Recensioni

7.4

Negli ultimi tre anni la musicista e performance artist di Los Angeles Anna Homler ha avuto una vera e propria rinascita musicale, all’insegna di nuove collaborazioni e una serie di concerti in giro per il mondo. A dare il via a questa nuova fase della sua carriera e alla riscoperta dei suoi lavori sperimentali degli anni Ottanta è stata la pubblicazione, nel 2016, di Breadwoman & Other Tales su RVNG Intl. La ristampa includeva la leggendaria cassetta del 1985 Breadwoman – un concept di Homler musicato e prodotto assieme al compositore Steve Moshier, scomparso nell’estate del 2016 – assieme ad altri due brani “perduti”, frutto della collaborazione tra i due, Sirens e Celestial Ash. Il concept originario di Breadwoman, un’inquietante donna, dice Homler, «così vecchia da essersi trasformata in pane», fin dalle sue origini si accompagnava ai sensazionali esperimenti glossolalici di Homler, che dai primi anni 80 ad oggi canta e improvvisa in un’intricata lingua di sua invenzione. Homler dice di non aver propriamente inventato i fonemi di questo suo indecifrabile ideoletto: i suoni di Breadwoman, sostiene, si sono manifestati spontaneamente nel suo processo creativo. In molti hanno notato l’imprevedibile somiglianza tra il cantato di Breadwoman (portata in scena da Homler con tanto d’inquietanti maschere e varie props di pane) e alcune lingue africane e serbo-croate, una somiglianza che spesso Homler interpreta come ulteriore prova della “miracolosa”, primordiale matrice inter-lingua dei fonemi impiegati dal suo alter-ego… di pane.

A prescindere dall’apparato concettuale dell’operazione, le interpretazioni di Homler, divise tra nonsense e un vasto campionario di mugugni, versi e sospiri, si sposano alla perfezione con le pulsanti, ipnotiche composizioni synth minimaliste di Moshier. Più calde e suffuse di quelle di una Meredith Monk, le interpretazioni di Homler risultano meno accademiche e concettuali di quanto possano sembrare sulla carta: nel loro suonare aliene, frammentarie ed essenzialmente inquietanti, le composizioni di Homler/Moshier mantengono un alto livello di intimismo che le avvicinano a una sensibilità folk horror e a tratti vagamente hauntological. Non a caso dal vivo Homler alla glossolalia unisce il rumorismo, impiegando gli oggetti più disparati, da un nastro adesivo a un pelapatate, a mo’ di strumenti musicali, quasi a voler trovare nella sfera domestica e nel quotidiano una sorta di misticismo. «Tutto il mio lavoro», ha dichiarato durante il ciclo promozionale del 2016, «si concentra sul trovare le qualità più strane degli oggetti di tutti i giorni». E così nei suoi workshop Sound Kitchen, Homler invita i partecipanti a «trovare un oceano di creature nel proprio respiro. Un’orchestra nella propria cucina», mentre nella sua installazione itinerante Pharmacia Poetica, l’artista imbottiglia gli oggetti comuni più disparati per metterne in luce, dice, l’intrinseca bellezza. Con questo suo mix di sperimentazione musicale, concept e performance art, il progetto multimediale di Homler non poteva che accattivare, all’indomani della sua riscoperta, anche una nuova generazione di sperimentatori.

Il nuovo EP Deliquium In C documenta, in parte, questa nuova fase nella carriera di Homler, improntata sulla rivisitazione del suo lavoro e sull’incontro con nuovi collaboratori. Il primo brano O’sa Va’ya è il frutto di una collaborazione con Alessio Capovilla, produttore dietro al moniker XIII e alla poliedrica etichetta Gang of Ducks (i due hanno suonato dal vivo a Torino nel 2017). Il brano ha l’imponenza e la sacralità di un’ouverture, in cui le gutturali cantilene di Homler, avvolte nella propria eco, si stagliano su un mare di placidi synth in crescendo, un luminescente accompagnamento vagamente New Age, accentato dalla discordante presenza di un flauto. Il processo meditativo avviato in O’sa Va’ya prosegue in Nepenthe, un brano già debuttato/semi-improvvisato dal vivo in collaborazione con il musicista di PAN Steven Warwick (aka Heatsick). Qui gli ipnotici, arpeggianti synth e i delicati rintocchi di basso di Warwick incalzano i vocals tremolanti di Homler, accompagnati nell’ultimo minuto e mezzo del brano da eterei cori. Qui, forse per la prima volta, l’universo concettuale di Homler sembra propriamente calarsi in una dimensione ipercontemporanea: complice una produzione cristallina, Nepenthe, messo a confronto con i brani di Breadwoman del passato, suona particolarmente “preciso”, finanche “freddo”, e ci presenta Homler in una nuova, interessante veste, più robotica ed essenzialmente “digitale” che propriamente folk-intimistica.

Questo affascinante esercizio di reinvenzione è messo in evidenza dal contrasto con i due brani successivi. Nella crepuscolare Almost Beautiful, una collaborazione con Mark Davies/The Pylon King (già con Homler nel duo Voices of Kwahn, negli anni 90 un fortuito momento overground in ambito dance/elettronica per la Nostra), ritroviamo un sound ovattato, in cui i soffusi, sospirati mantra di Homler giocano ad inabissarsi in un mare di fruscii e rumore bianco: sembra di ascoltare quel che rimane di un deteriorato nastro, una perduta registrazione di un’estemporanea, ipnotica ninnananna. A seguire troviamo la title-track, una ritrovata registrazione con Moshier che sembra riprendere il filo del brano Sirens, già nella ristampa del 2016. È impressionante come i 15 minuti di questa composizione scorrano rapidamente, senza appesantire in alcun modo l’ascolto: qui i melodici synth di Moshier sembrano trasformarsi in drone, mentre i vocalizzi di Homler oscillano tra trascinati, corrosivi rantoli e improvvisi squittii. Il matrimonio tra l’espressionismo vocale di Homler e il minimalismo sognante di Moshier danno vita a un’affascinante avventura ambient, in cui si ha l’impressione di addormentarsi tra le braccia di una creatura mostruosa, il cui imponente, letale respiro, si trasforma in una presenza curiosamente rassicurante. Nell’accostare vecchie idee a nuove collaborazioni/direzioni, l’EP finisce per suonare più come una compilation che un lavoro dalla forte coerenza stilistica. Al contempo, pescando tra il vecchio e il nuovo, l’EP riesce a distillare il meglio dell’universo sonoro e concettuale di Anna Homler.

Amazon
SentireAscoltare

Ti potrebbe interessare

Le più lette