• Mar
    01
    2019

Album

Horo

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Congelati temporaneamente l’alias Indigo e il side project Akkord che lo vede dividere consolle e studi di registrazione con Joe McBride, a partire dal 2014 Liam Blackburn si è dedicato a tempo pieno a coltivare la ragione sociale Ancestral Voices, con cui debuttò cinque anni fa a un party di Samurai Horo con tanto di maschera a celare, solo per quell’occasione, volto e identità. Autentico drago della jungle e valido messaggero di tutto un portato di continuum di marca UK – pur sempre con testa e orecchi rivolti alla Berlino dei Basic Channel – il producer mancuniano, sin dalla prima uscita ufficiale a nome AV, aveva già fatto intendere che la nuova creatura avrebbe assunto forme e sembianze diverse. Certo, il debutto sulla lunga distanza di Night Of Visions manteneva sempre la scia su darkside e relative escursioni dub-techno, seppur nell’atavica ottica degli sperduti villaggi del Continente Nero, ma era chiaro a un primo impatto che da quel momento in poi, proseguendo con Divination e l’EP Mycelia (con cui ha tra l’altro inaugurato la sua etichetta The Fifth Kingdom) sarebbero state le ambientazioni a fare da perno centrale.

Della passione del Nostro per arcane geometrie e matematica già sapevamo dai tempi del debutto Akkord – che ancor prima di mostrarsi si erano già presi di prepotenza una posizione di rilievo nell’intricata scacchiera di Houndstooth – pertanto non fa certo stupore leggere di un terzo album incentrato su numeri, scale di misurazione e relativi studi cosmici. Ma non possiamo non restarne affascinati. Il concept che permea l’intera opera, nella sostanza (per saperne di più, e per evitare di addentrarci nello sciorinamento di teorie a noi sconosciute, vi rimandiamo a un sito dedicato e a una lunga intervista dell’autore che disossa lo scheletro del disco) fa riferimento all’ottava cosmica, legge naturale teorizzata nel 1978 dal matematico e ricercatore musicale svizzero Hans Cousto sotto assunzione di funghi allucinogeni contenenti psilocibina: in sintesi, parliamo di una forma di collegamento tra diversi tipi di fenomeni naturali che si verificano periodicamente – come l’orbita dei pianeti, il tempo, i colori, i ritmi e i toni – e la cui formula trasporta i periodi astronomici nel settore dei suoni percettibili.

Blackburn quindi – e mi perdonino gli esperti del settore per eventuali errori di valutazione ma giuro di aver provato a capirci qualcosa – ha combinato tempi armonici e toni (trasposti da periodi astronomici in frequenze udibili usando la formula f. 2n, ovvero il raddoppio multiplo di una certa frequenza) attraverso scale armoniche tolemaiche, pitagoriche e di altro tipo, utilizzando frequenze individuali di ogni Pianeta preso in considerazione (c’è anche Plutone nel disco, seppure sia un pianeta nano) e da lì andando a comporre le tracce seguendo quel determinato schema: la Terra, ad esempio, si attesta su 432.1 hz, un’armonica diretta di quei 136,1 hz su cui, pazzesco, è sintonizzato il tono “OM”, la Sillaba Sacra utilizzata ancora oggi in tutto il mondo e che rappresenta la Creazione dell’Universo. Insomma, scavando davvero a fondo, c’è molto su cui restare a bocca aperta.

Navagraha, che in lingua sanscrita è traducibile come “nove corpi celesti” ed è utilizzato come termine per descrivere una specifica vibrazione e i nove pianeti del nostro sistema solare, così come le diverse parti del corpo umano, per chi scrive si ritaglia immediatamente un posto tra i migliori album dell’annata. È un Liam Blackburn in forma smagliante, quello che ci troviamo oggi di fronte, millimetrico e spietato nello scaraventarci senza pietà – ça va sans dire – in questo buco nero, per fluttuare lenti e storditi dinanzi alle meraviglie e alle paure dell’Universo. Fosse stato socio di Edgar Froese e soci, questa sarebbe stata – con tutte le precauzioni e i distinguo del caso – la sua versione apocalittica di Zeit, certamente togliendo tutto il magnifico blocco kraut e cosmische dei Tangerine Dream, ma tenendo il polso fermo su tutta una certa idea di spazio, tempo e immaginazione che non ha bisogno di ecologismi e sentimenti green a cui aggrapparsi. La sua è una dark-ambient maledetta che, districandosi con ingegno sull’ascissa, poggia tutta su droni lenti e incontrastati che si avvicendano devastanti e inesorabili, metti un Basinski che dalla Selva Oscura non sa più come far ritorno.

Non vi è ritmo alcuno, esclusa qualche pulsazione di rapido accompagnamento a questo massiccio filo d’Arianna che si spezza e si ricompone ciclicamente, ma pad e synth analogici in estremo allungo (così come in fraseggi disorientanti) che dettano gli interminabili tempi della sperimentale – stavolta sì, passatemi il termine – visione dell’autore che, come fossero criptati segnali audio trasmessi tra un millennio da una centrale dismessa dell’ex URSS, di contorno non suggerisce stato d’animo alcuno. Certo, ad ascoltare Prithvi (traduzione del Pianeta Terra) non ci si mette poi molto a immaginare un APR che si leva alto sulle rovine della nostra civiltà ormai defunta, mentre l’elegante formicolio elettronico di Shukr, con quel tocco leggiadro e femminile, non potrebbe richiamare altri se non Venere, dea di amore e bellezza. È stato stuzzicante, per chi scrive, provare modalità e approcci d’ascolto, dal distratto al serio(so), passando per l’immersione totale a occhi chiusi. Impossibile non restare stupiti dalle svariate sensazioni capaci di mutare di volta in volta, immaginandomi spettatore non richiesto dello spettacolo sconosciuto dell’Universo, che in infinite forme sempre si ripete, spesso mostrandosi liberamente, altre volte occultando i più reconditi segreti, di rado bisbigliandoli a bassa voce a chi vuole scoprirli davvero. Ma spesso neanche basta.

1 Marzo 2019
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