Recensioni

7

Oxnard doveva essere la proverbiale quadratura del cerchio per Anderson .Paak: major alle spalle, Dre a spingere come executive producer e la giusta mole di hype a contorno. Parliamo di un talento eclettico e purissimo, versatile e cangiante, con a disposizione i numeri giusti per lasciare un segno indelebile nella musica black (e non solo) contemporanea. E invece dico «doveva» non perché questo sia un brutto disco, anzi, ma perché nella sua elegante piacevolezza e nella sua inequivocabile bellezza, mai arriva lo scarto definitivo che lo renda davvero super una volta per tutte. 

Rimane insomma il solito disco di Anderson .Paak: una stilosata raffinatissima e piaciona, pregna di talento e capace di raccontarsi con un perenne – e brillantissimo – sorriso; ma la grandezza vera, quella rimane nascosta dietro l’angolo. Intuisci che c’è, ma non la vedi quasi mai. Le coordinate di base restano quelle che ci si aspettava: un recupero di smalti funk e soul legati ora ai 70’s e ora ai 90’s, con Paak a fare da mattatore assoluto, ora rappando e ora cantando. Il suo è un edonismo classy, felice e mai ostentato, lontanissimo dalle cafonerie trappare. In tutto questo diverte (e si diverte) di più negli episodi più estranei a quanto detto: The Chase è pura blaxploitation gioiosa, tra flauti à la Jethro Tull e un rapping gustoso, ma anche il cazzeggio di Who R U? funziona alla grande. Gli affondi più coraggiosi non mancano, come anche nel funk storto e a tratti orientaleggiante di Mansa Musa o in Brother’s Keeper con Pusha T: un casino in cui scampoli funk si affastellano a serpentine trap salvo risolversi in una lunga coda più melodica. Il resto è puro mestiere: ecco la prevedibile (ma comunque goduriosa) riesumazione g-funk di routine, vista la presenza di Snoop Dogg, con Anywhere («This the beat that make me reminisce on G-funk / Three summers before The Chronic hit the streets»), poi il funk gentile infarcito di fiati languidi e coretti femminili con Q-Tip (Cheers). Quello che funziona di meno è paradossalmente proprio il featuring con Kendrick Lamar, forse perché i due sono davvero troppo simili come timbro. Left to Right è invece una chiusura di disco abbastanza weird, con Paak che simula un accento giamaicano posticcio cantando in patois e lasciando piuttosto interdetti. Si poteva anche evitare.

Insomma, tutto funziona e la qualità è palpabile, si sbrodola copiosamente e non senza gusto. Ma l’appuntamento con la Grandezza – quella con la G maiuscola – è ancora una volta promesso e rimandato. Siamo troppo duri? Forse, ma davanti a un talento del genere, è obbligatorio esserlo. 

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