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L’essere pilota racchiude in sé un istinto a sollevarsi più in alto dei propri limiti. Carol Danvers, donna già eccezionale ancor prima di ricevere i suoi poteri, sogna le nuvole ogni volta che cade rovinosamente: come tutti i veri eroi, ha scelto quel tipo di vita sospesa tra cielo e terra perché fa parte di una razza speciale. Non è il prodotto di qualche esperimento o la versione idealizzata della perfezione, ma un personaggio che oscilla metaforicamente (e letteralmente) da un’estremità all’altra. È vulnerabile ed emotiva, realista e fallibile, innegabilmente perseverante e risoluta, che commette errori e non ha paura di prendersi dei rischi. Quando viene colpita sorride, quando prende una decisione non sempre è quella giusta, quando le viene detto che non è abbastanza forte incassa il colpo e si rialza. Captain Marvel si muove in questa zona d’ombra di bellezza e contraddizioni sintetizzando la complessità dell’esperienza femminile in un film che promuove i Marvel Studios verso una strada nuova, dove il corpo non è oggetto ma strumento per raccontare un urgente bisogno di cambiamento.

Oggi viviamo nell’epoca del femminismo trasversale, e raccogliere il maggior numero di testimonianze e rappresentare quante più tipologie possibili di donne al cinema significa darsi l’opportunità di diversificare la natura delle storie: qui, ad esempio, viene sovvertito con grande efficacia uno dei classici stilemi hollywoodiani – la love story – mettendo al centro l’amicizia tra Carol Danvers e Maria Rambeau, che sembra il vero motore dell’azione (un po’ nascosto sotto traccia ma che segue ciò che Greta Gerwig aveva sperimentato in Lady Bird), ed è paradossale che in una pellicola action costituita al 90% da effetti digitali, le scene migliori risultino essere quelle in cui ci si concentra sul lato emotivo e sui piccoli dettagli, come un tuffo nei ricordi o la ripetizione di un gesto (le continue cadute, il rimettersi in piedi).

C’è ancora l’idea, suggerita già da Wonder Woman, di rompere lo stato di negazione in cui versa l’eroina protagonista, obbligata a non agire e a partecipare agli eventi in modo passivo, e se nel film di Patty Jenkins era l’orrore del mondo moderno ad annichilire la divinità venuta da lontano, in Captain Marvel sono i pregiudizi comuni della società patriarcale a costituire un ostacolo. Evidentemente e simbolicamente superato grazie a spirito, intelligenza e forza fisica – le qualità di Carol e della sua interprete Brie Larson – e all’utilizzo delle mani come armi e scudo. Le stesse che per troppo tempo ha avuto legate e che ora sprigionano un’energia contagiosa e una fiducia nelle prossime generazioni davvero commovente.

6 Marzo 2019
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