Recensioni

Ci sono voluti ventisette anni perché qualcuno decidesse di portare sul grande schermo IT, romanzo considerato il vero capolavoro di Stephen King, nonché la summa di tutta la sua poetica d’autore. Ventisette anni sono trascorsi, infatti, tra la trasposizione televisiva con protagonista Tim Curry, la stessa che contribuì a traumatizzare un’intera generazione di bambini, e questo primo adattamento cinematografico firmato da Andy Muschietti. Guardando indietro, con occhi più cresciuti e abituati a certe logiche narrative e filmiche, ci si accorge subito di come la miniserie di Tommy Lee Wallace sia invecchiata malissimo: dalla sceneggiatura piatta e prevedibile, la recitazione approssimativa (fatta eccezione per l’antagonista) e gli effetti speciali ormai fin troppo datati, quel lavoro cadrà presto nel dimenticatoio (o forse lo ha già fatto). Tuttavia, quelli che chiedevano a gran voce una trasposizione fedele alla carta kinghiana, dovranno riporre le loro speranze altrove: per prima cosa, sarebbe veramente impossibile – anche nell’arco dei due film programmati da Warner Bros. – restituire appieno la profondità della materia scritta (non siamo davanti al nuovo Peter Jackson, che compì il miracolo con un altro romanzo infilmabile, Il Signore degli Anelli); in secondo luogo, anche questo adattamento ne ha dovute subire di peripezie prima di arrivare in sala nella versione di cui il pubblico (italiano) potrà godere dal 19 ottobre.

Acquistati i diritti nel 2009, New Line Cinema contattò Cary Fukunaga – allora reduce dal successo della prima stagione di True Detective – per occuparsi della sceneggiatura ed eventualmente dirigere in prima persona il nuovo film. Da subito apparve chiaro che la divisione in due pellicole avrebbe agevolato il lavoro di adattamento: i film sarebbero quindi stati due, uno dedicato ai giovani Perdenti, l’altro al gruppo ormai cresciuto. Trascorsi un paio d’anni, Fukunaga abbandona per divergenze creative – il suo script è considerato troppo violento – e Muschietti viene assunto al suo posto insieme ad altri due sceneggiatori. Risultato? Ci troviamo davanti a una pellicola che sembra ricalcare non lo stile di King, ma quello delle pellicole che lo citavano indirettamente. Per farla breve, siamo più dalle parti di Stranger Things e Super 8 (serie o film che hanno più di un debito nei confronti dello scrittore del Maine) che di Carrie, Misery non deve morire o La zona morta, e non siamo nemmeno vicini a quel campionario di malinconia rappresentato da Stand By Me.

È vero che forse non sarebbero bastati cinque film per restituire lo spirito delle pagine di cui stiamo parlando, e i punti salienti vengono rappresentati al meglio. A mancare, però, è la paura: non intesa come semplice jump scare, quei momenti non mancano affatto e sono quasi un’esclusiva del nuovo temibile Pennywise – che ha  il volto inquietante del bravo Bill Skarsgård (classe 1990) – la paura come stretta allo stomaco, di quelle che iniziano a mangiucchiarti le interiora e a farti dubitare persino dell’amico che ti siede accanto in sala o dell’estraneo che se ne sta buono alle tue spalle. Da questo punto di vista, la lezione dei vari horror alla William Friedkin o, per fare un esempio dei più recenti, alla James Wan non è stata assimilata al meglio, in favore di uno spettacolo che non inquietasse più di tanto né lo spettatore adulto né tantomeno l’adolescente di oggi (il film è vietato ai minori di 17 anni negli USA, ai minori di 14 da noi), abituato a una violenza mediatica tale da far impallidire qualsiasi clown assassino.

La sinergia, il feeling tra i giovani componenti del cast, è certamente l’aspetto più riuscito di questo Chapter One, che non vediamo l’ora si ripeta anche con l’annunciato secondo capitolo (e in attesa di conoscere i nomi del cast più attempato). Una maggiore attenzione ai tre volti principali (ovvero Jaeden Lieberher, Jeremy Ray e Sophia Lillis) avrebbe garantito una migliore coerenza narrativa, diluita invece da passaggi tesi a descrivere ogni componente dei Perdenti, suggestivi quanto si vuole ma mai perfettamente calati all’interno di un sistema capace di regalare la giusta tensione. Tensione alla quale, invece, contribuisce il magnifico score di Benjamin Wallfisch (che qui lavora splendidamente in solitaria dopo le ultime due collaborazioni con Hans Zimmer per Dunkirk e Blade Runner 2049). Detto questo, non è il caso di gridare all’ennesima delusione delle aspettative, perché It: Chapter One è un marchingegno costruito ad hoc per le nuove generazioni, da cui forse ci si sarebbe aspettato un po’ più di coraggio e quella fede nello spettatore medio che sta via via diminuendo anche nei prodotti di genere.

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