettronici con echi di languorosa Mitteleuropa, una She Is Mine dominata da lussureggianti battiti alla Neu! e la finale Take Care Of Business straziante e immota, avvolta in spire tentacolari di organo. Le due tendenze sono complementari: esercizi di autoflagellazione esistenziale tendenti al pathos e ai tribalismi sincopati e accattivanti sia nella timbrica che nel sentimento. Solo che Cameron deve decidere: se vuole fare l’industrial sperimentale deve pensare meno al successo, o rischia di essere preso per velleitario; se vuole fare dell’onesto synth pop, allora può riuscire.

21 Agosto 2016
Leggi tutto
Precedente
Scott Walker – The Childhood of a Leader OST Scott Walker – The Childhood of a Leader OST
Successivo
David Ayer – Suicide Squad David Ayer – Suicide Squad

album

artista

artista

artista

Altre notizie suggerite