Recensioni

7.3

Il comunicato stampa e l’autrice parlano di questo come del suo “terzo album solista”, ma è una definizione fuorviante perché suggerisce un vuoto nell’arco di tempo compreso tra il 2012 del notevole Theatre Is Evil e adesso, quando invece, tra canzoni singole o dischi veri e propri, c’è abbondanza di pubblicazioni e progetti (il sostegno finanziario che riceve dai suoi fan tramite Patreon non lo lascia davvero inutilizzato). E se possiamo considerare secondarie uscite quali il disco di cover insieme a suo padre, le canzoni estemporanee, la versione voce e piano del disco scorso (Piano Is Evil) o i vari tributi (l’EP dedicato a Bowie, la cover di Prince, ecc..), e se il live col marito (An Evening With Neil Gaiman & Amanda Palmer) pur raccogliendo un po’ di materiale precedentemente sparso può essere considerato una cosa a parte, lo stesso non si può dire del disco con Edward Ka-Spel, fortissimamente voluto e sentito (e portato anche in tour), che oltretutto anticipa qualche atmosfera di questo nuovo album.

Tra le altre cose pubblicate negli ultimi anni ci sono anche le versioni demo di una serie di canzoni finite poi in questo nuovo album, scelte secondo l’aderenza o meno al suo disegno generale e portate a una forma definitiva durante il mese di registrazioni con John Congleton (già in consolle in Theatre Is Evil nonché per una lunga lista di altri, dal composito parterre di colleghe quali St. Vincent, Anna Calvi, Chelsea Wolfe, Sharon Van Etten e perfino Blondie, a un altrettanto composito elenco di artisti che va dagli Okkervil River agli Xiu Xiu, passando per Disappears, Polyphonic Spree, Clinic, John Grant, Suuns e addirittura Franz Ferdinand – Sparks).

L’idea alla base dell’album, secondo l’autrice, è quella di una raccolta di “esercizi di sopravvivenza”, ovvero di canzoni nelle quali fare i conti con una serie di esperienze traumatiche, recenti e non solo, con il consueto mix di sincerità dritta al punto e teatralità, glam e spietatezza, e con l’idea di offrire consolazione a chi ha passato le stesse cose “in an identical hell”, occhio clinico loureediano nel guardare le cose e spirito simile a quello con cui Bowie/Ziggy gridò “YOU’RE NOT ALONE!” a tutti quelli che perfino nella golden age del rock si sentivano alieni. «I want you to think of me sitting and singing beside you», canta la Nostra in The Ride, manifesto e primo brano di un disco per lo più sommesso, fatto di voce e piano (talvolta il suo beneamato ukulele) e raffinati ricami strumentali seminascosti, mentre spiega che appunto la vita è un viaggio nel quale succede di tutto e la consolazione, oltre che nel mollare mai, si può trovare nell’esserne consapevoli («But isn’t it nice when we’re all afraid at the same time?») in una sorta di “corrispondenza di amorosi sensi” (azzardiamo, un po’ Foscolo un po’ il Leopardi del Dialogo tra Porfirio e Plotino).

Tra le tappe di questo viaggio con le quali fa i conti, c’è il rapporto con l’amico del cuore scomparso per una malattia (in Machete, quello metaforico con cui lui «sliced through the vines that wrapped around me» e brandito dalla cantante nella versione non censurata della copertina, musicalmente un occasionale ritorno allo stile Dresden Dolls/primo disco solista); ci sono i dubbi di inadeguatezza delle neo madri in A Mother’s Confession, dal testo torrenziale che contiene qualche tocco sdrammatizzante in più di quanto faccia supporre la pur bella musica; il modo in cui le disgrazie altrui, come malattia e abusi domestici, rimettono in prospettiva i propri problemi in una Bigger On The Inside, la cui musica accusa un po’ la lunga durata (anche perché l’arrangiamento della prima versione con Zoe Keating era un po’ più vivace); l’inquinante overdose di informazioni spesso negative da cui è infestata la quotidianità anche di coloro che vogliono il meglio, che così finiscono per continuare a «feeding the dark» in Drowned In Sound, dall’andamento Tori Amos specie negli scarti del ritornello; c’è l’omaggio alla scrittrice Judy Blume nel brano omonimo, un’autrice che riusciva a toccare temi piuttosto forti all’interno di vendutissimi libri per ragazzi e che per la cantante, che nel testo afferma di ricordare meglio i suoi personaggi che non quanto la circondasse mentre leggeva i suoi libri, ha svolto un ruolo simile a quello cui mira lei stessa con questo album; il rapporto con gli oggetti e il modo in cui condizionano il nostro rapporto con i loro possessori (The Thing About Things, ballata per ukulele a tratti un po’ caricata); l’amarcord al contempo davvero dolente e hollywoodiano di Look Mummy No Hands (musicalmente potrebbe provenire dal Mago di Oz o simili) prima del finale “on a higher note” (più o meno…) di Death Thing. In mezzo Voicemail For Jill, delicata e disincantata canzone sull’aborto a lungo cercata, nella quale il taglio che dà alla questione è quello dell’infinita solitudine di chi lo affronta, con la Nostra che ribalta il punto di vista consueto così da offrire un’invito alla destinataria della canzone, perfino una festa.

È un lungo album, dove ogni canzone ha la sua corrispondente “intermission”, ovvero una corta versione strumentale in cui l’amico e collaboratore di lungo corso Jherek Bischoff prende il tema e lo riarrangia in modo un po’ più ricco rispetto all’arrangiamento principale, nel quale si privilegia il testo; un disco ambizioso e di ampio respiro, che qua e là si dilunga troppo o esagera in teatralità, ma non sceglie di certo la strada più comoda, né come temi né come forma, e con un’ispirazione capace di sostenere il progetto al di là di occasionali cali. Forse non raggiunge tutti gli obiettivi che si poneva, ma è consolante sapere che c’è chi va in controtendenza rispetto al mordi-e-fuggi da deficit d’attenzione dei singoli in streaming; e che «somewhere, some dumb rock star truly loves you».

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