Andrew Bird (US)

Biografia

Spuntato sulla scena alla fine dei 90s, Andrew Bird è riuscito a ritagliarsi spazio e consensi nel pieno degli anni Zero, imponendosi come uno tra i più importanti nuovi cantautori statunitensi, laddove questa figura perdeva i connotati tipici – scrittura folk e blues con fisiologiche derivazioni psych – per lasciarsi permeare da suggestioni pop con attitudini avant. Alla solida formazione musicale unisce una calligrafia sensibile e intensa, radicata nell’amore per il country, che riesce nel prodigio di stemperare complessità e leggerezza, accogliendo nella struttura e nel mood delle composizioni elementi orchestrali, suggestioni esotiche ed aperture sintetiche.

Nato a Chicago, classe 1973, Andrew Bird inizia a farsi le ossa sul violino già a quattro anni. Col tempo imparerà a disimpegnarsi con molti strumenti, soprattutto chitarre, però nell’esordio solista Music Of Hair del 1996 tenterà di cucirsi addosso proprio la sagoma di violinista/cantautore. L’anno successivo mette in piedi una band, i Bowl Of Fire, con l’intenzione di compiere escursioni in ambito folk tradizionale con rimandi blues e swing, prima con Thrills (1997) e poi con Oh! The Grandeur (1998), mentre il successivo The Swimming Hour (2001) suggerisce chiaramente il desiderio di allargare lo spettro stilistico.

Messi da parte i Bowl Of Fire, col 2003 – l’anno di Weather Systems  la carriera di Bird sembra iniziare davvero. Pubblicato da Righteous Babe – l’etichetta fondata nel 1989 da Ani Di Franco – è un album che compie una decisa svolta in chiave folk-pop, prodotto da una garanzia in materia come Mark Nevers. Nove canzoni che mediano leggerezza e intensità con la classe cristallina di un Paul Simon giovane, concedendosi preziosismi d’arrangiamento (languori cameristici, glockenspiel) ed accenni d’inquietudine tra Rufus Wainwright e Thom Yorke, sfiorando le bizzarrie desertiche targate Howe Gelb e la trepidazione spersa di certi Low.

Due anni più tardi arriva Andrew Bird & the Mysterious Production of Eggs, sempre ad alto tasso pop ma ben piantato nell’humus emotivo americano, tanto da suggerire similitudini con l’intensità vocale di un Jeff Buckley. Lo stile si fa sempre più disinvolto, al punto da sfiorare la sfrontatezza, mescolando movenze beatlesiane al Messico dei Calexico, il barocchismo di Wainwright alla filastrocca Pavement, l’intimità bisbigliata allo splendore orchestrale. Il suo nome comincia a circolare con frequenza anche fuori dagli ambiti Americana. È infatti per Fat Possum – etichetta di The Black Keys e The Fiery Furnaces, tra gli altri – che il Nostro firma e pubblica nel 2007 Armchair Apocrypha, album che vede la collaborazione del multistrumentista con attitudini sintetiche Martin Dosh. Rispetto ai lavori precedenti sembra ancora più intenso il contrasto tra leggerezza di melodie e interpretazioni e complessità strutturali e d’arrangiamento. Posto il violino in secondo piano, il suono si fa più chitarristico, compatto e organico, quasi Bird intenda scolpirsi addosso una figura da performer live per grandi platee, ferma restando l’attitudine per certe ballate in chiaroscuro, da front porch in mezzo ad una corte di misteri frugali. Se la missione era ampliare il bacino d’utenza, si può dire sostanzialmente compiuta.

Sempre più popolare malgrado la dimensione resti quella di promessa indie – il tour promozionale di Armchair Apocrypha lo vede ospite in importanti trasmissioni televisive come il Late Show di Letterman – Bird si prepara a licenziare il capolavoro che lo relegherà tra i grandi. Noble Beast esce nel gennaio del 2009 (sempre per Fat Possum), album che rincula decisamente verso atmosfere tradizionali portandosi dietro però il vizio della complessità, delle tensioni mimetizzate, dell’esotismo randagio, come se volesse alludere ad un mistero per ogni carezza variamente folk. Il violino è una chiosa costante anche se non invasiva, i riferimenti al songwriting tradizionale (da Al Stewart a Paul Simon passando per Gram Parsons) sposano i languori Wainwright e le apprensioni Mark Kozelek, talora ammiccando persino al Beck abbacinato di Sea Changes.

Tre anni più tardi ed una statura artistica ormai consolidata, esce Break It Yourself (per la indipendent-labek newyorchese Mom + Pop Music), un lavoro che gode dei frutti dell’evoluzione compiuta aggirandosi tra folk agrodolci, marezzature gospel e suggestioni caraibiche, sempre pronto ad alzare l’asticella con mantici d’archi che schiudono scenari cinematici, altrove concedendosi escursioni pop oniriche e suffumigi jazzy che lo avvicinano ai codici diversamente radiofonici di Sufjan Stevens e M Ward. A ribadire questa felice propensione per il versante popular d’avanguardia, val bene sottolineare la presenza in Lusitania di Annie Clark, meglio nota come St. Vincent. Sempre nel 2012 vede la luce Hands Of Glory, disco costruito con materiale proveniente dalle stesse sedute d’incisione del predecessore, tuttavia con una sua coerenza formale, un registro mediamente più rilassato seppur scosso da slanci bluegrass e irrequietezza errebì. Sembra che Bird voglia concedere agli ascoltatori il privilegio di sbirciare il retro della sua bottega, per dimostrare l’importanza delle radici (presenti in scaletta cover di The Handsome Family e Townes Van Zandt, nonché un traditional come Railroad Bill) e la loro omogeneità rispetto ad un percorso che non disdegna azzardi. Il country diventa così un miraggio sempre vivo e sempre nuovo, non molto lontano dalle visioni post-metropolitane degli Arcade Fire (vedi l’iniziale Three White Horses).

Nel novembre del 2013 viene pubblicato l’EP I Want To See Pulaski At Night, un sette tracce (di cui sei strumentali) concepito come una sorta di ode alla città di Chicago (il titolo si riferisce infatti ad una delle strade più importanti della wind-city). Nel giugno del 2014 esce Things Are Really Great Here, Sort Of…, album-tributo alla The Handsome Family, di cui Bird rivisita dieci tracce.

Dopo un album sperimentale come Echolocations: Canyon (2015), col quale esplora spazi bucolici affidandosi ad una compenetrazione di effetti sintetici e armamentario folk, Bird torna al formato canzone nel 2016 con Are You Serious, album che risente delle svolte positive nella sua vita privata: il musicista si è infatti sposato, è diventato padre e ha lasciato Chicago per trasferirsi in California. Il tono è più accattivante e immediato, tipico lavoro maturo di un artista consapevole della validità del proprio percorso che non teme di confrontarsi con istanze (apparentemente) radiofoniche. La scrittura torna quindi a frequentare l’eredità della Handsome Family e si fa accompagnare con disinvoltura da Fiona Apple (in duetto su Left Hand Kisses), senza tuttavia risparmiarsi episodi più complessi e strutturati con riferimenti a The Velvet Underground e Sonic Youth (Valley of the Young).

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