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Diciamolo subito, così da toglierci il dente senza rimandare ulteriormente la questione: Blade Runner 2049 è un miracolo. Non nell’aspetto sensazionalistico del termine, ma in quello pratico. Nell’era dei vari Stranger Things e Il Risveglio della Forza, che continuano ad ingozzare un pubblico sempre più ostile alle novità e il cui unico tarlo è continuare a pensare a quanto fossero elettrizzanti gli anni Ottanta (un’illusione che è diventata tendenza), Denis Villeneuve accetta la sfida propostagli da Ridley Scott e porta sullo schermo quello che è un vero e proprio dito medio alla più banale delle operazioni nostalgia. Sia chiaro, stiamo pur sempre parlando di un’operazione da 150 milioni di dollari, da cui il buon Scott deve tutelarsi, quindi crolla qualsiasi tentativo di paragonare l’operazione – ad esempio – alla terza stagione di Twin Peaks, in cui David Lynch ha avuto (anzi, ha preteso) completa libertà d’azione.

Blade Runner 2049 è figlio della nuova visione di Scott per la fantascienza, un progetto narrativo e spettacolare già avviato dai due prequel di Alien (Prometheus e Alien: Covenant) e che proseguirà in futuro (probabilmente con altri sequel), ma è anche il punto d’arrivo e la sintesi della poetica di Villeneuve, la cui carriera, se la si esamina da molto vicino – come il giovane Deckard alle prese con lo scanner –, non poteva che portare alla realizzazione di un sogno, il suo e quello di milioni di appassionati di fantascienza, cyberpunk, Philip K. Dick e via discorrendo. Se il Blade Runner originale, per forza di cose, inventava da zero un futuro credibile e vi trasportava lo spettatore, il suo sequel è costretto a immaginare il futuro della Los Angeles del 2019, che già sappiamo non si verificherà (ancora per centinaia di anni, chissà); prima della rivoluzione digitale non era difficile immaginare un futuro attingendo dalla letteratura fantascientifica, fatta di invasioni aliene e viaggi interplanetari che oggi siamo obbligati a rivedere sotto un’ottica più reale e realistica. Così, la Los Angeles del 2049 non è molto lontana dal capolavoro di Scott, ma alcune correzioni sono fondamentali per rileggere nel film il presente in cui viviamo: l’ossessione per l’ordine viene costantemente tirata in ballo, grazie anche alla evidente decimazione della popolazione terrestre (vengono citati un blackout e una carestia) – le strade iper-affollate in cui si trascinava Deckard sono già un lontano ricordo – e la tecnologia non sembra aver fatto enormi passi in avanti, una condizione che sussiste proprio in virtù di un ordine che comprende ogni aspetto della società, persino l’avanzamento tecnologico.

Le vere domande che ossessionano l’esistenza, e che nel 1982 risuonavano nella pioggia battente, vengono amplificate dall’incertezza della rivelazione, da ricordi che potrebbero essere stati pre-impiantati nella memoria, confusi da archivi analogici ormai dimenticati. Quello di Blade Runner 2049 è il tentativo di ricostruzione di un passato che l’umanità celebrava ostinatamente e che sembra adesso caduto nell’oblio insieme a sogni e speranze. Quello stesso passato capace di non farci cadere schiavi di vecchi miti, di vecchi padroni. Non è un caso che il fatidico incontro, all’inizio del terzo atto, tra K e il suo equivalente obsoleto Deckard avvenga nella terra delle suggestioni, nella città delle emulazioni artistiche per eccellenza: a Las Vegas va in scena una sequela di rimandi – che si tratti di una canzone di Frank Sinatra o dei simulacri di Marilyn Monroe o Elvis Presley – che non trova alcun pubblico. È la sublimazione della necrofilia. Morti (ma più vivi dei viventi) che ammirano morti.

La svolta recente di Scott e la poetica d’autore di Villeneuve garantiscono alla pellicola un fascino che si percepisce fin dalla prima inquadratura e avverte la sala che per i restanti 163 minuti non ci saranno esplosioni di effetti speciali, ma si darà ampio respiro a una narrazione neo-noir, la stessa che rese leggendario il capitolo originale. Il nuovo protagonista, il blade runner K, ci viene presentato per quello che è, senza troppi fronzoli e pippe mentali sulla sua natura, perché quello che deve interessare davvero è la sua quest, innescata dalle parole di un vecchio Nexus 8 in fin di vita: la ricerca di un miracolo. K imbocca quindi lo stesso cammino intrapreso da Villeneuve quando accettò la regia del film: sarebbe bastato ricalcare a piè pari la struttura dell’originale, inserire qualche nota nostalgica di tanto in tanto e portare a casa il risultato senza troppa fatica. Il regista canadese, invece, ha dimostrato di saperci fare e le precedenti lezioni (americane) di Prisoners, Sicario e Arrival sono state davvero il banco di prova per questa sfida mastodontica, superata in gran stile.

Basterebbe poi prendere attentamente in esame il finale di Alien: Covenant e quello di Blade Runner 2049 per capire davvero la differenza tra questi due grandi cineasti: se nel primo il cinismo si è inspessito ulteriormente fino a sconfinare nel puro pessimismo verso l’umanità, il secondo mantiene uno sguardo speranzoso che trova eco anche in altri registi della sua generazione (vedi il bellissimo monito di Christopher Nolan in Dunkirk), come ad indicare che i vecchi forse non sono più saggi come una volta e che i giovani – pur abbattuti e piegati da un presente oscuro – riescono a trovare spiragli di ottimismo, forse immotivati, ma essenziali per donare alle future generazioni gli strumenti di sopravvivenza ideali. Insomma, ce ne sarebbero di cose da dire su Blade Runner 2049 (cose che potreste perfino immaginarvi), ma che nel tempo di una riflessione si perdono tra le sinapsi cerebrali. Villeneuve ci ha reso partecipi di un miracolo, il miracolo del cinema, che avrà sempre le armi per avere la meglio su sé stesso. Basta immaginarlo.

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