• Ago
    17
    2018

Album

Domino

Add to Flipboard Magazine.

Gli Animal Collective sono al meglio quando intersecano il pop come solo loro sanno fare, con quel naturale tocco di MDMA e la loro capacità di farsi portatori di luce, colore e delicata empatia. Una delle loro vette artistiche, Merriweather Post Pavilion, la sua magia, è pennellata di queste trame color fluo, e questo anche grazie alle prelibatezze confezionate dal loro melodista per eccellenza, Mr My Girls Panda Bear. Esistono anche gli AC sperimentali, quelli con l’ascendente in Avey Tare, che non sono certo da buttare; il loro primo visual album nato dalla collaborazione con Danny Perez, ODDSAC, pubblicato nel 2014, non era un capolavoro, ma raccoglieva alcuni affascinanti acquerelli pastorali, così come nella prima parte della loro discografia era nei momenti in cui la formazione dilatava al massimo le maglie della propria visione psichedelica che le cose funzionavano davvero. Pop o sperimentali, melodici o mesmerici, gli Animal Collective sono un autentico sistema planetario, un tutto dalle molteplici sfaccettature che dalla band madre si estende alle discografie soliste dei singoli componenti. Panda Bear è il sole, e il suo Person Pitch è lì a ricordarcelo, Avey Tare è la luna, colui che all’euforia creativa preferisce il carotaggio, l’osservazione del mondo giusto sotto la linea di galleggiamento o Down There, come suggerisce il nome del suo debut, mentre Deakin è lo sfuggente marziano innamorato del folk inglese, come indicano le delicate canzoni di Dream Cycle.

All’interno di questa costellazione, Tangerine Reef, secondo visual album dei Nostri, è un progetto nato dalla collaborazione con Coral Morphologic, un duo che unendo scienza e arte si dedica da anni all’osservazione e rappresentazione di coralli e barriere coralline. Abbiamo dunque un disco lunare e free, che surfa sulla sua stessa intelligibilità senza dimenticare un residuo fisso di umanità, capovolto nel segno e nelle finalità rispetto, ad esempio, all’acquatico Meeting of the Waters dello scorso anno. Con Panda Bear fuori gioco è Avey Tare a prendersi i suoi spazi, ad esplorare nuove angolazioni del suo laterale folk, a perdersi nel fascino iridescente di questi fiori animali, digitali per vocazione, naturali per definizione. Colin Foord e J.D. McKay hanno incontrato la band nel 2010 all’altezza di ODDSAC e attivato da allora una collaborazione non continuativa. Il terzo appuntamento del International Year of the Reef, un’iniziativa della Coral Reef per incoraggiare la preservazione degli ecosistemi marini, ha dato loro la scusa per portare a termine un progetto comune. E’ nato così Tangerine Reef, e va da sé che il filo rosso che lega le sue 13 tracce riflette il dibattito attorno al Climate Change da un punto di vista della salvaguardia della barriera corallina: il navigare a vista di Tare, che ricorda da vicino il suo splendido Eucalyptus, e a tratti anche un Alan Vega direttamente dall’aldilà (Hip Sponge), e l’inedia di molte soluzioni arrangiative qui adottate, lo traduciamo con il fatalismo con il quale il tema viene troppo spesso trattato, come se il punto di non ritorno fosse già stato superato (come se non fosse il primo punto da inserire in un’agenda politica), mentre la parte che rappresenta l’incanto architettonico dei coralli, la loro capacità di resistere e adattarsi all’ambiente, rimanda a quel senso di meraviglia che gli AC sanno da sempre regalare.

Va detto che queste musiche, ipnotiche, cosmiche (Best of Times (Worst of All)), sognanti come sedanti, sono di per sé interessanti, ovvero godono dell’autonomia necessaria per poter essere fruite anche senza l’accompagnamento delle splendide immagini in alta definizione proposte da Coral Morphologic e condivise dalla band su YouTube. Del resto è la musica che deve connotare le severe inquadrature, i lentissimi zoom e le sporadiche sovrapposizioni da albori della cinematografia (Georges Méliès batti un colpo), volti ad esplorare le diverse tipologie e la mutevole pigmentazione dei coralli lungo gli oltre 50 minuti di girato. Complessivamente, a mancare è però l’elemento memorabilità, o anche semplicemente l’affondo in un “climax topico”: non c’è pop (e sta bene) ma questo non è un viaggio di cui ricordarsi a lungo, come dire che forse è proprio questo il fatale destino che ci attende, come specie. Dunque c’è una spiegazione anche per questa mancata imprescindibilità, una chiave interpretativa che funziona da giustificativo, ma tant’è. Citando Timothy Leary, qui abbiamo il turn on e pure il tune in, ma a mancare è, in definitiva, il drop out.

21 Agosto 2018
Leggi tutto
Precedente
Uniform – The Long Walk
Successivo
Benessere e buona musica, un weekend a Fat Fat Fat Festival 2018

album

recensione

recensione

recensione

recensione

recensione

recensione

recensione

recensione

Altre notizie suggerite