Recensioni

7.2

I know it’s hard to be an optimist, confessa Andrew Bird con la voce penitente e furba di chi sta per prenderti in giro; ci sono sempre i violini in agguato, le pennellate di pianoforte e la vulnerabilità dei suoi archi in questo racconto tra il serio e il faceto. Ma lui stavolta, ad essere ottimista, pare esserci riuscito davvero. Scritto in una settimana e registrato su nastro, il nuovo album in studio del cantautore di Chicago scioglie i nodi un carattere introverso, infranto, diventando esplicita dichiarazione d’intenti: le melodie sono più accattivanti e più esplosive rispetto al passato, mentre i suoi manierismi sono diventati dichiarativi anziché miti simbolici. La bizzarra semplicità dei testi di un tempo lascia spazio all’urgenza politica ed esistenziale, quasi una modulazione lirica che diventa antidoto per quella malinconia di cui si era fatto ambasciatore.

La solida risolutezza che anima My Finest Work Yet disegna un sorriso sul volto del combattente Bird, come un’intimità(ri)trovata alla fine di un lungo e non semplice cammino. Non è mai sembrato così dinamico e rassicurante, senza inibizioni, ricolmo di fiducia, qualcosa che negli anni abbiamo associato ad altri artisti, lasciandogli la reputazione di umile e talentuoso polistrumentista in preda a sperimentazioni pastorali e suoni mitteleuropei.

A partire dalla copertina, che è un pastiche de La morte di Marat di Jacques-Louis David, ci possiamo collegare subito a ciò che ha ispirato Andrew Bird. Il suo album affronta diversi temi legati alle crisi politiche e sociali dell’America di oggi, in particolare le questioni riguardanti la sicurezza nell’uso delle armi e il cambiamento climatico. E se il lavoro di David viene riconosciuto come il primo dipinto modernista per il modo in cui unisce il personale al politico, allo stesso modo, il cantautore sta impiegando la sua abilità artistica per commentare il mondo. Da ex giornalista del New York Times, Bird trasmuta il mondo in cui vive e sopravvive, alimentato da composizioni eloquenti e da profonde capacità narrative.

Le melodie folk scortate da armonie vocali esigenti si susseguono nei dieci brani dal respiro rinfrancato mentre Bird offre inni ottimistici che contrastano liriche torturate. Dipinge con tratti ampi ma efficaci, propri di un’eleganza tanto familiare quanto innovativa: il suono è pulito dalla polvere dei lavori precedenti, quasi una corazza per difendersi dagli attacchi esterni. Andrew Bird conduce le danze come un autore maturo che offre una studiatissima commistione di folk e jazz con arrangiamenti seventies che donano un’armonia quasi sbarazzina, se confrontata con la contemplazione dolorosa e le dilatazioni pallide dei lavori dei primi anni duemila.

Ma non possiamo certo soprassedere  – e non lo faremo – su un elemento così evidente da essere quasi fonte di deconcentrazione, soprattutto a un primo ascolto, ovvero la trasformazione – non pedissequa per fortuna – di Bird nel Father John Misty dell’era I Love You Honeybear e Pure Comedy.

Come Bird ci consegna queste canzoni, come pronuncia le labiali, come respira, come intona i pezzi, come gigioneggia, lui che mai l’aveva fatto prima. Ma non avrebbe forse senso lasciarsi andare a esegesi particolareggiate sulla percentuale di fratellanza dei dieci brani di My Finest Work Yet. Certo è che a un primo impatto, la somiglianza arriva a toccare le vette dell’imitazione, del plagio, ché pensare di ascoltare un brano di Bird e uno di Tillman dietro l’altro potrebbe rivelare una fluidità eccessiva, da scambio di persona. Attraverso una conoscenza più approfondita del materiale offerto dal musicista dell’Illinois, il confronto si posiziona in secondo piano. Perché tutti quegli oh sregolati, i violini virtuosi e onnipresenti, diventano così momenti familiari che si adatterebbero a qualsiasi altro album di Bird. Ciò che resta è più forte di una somiglianza talvolta eccessiva: la versatilità della voce di Bird, la sua scrittura, lo scatto agile e dorato di un immobile che si fa velocista in una nuova, e disarmante, schiettezza. Quello che esce da Bird è in ogni caso proprio di Bird, nell’attitudine stessa a voler fare della libertà il proprio punto di forza, a differenza di Father John Misty che riconferma il suo ormai essere ruolo, primo attore, regista, scenografo di un’estetica scritta e dipinta secondo regole ben scritte. Ma il vero playmaker sconvolge le carte, non è più un ruolo da rivestire bensì una precisa attitudine che nemmeno il miglior maestro può insegnare. Ad oggi, per Andrew Bird, tutte le strade – anche quelle più impegnative – sembrano aperte e a quarantacinque anni forse non c’è niente di più soddisfacente.

Tra le fonti d’ispirazione dichiarate, il nostro cita il gospel e il soul degli anni sessanta e sopra ogni cosa il jazz, soprattutto quello scoperto studiando le tecniche di Rudy Van Gelder nel registrare con Miles Davis, John Coltrane e Lester Young. E quel feeling jazz, maledetto e bellissimo, lo percepiamo bene su Bloodless che potrebbe essere la canzone più politica di Bird fino ad oggi – un appello di sei minuti e mezzo a un paese diviso e a un leader che si occupa dei frammenti peggiori dell’umanità. Forse la cartina tornasole di questo album, di sicuro il brano più cangiante e ricco tra i dieci. Ma l’album di Bird non suona come lo farebbe un disco di jazz; piuttosto, ricorda il suono – un’estasi pop – su cui Jon Brion ha lavorato con artisti come Brad Mehldau e Robyn HitchcockBloodless incita alla calma, esorta “i migliori” che hanno “perso la loro convinzione” a rovesciare “i peggiori” che invece continuano ad “affilare i loro artigli”. Paragona l’oggi alla Catalogna del 1936 come a suggerire l’arrivo di una rivoluzione sociale, esortandoci ad agire ora, che il sangue non si è ancora visto. Bird tesse violini in ogni fessura del suono, li dispone rigogliosi e freschi su un piano jazzato e crudele.

Tra voci echeggiate e sovrapposte troviamo Sisyphus che scorre sicura come una condanna, attraverso la storia del re di Efira, il più astuto dei mortali, punito da Zeus dopo aver tentato di imbrogliare la morte. Il sound, rivestito da un senso di urgenza che raramente si era sentito su un disco di Bird, sposa il fischiettare precipitoso e il ritmo martellante di una melodia impeccabile, adagiata su un arrangiamento scarno. La qualità cinematografica e sinfonica che Bird rafforza più e più volte in My Finest Work Yet dipinge il proprio paesaggio, senza mai essere banale. Manifest, con la sua atmosfera tentacolare à la Laurel Canyon, richiama alla mente le straordinarie doti pop di Jeff Tweedy mentre il groove propulsivo di Fallorun segue i movimenti di un gioco mid-tempo in cui il tono della voce sembra venir rotto dal dolore dei ricordi salvo poi emergere attraverso una maggiore verve nella sezione percussiva. Segue l’impulso Andrew Bird, nelle melodie, nelle consistenze sonore, nei toni, nella scrittura: un contorsionista lirico e tematico capace di spremere le parole in versi e sorprendere con riferimenti esoterici. Nel suo mondo il tempo è un elemento vago, una nebulosa indistinta. L’americano fa risaltare ancora una volta tutte le sfaccettature che rendono riconoscibili le sue composizioni. Cercando di soddisfare l’ambizioso titolo dell’album, il suo personaggio così barocco e romantico, ma anche riflessivo, finisce per emergere in modo irrefrenabile. Il magico violino gioca ancora un ruolo importante in queste canzoni, pare che Bird lo stia usando in ogni modo possibile, come fosse un arto, e c’è qualcosa di più sicuro, di più sfacciato nella sua relazione con lo strumento. My Finest Work Yet è il tipo di dichiarazione musicale che ha la capacità di trascendere la propria eredità; un album registrato dal vivo senza overdub, senza cuffie, con i microfoni degli strumenti che si confondevano l’un l’altro, dando all’intera impresa un suono aperto e impedendo qualsiasi correzione in post-produzione. Intenzionale o no, è un’affermazione di unità simbolica per fondere tutto insieme. Sarebbe sin troppo facile rifarsi al titolo per giudicare il posto in classifica nella discografia di Bird per questo lavoro. Ci limitiamo a riservargli una carezza, fra il timido rimprovero e la materna rassicurazione, per chi, ancora una volta, ha sfidato la gravità.

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