• giu
    17
    2014

Album
DSU

Orchid Tapes

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Alex G, venti anni compiuti da poco e tutti i sintomi dell’appartenenza agli stereotipi dell’americano post-adolescente in preda agli slackerismi da cameretta. Philadelphia come contorno, l’intimità a bassa fedeltà come forma espressiva tradotta nella consueta moltitudine di release più o meno amatoriali caricate su Bandcamp.

Quello che potrebbe sembrare l’ennesimo – anonimo – ragazzo annoiato con in mano una chitarra che scrive canzoni a raffica figlie più di una liberatoria urgenza comunicativa che di veri sogni di gloria è in realtà uno di quei fortunati eletti (Bored Nothing ad esempio) che puntualmente ogni anno vengono spinti dal basso verso dimensioni mediatiche di un certo rilievo (ovviamente non stiamo parlando di radio o televisione).

L’attuale posizione di Alex Giannascoli, ovvero quella di potenziale nuovo grande culto del cantautorato lo-fi, è sicuramente stata galvanizzata da alcuni articoli introduttivi su importanti testate (per The Fader è l'”Internet’s Secret Best Songwriter“) ma è soprattutto l’assolutamente meritato punto di arrivo e di partenza di un talento naturale. Un plauso quindi alla Orchid Tapes – quest’anno già dietro ad un altro cult name Ricky Eat Acid – che ha pubblicato l’ultima creazione del nostro: DSU.

Un artwork d’impatto immediato – curato dalla sorella Rachel – e tredici brevi tracce che raccontano al meglio quello che, per il momento, Alex ha da offrire in termini di sbilenchi affreschi pop ancorati tanto al divano di casa quanto al nostalgie ’90s rivisitate da chi in quegli anni nasceva.

Scorrono limpide le timide schegge dell’indie americano dei tempi andati (Pavement, Built To Spill e soprattutto i Beat Happening di Calvin Johnson) lungo gli intrecci – meno banali di quanto sembrino – delle composizioni di Giannascoli. A rendere DSU un piccolo gioiello dal repeat facile è una varietà strumentale e stilistica che, pur muovendosi tra i confini di un certo cantautorato indie, riesce a mantenere sempre vivo l’ascolto allontanando qualsivoglia rischio-sbadiglio: improvvise incursioni noise mai invadenti e sempre funzionali alla causa (Axesteel), richiami ai migliori Modest Mouse (l’appicicosa pigra cantilena di Harvey, l’ottima Black Hair con la sua sferzata quasi Slintiana), vaghi sensori indie-emo (Serpent Is Lord), assurdi vocalizzi che se non altro incuriosiscono (Rejoyce) e punte di slowness dilatate dai cori eterei dell’amica e concittadina Emily Yacina (Hollow).

Tutt’altro che perfetto e potenzialmente bissabile in un’ottica meno casalinga, DSU è il classico breakthrough album per il piccolo pubblico, destinato a rimanere tale sia che si sia trattata di una micro-allucinazione collettiva di un paio di mesi sia che si riveli realmente essere il primo grande passo di un ipotetico protagonista della scena indipendente del prossimo decennio.

18 Giugno 2014
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